Se questo (precario) è un uomo
Inserire elementi di criticità in un dibattito consente di dispiegare le soluzioni e le risposte collegate ad esso. Spesso nelle discussioni si confonde la radicalità con l’esplicitazione massimalista. Quest’ultima è quella che consente al politico/sindacalista di scatenare l’offensiva demagogica nei confronti dell’interlocutore. Al cospetto di una frase come quella pronunciata dal vicepresidente della Cdo Massimo Ferlini (cfr Tempi n. 39), “è il mondo che chiede la flessibilità”, molti a sinistra si limiterebbero all’invettiva pseudo-rivoluzionaria. In definitiva, la stessa che al cospetto di una situazione come la deindustrializzazione (frutto della globalizzazione e della difficoltà a tenere il passo con la concorrenza dei paesi in via di sviluppo) risponde proclamando una manifestazione. Quest’impostazione risente di un deficit: l’assenza di una seria analisi sul reale. Ecco, radicalità invece vuole dire proprio questo. Osservare la realtà criticamente riconoscendo i fattori che la determinano. Ora, accorgersi che l’epoca fordista è oramai un ricordo e che l’apertura dei mercati ha reso evidenti difficoltà e incertezze per l’intero tessuto produttivo, è un passaggio obbligato senza il quale sul campo rimangono solo fischietti e slogan datati. Volenti o nolenti, di destra o di sinistra quindi, siamo costretti a riconoscere la veridicità di questa affermazione. è ovvio che la medesima è iscritta totalmente nell’impianto economico-politico nel quale viviamo: il sistema capitalista. Oggi, vivere il presente vuole dire riconoscere e confrontarsi con l’esistente. Qualcuno di noi può anche ritenere che questo non sia il migliore dei mondi possibili o che solo il superamento del “sistema capitale” potrà liberare l’uomo, ma senza comprendere il presente, ogni via di emancipazione è destinata al più completo fallimento. Parto da qui per inserire un nuovo elemento di discussione. Ferlini afferma che «la legge 30 è solo la matrice iniziale. Ora tocca alla seconda parte, che è iniziata con la riforma delle pensioni». Con la stessa coerenza con la quale cerco di analizzare la realtà, chiedo ai miei interlocutori di fare i conti con le contraddizioni che questa nuova fase economico-politica porta con sé. Le suddetta riforma richiede al lavoratore il versamento di quarant’anni di contributi “effettivi” per il conseguimento del trattamento pensionistico. Questa condizione necessita di un curriculum lavorativo che potremmo definire privilegiato, in pratica un lavoro stabile (per la vita). Ora è evidente che la richiesta di flessibilità non è in grado di garantire questa continuità. Il giovane che si affaccia all’interno del mondo è spesso costretto a prestazioni saltuarie o, per lunghi periodi, a contribuzioni nulle o molto basse, come avviene per i rapporti di apprendistato che possono oramai durare oltre un lustro. Quand’anche questo (ex) giovane arriverà alla pensione è necessario ricordare che l’attuale coefficiente di trasformazione unito al criterio di calcolo contributivo ne livellerà la rendita ben al di sotto della soglia di sopravvivenza. In soccorso, mi si potrà obiettare, si stanno definendo le strategie per un ingresso di massa delle pensioni integrative con il trasferimento del Tfr. E anche in questo caso è evidente che l’unica garanzia accertata riguarda ancora una volta chi ha un posto fisso e garantito. Insomma, il dibattito continua…
Otto Bitjoka, imprenditore camerunese intervistato da Tempi (n. 39), ad esempio afferma: «Do precedenza, priorità all’uomo in quanto tale. Non mercifico l’uomo. è fondamentale». Anche questa affermazione suggerisce un’attenta disamina delle dinamiche in corso. Siamo sicuri, ad esempio, che tutte le nuove forme flessibili contenute nella legge 30 non corrono il rischio di eludere questo assunto ben espresso da Bitjoka? Mi sto riferendo in particolare al lavoro a chiamata. Senza demonizzare nessuno e con l’assoluta consapevolezza che è meglio un lavoro regolarizzato precario invece del vecchio caporalato, mi pongo il dubbio che queste forme contrattuali contengano in sé l’espressione totalizzante del sistema e una sottostima dell’uomo. Sfiorando anche una concezione etica, l’idea che un lavoratore debba essere sempre a disposizione, sia che lavori o che sia in attesa, va ad intaccare il concetto stesso di tempo, di vita dell’individuo. La divisione tra tempo sacro e tempo profano sembra annullarsi. Il tempo globale diviene il tempo del mercato e dell’impresa, tutto il resto un suo surrogato. Qualche domanda pur sommessa dovremmo porcela. Non dimentichiamoci mai che la priorità è l’uomo.
CARO FABIO, SE IL PRECARIO è UN UOMO NON LO DECIDE UN CONTRATTO
Caro Fabio, permetti una risposta pubblica, aperta ai lettori e per niente “tecnica”. Prima cosa. Neppure noi sappiamo se avremo mai una pensione. Visti i chiari di luna della demagogia, più interessata alle clientele politiche che alla discussione seria su come risolvere problemi ereditati anche dai saldi di fine stagione del voto di scambio di moda nella Prima Repubblica, quelli delle baby e ricche pensioni indifferenti al futuro e all’alleanza tra generazioni, del clientelismo catto-comunista che ci ha seppellito sotto una montagna di debito pubblico, noi, i nostri figli e i figli dei nostri figli, sarebbe tentazione dire: «Si salvi chi può» (e mi pare che si salveranno abbastanza bene i lavoratori che approfitteranno degli incentivi della recente riforma pensionistica). Seconda questione. Il problema di giustizia che poni, sia sul versante delle pensioni, sia su quello del lavoro, è in realtà irrisolvibile. In qualunque modo ti giri pesti i piedi a qualcuno: i piedi dei diritti, acquisiti o acquisendi, di chi ha lavorato una vita; i piedi di chi sta lavorando senza avere alcuna certezza circa il futuro (anche quello che soffia dall’Irak rappresenta una variabile molto pesante). Ciò vale anche per l’obiezione circa le forme di precariato, materiale e spirituale, introdotte dal lavoro a tempo determinato. Dunque, quanto alle pensioni: non so se la risposta stia nei Tfr o nella previdenza privata e, certo, sarebbe bello che, dalla politica alla giurisprudenza, dal singolo lavoratore alle sue maestranze imprenditoriali e rappresentanze sindacali, ci si mettesse una mano sul cuore e si ragionasse per trovare soluzioni realistiche, che è l’unico aggettivo serio di ogni giustizia (sostantivo che, altrimenti, non significherebbe niente, se non la copertina tirata da una parte all’altra, finché finisce per essere strappata dall’ideologia, dalla prevaricazione, dalla logica del potere del più forte).
Terzo punto. La stessa distinzione tra ciò che tu definisci “sacro” e “profano”, tra tempo della Libertà e quello di Necessità, dunque nel sottinteso presupposto marxiano che il lavoro sia il luogo dell’alienazione dell’uomo, suggerisce la questione che si ripropone in maniera pressante, specie in questo passaggio epocale dal contratto di lavoro a tempo indeterminato a quello flessibile. E la questione è: cosa significa avere come obiettivo l’uomo? Poiché – guardiamo ad esempio il tema della flessibilità dal punto di vista del bicchiere mezzo pieno, e non mezzo vuoto, come fa il tradizionale approccio pansindacalistico – chi ti dice che la flessibilità non offra più chance al superamento di quelle forme di alienazione insite nella logica del lavoro garantito? Sono problemi a cui non abbiamo risposte (però dobbiamo ammettere che la flessibilità non è una cattiveria imposta dai padroni ma un dato di realtà imposto dal mercato del lavoro al tempo della globalizzazione), resta il quesito di fondo, il più scontato, eppure mai, come in questi tempi terribili, il più sistematicamente violentemente evaso: cos’è l’uomo reale, cos’è quell”io” che fa la differenza di civiltà e per il quale occorrerebbe battersi e difendere dall’Italia all’Irak, dagli Stati Uniti alla Cina? è da qui che bisogna ripartire, io credo, anche per affrontare fino al dettaglio il problema delle nuove forme di lavoro. Perché è la risposta a questa domanda che decide se il lavoro è una maledizione da cui scappare appena si può, o chissà che altro. C’è chi si pone queste domande, e tu sei uno di questi caro Fabio. E c’è invece chi, ed è la gran maggioranza, ha già le sue certezze circa i tempi sacri e quelli profani, e non ha altro problema che contrattare il prezzo e salvaguardare le valvole di sfogo (finché va bene. Finché non gli entra una Cina o, Dio non voglia, un Irak in casa). Ma l’uomo è uno, non esiste sacro e profano, dunque la domanda rimane: sia libero o no, sia flessibile o no, come si fa a vivere non alienati nel tempo e nel lavoro? E siccome non è anzitutto problema accademico o filosofico, la domanda potrebbe altrimenti tradursi (e diventare perfino oggetto di pubblica assemblea, caro compagno) così: in quali momenti di tempo e di lavoro abbiamo memoria di aver fatto un’esperienza non alienante, non divisa, non necessariamente dimentica di qualcosa, ma di pienezza e di soddisfazione umana?
LA
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