A che punto è la notte?
Nel secolo scorso l’Europa è stata liberata dalla coppia diabolica di nazismo e comunismo. È stata liberata dal nazifascismo dagli anglo-americani, è stata liberata dal comunismo dagli Stati Uniti nel modo in cui tutti sappiamo (o dovremmo sapere), cioè attraverso un’opposizione frontale che ha saggiamente combinato l’indispensabile arte della politica (che nel corso di tutta la Guerra fredda fu anche quella della fedele alleata Europa, l’Europa – solo per fare qualche nome – degli Adenauer, De Gasperi, Thatcher, Kohl, Mitterrand, Craxi, Andreotti e Cossiga) e quella altrettanto necessaria della forza e della deterrenza militare. Senza lo sbarco in Normandia prima, e poi, dopo il muro innalzato dai comunisti della Ddr e le invasioni sovietiche di Ungheria e Cecoslovacchia, senza i Pershing americani installati a difesa dell’Europa lungo la frontiera orientale tedesca e italiana nonostante un’opinione pubblica europea irretita, direbbe Ferrara, dalle bellurie del pacifismo (che poi si seppe finanziato dai sovietici), la pace sarebbe rimasta nei crematori tedeschi dell’Olocausto ebraico e nelle fosse comuni dei milioni di sterminati, seppelliti sotto i ghiacci della Kolyma dell’immenso Gulag oltre la Cortina di ferro.
La memoria manipolata
Della prima lezione l’Europa ha creduto di dover tramandare, come mito fondante le proprie democrazie, il ruolo avuto nella sconfitta del nazifascismo dalla guerriglia partigiana (ruolo importante sotto il profilo politico, risibile sul piano militare). Della seconda lezione l’Europa non ha voluto imparare quasi nulla. Vuoi perché l’Europa è stata la culla dei movimenti rivoluzionari diffusisi nel mondo a partire dal 1789, vuoi perché è stata la patria dei più importanti partiti comunisti. I quali, alla caduta del Muro, da una parte si sono affrettati a sbianchettare ogni loro corresponsabilità con il totalitarismo (che anche in Italia c’è stata e fu pesante, poiché anche senza i dossier Mitrokhin e le confessioni del segretario di Togliatti, già negli anni Cinquanta si poteva sapere tutto del partito che collaborò alla liquidazione fisica tanto dei partigiani italiani non titini in Friuli, quanto dei cattolici in Spagna, dei compagni a Varsavia, del popolo in Ungheria eccetera); dall’altra, grazie ai loro politici, intellettuali, giornalisti e storici di regime, sono riusciti ad archiviare nell’immaginario collettivo europeo la pratica “Urss” (e poi “Cambogia”) sotto il titolo “ciambelle non uscite col buco”, ovvero sotto la casella “stalinista” (leggere in proposito François Furet e Pierluigi Battista), pretendendo così di salvare l’impianto (comunista) buono e benintenzionato. Operazione di negazione della realtà che è servita e serve per promuovere in Europa l’ennesima burla di un ri-comunismo possibile e la rifioritura, sempre in Europa, di un utopismo di cui abbiamo conosciuto e riconosceremo a breve, per esempio nella saldatura tra estremismo di sinistra e cosiddetta “resistenza irakena”, i risvolti tragici.
Monaco, mon amour
Della prima lezione si continua a celebrare, attraverso la scuola, la cultura, i giornali e le accademie europee, la versione politicamente corretta di un conflitto sostanzialmente vinto dall’antifascismo europeo e sovietico, evitando di ricordare in giro fatti sgradevoli rispetto a tale visione mitologica, come il patto di Monaco del 1938 con cui l’Europa tentò la politica dell’appeasement con il regime hitleriano e il “patto di amicizia tra i popoli russo e tedesco”, siglato l’anno dopo tra nazismo e comunismo. Forse si ispira a questi precedenti la proposta del ministro degli Esteri francese Michel Barnier di una conferenza internazionale Onu sull’Irak «aperta all’insieme delle forze politiche irakene, comprese quelle che hanno scelto la strada della resistenza». Della seconda lezione ciò che si sa in Europa è praticamente tutto alterato dal politicamente corretto, secondo cui, in buona sostanza, la caduta del Muro sarebbe sì da attribuire anche a un sindacalista e a un Papa ben visti dall’America, ma soprattutto alla buona volontà di Gorbaciov e all’invisibile potenza del mercato (le calze di nylon regalate dai visitatori europei alle loro amanti russe o polacche?). I dissidenti dell’Est sono stati cancellati dalla memoria collettiva (già, quelli hanno sempre giudicato complici del nemico totalitario i movimenti pacifisti occidentali). Solgenitsin e Salamov continuano a essere ignorati nelle scuole e nelle università. E adesso si va perfino facendo strada la bizzarra leggenda che l’America sia responsabile delle disgrazie della povera Russia e che il bel risultato dell’arretratezza post-sovietica sia colpa della globalizzazione.
Ipocrisia multipolare
Insomma, di entrambe le lezioni, l’Europa ha conservato e tramandato una memoria vuota, o comunque fortemente ideologizzata. Mentre nel contempo ha continuato a coltivare sia l’illusione di una sua ecclesiastica e illuministica superiorità rispetto alla “rozza” America, sia l’utopia di una sua peculiare via alla pace, eterna e kantiana, destinata – così credono ancora da Parigi a Berlino – a “buttare fuori la guerra dalla storia” e a contaminare il mondo di diritto umanitario e onusiano. Che tutto ciò sia una pia illusione non lo diciamo noi, lo dicono i fatti, che specie nell’ultimo decennio hanno mostrato quale sia la distanza che corre tra il delirio di onnipotenza multipolare e multiumanitario che risuona in ogni cancelleria europea, e i fatti (di Timor Est, Sarajevo, Srebrenica, Kosovo, Baghdad, Kurdistan, Algeria, per non parlare del Ruanda franco-belga e di tutta l’Africa di ingerenza euroarabica).
Il suicidio dell’europa
In realtà l’Europa è ferma da un pezzo nella sua postura virtuosa, e sta alla finestra, guarda cosa succede per le strade del mondo, fotografa, scrive bellissimi reportage, prende appunti, critica e, blablabla, intanto stringe i cordoni della borsa della cooperazione internazionale, moltiplica i suoi brutti commerci in armi, nasconde la sua politica neo-coloniale sotto solenni dichiarazioni in difesa dei diritti umani (in tutti e tre i casi, in prima fila c’è sempre la Francia). E non solo è ferma, ma, in ispecie nell’ultimo decennio, l’Europa ha volentieri fatto harakiri mettendo la politica sotto il controllo dei tribunali e accelerando le pratiche di implementazione dei diritti giacobini (aborto, eutanasia, matrimoni di fatto e gay, approccio eugenetico alla vita, apertura scriteriata delle frontiere e voto agli immigrati). Tribunali e diritti che, di fatto, si sia credenti o no, si abbia o no una morale, offrono una buona certificazione (anagrafica e demografica) della fase preagonica in cui è entrata la società civile e politica europea a causa dell’ideologia riesplosa sotto le vesti delle mani pulite, dei diritti civili e della pace.
Il Papa fa ridere?
Bene, non sono bastate diverse rivoluzioni e una coppia diabolica a farci intendere che l’ideologia, tanto più quella benitenzionata come ammoniva Hegel, conduce l’Europa dritta all’inferno? Ci viene da ridere o ci fa imbestialire (per quello strano “odio di noi stessi” che ci portiamo addosso e con cui abbiamo avvelenato le sorgenti della conoscenza alle nuove generazioni) il Papa che dice «l’Europa, o sarà cristiana o non sarà»? Massì, si continuino a fare Costituzioni europee che non hanno nemmeno l’appeal di un regolamento condominiale. Si continui la recita a soggetto, secondo le ragioni della politica politicante, come fanno Prodi, Chirac e Schroeder, fissando la sopravvivenza del proprio cadreghino piuttosto che il corpo ferito, disorientato e confuso dei popoli europei. Si continuino a ignorare evidenze elementari pensando che il problema dell’immigrazione si risolve con i diritti di sinistra e i divieti di destra. Si continui a dare lezioni di moderna democrazia e a spiegare come si fa a emancipare la donna in provetta, come si organizza un teatrino del “dialogo con l’islam moderato” e come si legge l’Enciclopedia di Voltaire. Forse non si è ancora capito, ma la napoleonica Europa sta ballando sul Titanic, mentre tra i marinai, giù nella stiva, il messaggio contenuto nell’editto scritto in turco e in arabo da un sultano di fine ‘800, adesso riecheggia in tutto il Mediterraneo e rimbalza in ogni angolo d’Europa.
L’ora del sultano
Il sultano ottomano lo fece diffondere tra l’umma islamica nel 1798 durante la bella cavalcata progressista di Napoleone in Egitto, data che segna il primo incontro tra la nuova Europa dei diritti della Rivoluzione francese e l’antico islam dei doveri coranici. Un messaggio che oggi finalmente risuona chiaro, alto e forte. Ci sono voluti tre secoli, ma alla fine è arrivato, questo: «Nel nome di Dio, il Misericordioso e il Compassionevole. Tu, comunità dei musulmani, che credi nell’unicità di Dio, sappi che la nazione francese (possa Dio devastare le loro case e umiliare le loro bandiere) è composta di ribelli infedeli e scellerati miscredenti. Essi non credono nell’unicità del Signore del cielo e della terra, e neppure nella missione dell’Intercessore nel giorno del Giudizio, ma hanno abbandonato qualsiasi religione e negato l’esistenza dell’altro mondo e dei suoi castighi. Essi non credono nel giorno della Resurrezione e sostengono che solo lo scorrere del tempo ci distrugge e che al di là di esso non c’è resurrezione né resa dei conti, non c’è esame né giusto castigo, non ci sono domande né risposte». Lo “scorrere del tempo” è un’allusione al Corano. Il quale, giustamente (se pensate a come si è gonfiato di sé e di ignoranza il rospo illuminista che ha preteso cacciare l’esperienza religiosa dalla vita civile relegandola ad archeologia esotico-privata), ci riporta alta e tremenda la sfida a un’Europa che si vergogna di sé, è debole, irresoluta, corre dietro alle fanfaluche più strane della postmodernità e sostiene accanitamente la beghina, ancorché volterriana, credenza che «nella nostra vita non c’è nient’altro che questo mondo. Noi moriamo e viviamo e solo il tempo ci distrugge». Ma di questo, dice il Corano, «essi non hanno alcuna scienza, la loro è solo una supposizione». Quello che dalla Rivoluzione francese in avanti credevamo cacciato dalla porta, adesso ci rientra dalla finestra. È la sfida religiosa, darling, e non ci possiamo fare niente. Se non accelerarla, questa sfida – come forse non si rende conto di stare accelerando il movimento di evasione suicida dalla realtà guidato dalla Francia – qualora uscissimo perdenti e umiliati dall’Irak.
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