E Kofi Annan SCIVOLò SULL’OIL FOR FOOD
Kofi Annan ha da poco destato le proteste della coalizione che ha abbattuto Saddam, definendo in un’intervista concessa alla Bbc l’intervento armato come unlawful, illegale. Immediate le repliche seccate di Australia, Usa, Gran Bretagna e Giappone. Il portavoce della Casa Bianca ha rilevato come si tratti di un’esternazione politica, che giunge alla vigilia delle elezioni americane. Kofi Annan non si è però solo limitato a tacciare d’illegalità l’intervento Usa. Le Nazioni Unite sono, infatti, sul piede di guerra con la Cpa (Coalition Provisional Authority), asserendo che spese per un totale di 20 miliardi di euro sono solo parzialmente documentate nei conti della Cpa stessa. Annan però non gioca pulito, poiché prima di passare la patata bollente della gestione dei fondi internazionali alla Cpa di Paul Bremer (che l’ha poi girata all’attuale governo irakeno), l’Onu ha fatto ben di peggio. La macchia che Kofi Annan tenta in ogni modo di nascondere si chiama Oil for Food, dal nome del programma di finanziamenti Onu all’Irak di Saddam prima dell’operazione Shock and Awe. Molti elementi inducono a pensare che Oil for Food sia stato uno stratagemma di Saddam per arricchirsi, con la complicità di non pochi funzionari delle Nazioni Unite. In questo programma, come noto da qualche tempo, erano coinvolti diversi istituti di credito, di cui il più rilevante era la francesissima Bnp Paribas. Il Wall Street Journal ha già messo in rilievo come i vertici della banca francese subiscano ogni sorta di pressioni da parte del proprio governo per non fare trapelare alcuna informazione al riguardo. Kofi Annan stesso, resosi conto che il caso rischiava di diventare una patata troppo bollente, ha riconosciuto che l’affare meritava una commissione d’inchiesta indipendente, e ha recentemente nominato l’ex-presidente della Federal Reserve statunitense Paul Volcker alla testa della commissione stessa. Quando recentemente il Segretario Generale è comparso nella trasmissione domenicale “Meet the press” dell’emittente americana Nbc, punzecchiato dall’intervistatore Tim Russert sull’argomento, Annan è parso piuttosto innervosito. «We are open, we are transparent» ha sbottato. Ma se Annan è così ansioso di liberare il campo da qualsiasi dubbio sull’operato del segretariato, perché non spiega qual è lo scopo di due lettere inviate dallo stesso vertice Onu a due aziende di grande importanza nell’ambito del programma Oil for Food? La prima era indirizzata alla Cotecna Inspections, l’azienda svizzera contractor che aveva il compito, negli ultimi 5 dei 7 anni complessivi del programma, di autenticare tutti i beni importati in Irak nell’ambito di Oil for Food. (Per dovere di cronaca va anche segnalato che la Cotecna aveva dato lavoro al figlio di Kofi Annan, Kojo Annan, nei tre anni che hanno preceduto l’assegnazione dell’appalto per il programma, impiegandolo prima come dipendente e poi come consulente esterno). Succo della lettera alla Cotecna è il richiamo al rispetto dei termini contrattuali tra la Cotecna e l’Onu, con la specificazione che tutta la documentazione riguardante Oil for Food «è da considerarsi proprietà delle Nazioni Unite, deve essere trattata come confidenziale e deve essere consegnata solo ai funzionari autorizzati».
Stessa musica nella lettera indirizzata alla Saybolt, società olandese che si occupava di monitorare le esportazioni di petrolio irakene. Anzi, il tono si fa più aggressivo:
«Any requests for information not already public should be relayed to the U.N., including the reason why it is being sought». Con la postilla che, se venissero richiesti dei documenti di revisione interni dell’Onu, la loro divulgazione dovrebbe venire rifiutata. In entrambe le missive si legge che la ragione di queste misure è da ricercarsi nel «riguardo dovuto ai privilegi e alle immunità di cui gode l’Onu». Non sarà però il caso di domandarsi, come fa Claudia Rosett sulle colonne del Wall Street Journal, per quale ragione, con un’inchiesta indipendente in corso, i privilegi e le immunità dell’Onu dovrebbero avere la meglio sui diritti di quei cittadini che finanziano l’esistenza dell’Onu con le proprie tasse?
Francesco Galietti
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