THE TERMINAL

Di Simone Fortunato
09 Settembre 2004
Vistosi ritirare il passaporto per un imprevisto colpo di Stato, un uomo è costretto a vivere nell’aeroporto di New York.

“The Terminal” è un film da Spielberg: regia “invisibile”, costruzione narrativa perfetta, attori impeccabili. Un film elegante con uno splendido spunto di partenza: la vicenda surreale di Viktor Navorsky, prigioniero di un luogo-non luogo come un aeroporto è paradigmatica di un’attualità fatta di frontiere sbarrate e di sogni impossibili. L’America è chiusa e la Terra Promessa irraggiungibile. Ma il personaggio interpretato da Hanks, così vicino al principe Myskin e a Forrest Gump, è diverso dal mondo. Senza patria, attende di ritornarvi. Senza padre, attende di prestar fede ad una promessa fatta tanto tempo prima. Senza donna, l’attende semplicemente, certo di una realtà fatta di fatica ma anche di positività. L’aeroporto per lui è il luogo dell’attesa. Spielberg è sempre stato affascinato dalle figure candide alla E.T, che cadono sulla Terra e fanno cambiare il mondo. Così è Navorsky, che però ha qualcosa in più della creatura di Rambaldi. Perché, come i protagonisti di “A.I.” e “Prova a prendermi” domanda e attende. Che il padre ritorni. Che il sogno si avveri.
Di S. Spielberg, con T. Hanks, C. Zeta-Jones

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