La morte in mostra
Doveva essere il festival della speranza, è stato il festival della disperazione. Doveva essere l’anno della vita, è stato l’anno dell’esaltazione della morte. La 61ma edizione della Mostra del cinema di Venezia, nonostante l’immane sforzo organizzativo messo in piedi, si è chiusa male. Nello sfarzo del teatro della Fenice, la sera del gala conclusivo, l’espressione del ministro Giuliano Urbani era tirata. Quest’anno c’erano grandi attese. Si sperava che fosse il festival del riscatto. Ma le cose sono andate bene solo a metà. Non solo perché, come hanno notato quasi tutti i media, non ha vinto un italiano. Ma anche e soprattutto perché i valori che il cinema ha proposto al Lido quest’anno sono discutibili e, in qualche caso, assolutamente inaccettabili. La giuria chiamata dal direttore Marco Müller ha voluto premiare due film. Uno, inglese (“Vera Drake” di Mike Leigh), sull’aborto, l’altro, spagnolo (“Mare dentro” scritto e diretto da Alejandro Amenabar e intepretato da Javier Bardem), sull’eutanasia. Questo è quello che rimarrà di questa edizione del festival. Le sciocche polemiche giornalistiche su alcuni problemi logistici registrati durante gli undici giorni della mostra invece sono destinate a scomparire. Anche perché si è trattato di polemiche costruite ad arte e che non rendono giustizia ai progressi che proprio in questo campo sono stati realizzati dalla forte sinergia fra il presidente della Biennale Davide Croff e il ministro Urbani (a moltissimi osservatori internazionali, come il supercritico francese Michel Ciment, questa mostra è piaciuta). E poi perché il linciaggio mediatico messo in atto da alcuni giornali (in preda a furore antigovernativo) ha colpito le persone più deboli del sistema, i funzionari e i dirigenti dell’ente veneziano. Qualcuno li ha visti piangere in quei giorni. Si tratta di professionisti capaci e motivati che amano il festival con tutte le loro forze e che all’organizzazione della manifestazione hanno dedicato energie e sentimenti fuori dall’ordinario. Colpire proprio loro è stata una vigliaccata.
I tantissimi film selezionati da Müller hanno provocato riflessioni e interrogativi molto seri. Anche il grande escluso dai premi, “Le chiavi di casa” di Gianni Amelio, film importante e rigoroso sul tema dell’handicap, alla fine ha messo in scena la diversità. Non ha cercato i motivi e le ragioni della similitudine e della condivisione; nonostante il tono di assoluto rispetto, non ha potuto fare a meno di evidenziare la distanza che ci separa dai nostri fratelli.
Gli esperti e i semplici spettatori (mai così tanti giovani al Lido come quest’anno) si sono ritrovati un po’ frastornati alla conclusione del festival. Non solo perché Venezia, durante la mostra, diventa una sorta di “isola che non c’è” dove è facile perdere memoria e coscienza di sé, ma anche perché la visione morale proposta dai registi di tutto il mondo convenuti al Palazzo del Cinema lascia senza fiato. «Ma lei non sapeva che con l’aborto si uccidono dei bambini?», domandano i giudici alla protagonista di “Vera Drake”. «Non ci avevo mai pensato», risponde seraficamente lei (premio Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile). E poi: «La vita è un diritto, non un dovere», dice agli spettatori attoniti il protagonista di “Mare dentro” (anche a lui la Coppa Volpi per l’interpretazione maschile) mentre organizza il proprio suicidio.
Al Lido, per fortuna, si sono potuti registrare però anche alcuni tiepidi raggi di speranza (il cinema è bello perché è vario). Come, per esempio, la dimensione della pietà inserita a sorpresa da Michael Radford e da un superlativo Al Pacino in una suggestiva rilettura, peraltro molto rigorosa, del “Mercante di Venezia” di Shakespeare. Nel film (uno dei più acclamati al Lido e record di incassi alle proiezioni a pagamento a Venezia), il triste Shylock, alla fine riesce ad ispirare la compassione del pubblico. Come nella famosa lettera di san Paolo sull’amore, il messaggio del film è che la felicità dei giovani amanti salvati dall’intelligente Porzia non sarà nulla senza la dimensione della pietà. Ma si è trovato conforto anche nel bellissimo film di Wim Wenders (“La terra dell’abbondanza”, premiato da monsignor John Foley con il “Bresson” dell’Ente dello spettacolo) che propone la preghiera a Dio e il comandamento dell’amore per superare il grave dramma dell’11 settembre americano. Un film che però è stato liquidato freddamente da molti critici. «Se Wenders vuole fare il prete vada in chiesa», hanno bofonchiato i più.
È questo infatti, alla fine della fiera, il problema più inquietante. Il mondo del cinema acclama e premia i disvalori e mal sopporta una morale più alta. È una tendenza della quale sarebbe necessario discutere di più. Senza Dio (argomento da sempre trattato con diffidenza dal mondo del cinema), senza patria (non è di moda e il contesto esasperatamente internazionale dei festival impone un atteggiamento politically correct ma anche molto superficiale) e senza famiglia (coniugi e figli rimangono a casa e si sentono per telefono solo la sera) noi cinematografari perdiamo troppo spesso il senso della realtà. Se non fosse stato per le mute preghiere sollecitate in sala da Croff, al Lido non si sarebbe parlato mai della strage in Ossezia.
*Presidente Istituto Luce
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