Rendite e bugie
L’assunto, prestigiosamente rilanciato dal professor Giovanni Sartori sul Corriere della Sera, è tanto semplice quanto semplicistico: il federalismo costerà all’Italia una valanga di soldi, quindi meglio tenerci l’architettura costituzionale che abbiamo. Una bugia, estremamente comoda e adottata immediatamente dall’intelligentsia e dai poteri forti, che si scontra non solo con la realtà del progetto di riforma in questi giorni in discussione alla Camera ma soprattutto con la realtà italiana dal Dopoguerra a oggi.
QUALCHE DATO, VERO STAVOLTA
Per farlo citiamo un istituto difficilmente tacciabile di istinti eversivi o di poca attenzione ai conti dello Stato, la Heritage Foundation, centro studi con sede a Washington che ha elaborato i dieci fattori che determinano la libertà economica (e quindi la qualità della vita): il voto peggiore – 4,1 – l’Italia l’ha preso alla voce “pressione fiscale”. Non sarà mica colpa del federalismo brutto e cattivo che ancora deve venire? No, quel brutto voto – il 4,1 – è dato dalla tassazione dei redditi delle persone fisiche, da quella delle imprese e dal cambiamento della spesa pubblica: parlando come mangiamo, sono soldi che servono per mantenere in vita la macchina statale, il carrozzone centralista. E altri carrozzoni come l’Inps, visto che quei soldi servono a pagare anche le pensioni. Vediamo qualche dato, partendo dal saldo regionale: alla voce “entrate” (fonte “La regionalizzazione del bilancio previdenziale italiano”, 3° rapporto, ministero del Welfare, sottosegretario Brambilla su dati Inps – Il Federalismo) la torta dei contributi incassati dallo Stato risulta così ripartita: Nord 64,6%, Centro 20,8%, Sud 14,6. Voce “uscite”: Nord 53,6%, Centro 18,9%, Sud 27,5%. Il Mezzogiorno consuma il doppio di quanto versa. Due conti in tasca? Il deficit Inps è dovuto per il 64,2% alle prestazioni erogate al Sud, per il 25,5 al Nord e per il restante 10,3% al Centro. Pro-memoria per il deficit pro capite (quanto costa in più rispetto a quanto versato): Sud 920 euro, Centro 379 euro, Nord 285 euro. I 355 e passa miliardi di euro di deficit previdenziale sono pari a circa il 27 per cento del debito pubblico. Non male, soprattutto di fronte alle critiche parruccone di Sartori e agli applausi più o meno sbracati che a queste giungono da destra come da sinistra: già, perché il partito della spesa pubblica e della rendita non conosce schieramento. è, costitutivamente, trasversale nell’accezione deteriore del termine: come giudicare infatti le critiche incrociate al federalismo che giungono dalla Confindustria di Montezemolo, dal diessino Luciano Violante e da ampi spezzoni di An e Udc? Di più, la richiesta del partito di Fini di una deroga all’approccio in stile Gordon Brown (tetto del 2% sulla spesa corrente) per i dipendenti pubblici, cosa significa?
IL PARTITO DEL DEBITO
Un dato su tutti può chiarire l’arcano: l’Italia conta una percentuale di personale della pubblica amministrazione pari al 15% in più rispetto agli altri paesi. Questo dato non incide, questo numero spropositato non “costa” allo Stato e quindi ai cittadini che dovrebbero tremare di fronte all’ipotesi federalista? No, per il semplice motivo che quella percentuale ogni cinque anni – o meno, come insegna la storia repubblicana – si traduce in voti sicuri, in elettori. Vagli a spiegare, come fa il professor Luca Antonini – docente di diritto costituzionale all’università di Padova e componente dell’Alta Commissione per il federalismo fiscale –, che «con una buona attuazione del federalismo non solo non si corre il rischio di una duplicazione dei costi, ma si ottiene una loro razionalizzazione e, nel medio periodo, anche una loro diminuzione come avvenuto in Spagna». Già, perché la questione “federalismo sì, federalismo no” posta nei termini furbeschi in cui la pone Sartori non ha semplicemente senso: il problema non è infatti quanta autonomia viene data alle Regioni, ma bensì come le Regioni utilizzano i poteri a loro riservati. Certo, le inchieste giornalistiche degli ultimi tempi non hanno certamente giocato a favore di una visione funzionale ed efficiente delle autonomie locali, con il super-autonomo Trentino intento a spendere l’85% del proprio bilancio per stipendi e finanziamento, cioè per burocrazia e per sovvenzionare corsi regionali per formare figure professionali dedite ai tatuaggi e al piercing.
IL TABU’ DELLA RESPONSABILITA’
Ciò non toglie che, come ricorda ancora il professor Antonini, «il passaggio di competenze dallo Stato alle Regioni può rendere più trasparente l’utilizzo delle risorse attraverso la responsabilizzazione delle autonomie locali. Il decentramento porta infatti a liberare risorse per la società civile in base al principio di sussidiarietà che valorizza tutti quei corpi intermedi sociali che sono stati fino ad oggi poco valorizzati. Non solo. Il principio di concorrenza che si istituisce tra pubblico e privato elimina le rendite del pubblico, lasciando al cittadino la scelta di quali servizi usufruire in base a un criterio di efficienza. La spesa affidata alle Regioni diventa molto più controllata che non a livello centrale, dove c’è tutto il sottobosco governativo». Sarà per questo che così tante persone, formalmente diverse tra loro, osteggiano tanto il federalismo? «Prendiamo la questione dei presunti costi del federalismo, i famosi 50 milioni di euro: bene, la stampa spara la notizia come se fosse oro colato ma soprattutto si dimentica di dire che – se anche fosse così – non si tratterebbe di un costo aggiuntivo, è il carico economico dello Stato che passa alle Regioni, si sposta dal centro alla periferia ma non varia. E soprattutto non cresce. Un’altra delle contestazioni preferite dei nemici del federalismo è il continuo richiamo a scenari balcanici, secessionistici, ma la realtà ci dice invece che la riforma del ministro Calderoli e della Casa delle Libertà riporta allo Stato tutte quella materie impropriamente regionalizzate della riforma del Titolo V, il “federalismo express” del centrosinistra in cerca di riscontri elettorali. Non si trattava di cose da poco, ma delle grandi reti di trasporto, della distribuzione e della produzione nazionale dell’energia, dell’ordinamento della comunicazione e delle professioni intellettuali. è stato il centrodestra a correggere questa follia riportando queste materie nell’alveo dello Stato, visto che la loro regionalizzazione aveva sortito soltanto l’effetto di intasare i Tar con conflitti di competenza che generavano immobilismo. La devolution, invece, assegna alle Regioni materie che può gestire meglio dal punto di vista organizzativo e finanziario, poiché è innegabile che gli enti locali sono più vicini al cittadino di quanto non possa essere un governo centrale».
LE LEGGENDE METROPOLITANE
«A chi poi agita lo spettro di venti polizie diverse con coté di scenari eversivi, dico che la polizia in Valle d’Aosta dipende già dal presidente della Regione: nessuno sta pensando a ipotesi tipo quella degli sceriffi americani, la polizia locale può avere un ruolo di collaborazione e raccordo ma la competenza assoluta del Viminale sulle forze dell’ordine e sulla sicurezza non è in discussione. Inoltre è stata importantissima l’introduzione del Senato federale votata la scorsa settimana, visto che la riforma del Titolo V dava amplissimi poteri alle Regioni ma senza dei meccanismi per la loro gestione, cioè una Camera rappresentativa delle Regioni. Un passo in avanti enorme con inoltre la garanzia di rappresentatività offerta della contestualità tra elezioni regionali e per il Senato, un segnale di correlazione forte. Inoltre se un presidente regionale si dimette, dovranno dimettersi anche tutti i senatori eletti in quella regione e si tornerà al voto: su questo punto, devo ammetterlo, pesa anche la resistenza bipartisan della corporazione dei senatori. Ammetto che ci siano aspetti ancora migliorabili, ma negare che ci siano stati molti passi in avanti significa essere in malafede. E comunque posso darvi un’anticipazione: i conti noi dell’Alta Commissione li abbiamo fatti davvero insieme alla Ragioneria dello Stato e Corte dei Conti e il 30 settembre il nostro documento sarà reso pubblico. Almeno finirà una volta per tutte il tempo delle bugie ideologiche e della disinformazione». La realtà in effetti è proprio questa. Ogni volta che si parla di federalismo e autonomia regionale si dimentica infatti, per sbadataggine o per scelta di comodo, un paradosso tutto a favore della tesi statalista. Ovvero, che il bilancio pubblico italiano è vincolato dall’articolo 81 della Costituzione in base al quale ogni spesa deve avere la relativa copertura. Non è invece così per le Regioni.
MENO SPRECHI, MENO PREBENDE
Si è tentato, due anni fa, un Patto di stabilità interno sulla Sanità ma è stato sforato da quasi tutte le Regioni, a prescindere della loro colorazione politica. Il risultato è stato un disavanzo di 5 miliardi nel solo 2004. Ecco quindi l’armata dei Sartori incamminarsi tronfia verso il viale del “crucifige” istituzionale. Peccato che per risolvere il problema basterebbe trasformare l’attuale facoltà degli amministratori locali di imporre le imposte in un obbligo di legge, simile al vincolo costituzionale esistente per lo Stato italiano. Nessuna spesa regionale, provinciale e comunale dovrebbe e potrebbe quindi essere approvata se presidenti e sindaci non ne indicano la copertura e non predispongono gli strumenti atti a reperirla. Gli enti locali lamentano spesso che negli ultimi dieci anni le imposte di loro competenza sono aumentate del 46 per cento. Dimenticano però che si partiva da zero e che quindi appare più corretto ricordare di quanto è complessivamente aumentata la spesa locale: il 55,2 per cento, a fronte di una riduzione del 15,6 di quella statale. Ovviamente per i presidenti di alcune Regioni e per alcuni sindaci è assai scomodo assumersi la responsabilità di imporre addizionali o aumentare l’Ici, piuttosto che conquistare consensi e voti retribuendo a pioggia maree di dipendenti o istituendo corsi sul piercing e tatuaggi oppure ancora inventandosi le figure degli “assessori supplenti”, con tanto di stipendio pari agli assessori “ordinari”. Altro che costi fuori controllo e secessione.
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