Quel gran raider di Osama

Di Bottarelli Mauro
19 Agosto 2004
ALTRO CHE REAZIONE ALLO SFRUTTAMENTO CAPITALISTA: AL QAEDA è ANCHE UNA GRANDE CORPORATION PERFETTAMENTE INTEGRATA NEI MECCANISMI FINANZIARI DELLA GLOBALIZZAZIONE. I NOMI DELLA RETE DEGLI AFFARI

Una delle tesi più accreditate sia nel mondo islamico che fra le opposizioni antagoniste occidentali vede Osama Bin Laden e la sua organizzazione terroristica come la risposta, forse un po’ cruenta nel modus operandi, all’imperialismo occidentale e all’assalto del capitalismo statunitense. Balle: il signore del terrore saudita è un fior di capitalista, che dei raiders della Borsa e degli squali della finanza ha fatto i propri eroi. Un’altra vulgata molto in voga è poi quella che descrive il conflitto in Irak come una guerra americana per il controllo del petrolio. Peccato che i profitti del greggio irakeno resteranno agli irakeni e che, soprattutto, dall’inizio della guerra ad oggi il Brent sia salito dai 28 dollari al barile fino alla punta massima di 41,5 dollari: come si possano creare le basi di un boom economico americano su questi presupposti lo possono sapere solo i profeti no global; noi sappiamo invece che l’ambasciatore saudita a Washington, il principe Bandar Bin Sultan, aveva promesso a George W. Bush che Riyadh avrebbe riportato il prezzo del petrolio sotto controllo prima delle elezioni americane del prossimo novembre. Casualmente l’Arabia è divenuta bersaglio preferito di Al Qaeda, e la presunta empietà del regime saudita rispetto ai precetti wahabiti da sola non può spiegare questo timing perfetto.

Imprese, finanziarie e soci
La spiegazione risiede altrove: ovvero nel fatto che Osama Bin Laden agisce – stando alla definizione che di lui ha dato il professore di scienze politiche presso l’Università di Philadelphia, Stephen Gale – «come un venture capitalist che riceve proposte e progetti di azione, li esamina e se gli vanno a genio provvede al loro finanziamento e contribuisce alla messa in opera». La peggio gioventù che agogna ad un altro mondo possibile e alla fine del capitalismo non si accorge, o finge di non accorgersi, che Al Qaeda, lungi dall’essere un’organizzazione terroristica in senso stretto, è una vera e propria holding finanziaria che ha a sua disposizione un capitale di 250-300 milioni di dollari investito in varie parti del mondo. Un rapporto dei servizi segreti americani, europei e sauditi ha ricostruito la struttura dell’impero economico che farebbe capo direttamente a Osama Bin Laden. Il network di imprese industriali e società finanziarie che costituiscono i pilastri di Al Qaeda ha come centro il Sudan: qui hanno sede la holding Wadi Al Aquiq, con filiali in Kenya e Yemen, che ha il controllo di aziende elettriche, agroalimentari ed editoriali; le banche Al Shamal Islamic e Tadamon Islamic Bank, la Taba Investment Company per investimenti agricoli, la Ladin International, società di investimenti, le società Al Hijrah for Construction and Development, la Gum Arabic Company, la società agricola Al Themar Al Mubaraka, la società di trasporti Al Quqdarat. A Gedda, in Arabia Saudita, ha sede la National Commercial Bank, in cui ha consistenti partecipazioni Khaled Bin Mahfuz, cui si attribuisce un ruolo di primissimo piano negli affari di Bin Laden. Noto per la vicenda dello scandalo della Bcci (Bank of Credit and Commerce International), la banca di origine pakistana con sede a Londra che copriva le operazioni in Iran e Irak, in Nicaragua e in Afghanistan, accusata di riciclaggio del denaro sporco e sciolta nel 1991, Mahfuz è a capo di una famiglia saudita che avrebbe un patrimonio valutato in 2,4 miliardi di dollari. Osama ha sposato una figlia di Mahfuz e assieme gestiscono, oltre alla banca di Gedda, la Saudi Sudanese Bank, e gestivano l’Al Shifa, la fabbrica bombardata nel 1998 perché sospettata di produrre armi chimiche. Fanno parte del network imprese sparse in altre parti del mondo: l’Al Haq Trading Company in Oman, la People Bank in Tanzania, la Nada Management (ex Al Taqwa) in Svizzera e alle Bahamas, l’Azzam Publication a Oxford.

Strani movimenti di Borsa
prima e dopo l’11/9
E quale può essere l’approdo naturale per un impero finanziario che utilizza il terrore come forma di speculazione? La Borsa, ovviamente. Dopo gli attentati dell’11 settembre James Woolsey, direttore della Cia dal 1993 al 1995, dichiarò: «Bin Laden uccide con la mano destra e con la sinistra specula a breve termine». Il riferimento era alle operazioni sospette che sono avvenute in Borsa prima delle stragi. La Sec (Securities Exchange Commission), l’organo di vigilanza di Wall Street, ha chiesto alla Consob italiana e alle autorità nazionali collegate di indagare sulle operazioni effettuate nei mercati azionari a cavallo degli attentati. Le azioni di tre società assicurative, la francese Axa, la tedesca Munich Re e la svizzera Swiss Re, hanno avuto un calo dal 13 al 15% nella settimana prima degli attentati, inspiegabile data l’ottima salute delle compagnie. Le autorità di Borsa della Gran Bretagna, della Germania e del Giappone hanno comunicato di aver avviato i controlli per sapere se ci sono state vendite allo scoperto. In particolare le autorità tedesche hanno chiesto alla Fbi e alla Sec di indagare sulla compravendita di futures collegati alla compagnia di assicurazioni di Monaco che aveva interessi nel World Trade Center. Questo tipo di speculazioni produce grossi guadagni se un titolo crolla in seguito a improvvise brutte notizie. Gli speculatori vendono titoli che non possiedono a prezzi molto alti e li ricomprano successivamente a prezzi stracciati. Qualche esempio: chi ha venduto i futures sull’indice di Francoforte, ricomprandoli il giorno dopo, ha guadagnato il 125%, a Wall Street il guadagno è stato del 60% e a Milano del 105%.
E ancora, la compagnia aerea olandese Klm ha comunicato che grosse transazioni sui derivati dei suoi titoli hanno avuto luogo nei giorni immediatamente precedenti gli attentati: il volume delle opzioni ha raggiunto livelli dieci volte superiori rispetto alla settimana precedente. Quindi l’11 settembre, oltre a essere stato l’attentato più devastante che la storia moderna ricordi, è stato anche uno dei più grandi eventi di insider trading, come ammesso il fine settimana successivo agli attacchi da Ernst Welteke, presidente della Bundesbank tedesca, che denunciò come anche il mercato delle merci ne era stato colpito. Al contrario, alcuni giorni prima degli attacchi, il prezzo del petrolio e dell’oro subirono un improvviso e inspiegabile aumento. Cosa che venne seguita da un’ondata di attività sul mercato dei titoli. Il 12 settembre il prezzo del petrolio fece un balzo di oltre il 13 per cento, mentre quello dell’oro salì del 3 per cento. I prezzi continuarono a salire per tutta la settimana. Chiunque avesse saputo cosa sarebbe accaduto l’11 settembre avrebbe potuto predire un tale andamento e approfittarne.
Ma anche tralasciando il regno borsistico della grande speculazione, la holding del terrore di Bin Laden riesce a trarre linfa da quello stesso mondo che a parole dice di voler distruggere. Ogni volta che uno di noi legge un giornale o beve un sorso di qualche bevanda, infatti, contribuisce all’impero dello sceicco saudita. Durante la metà degli anni Novanta, quando risiedeva in Sudan, Osama Bin Laden acquistò il 70 per cento della Gum Arabic Company Ltd, che produce circa l’80 per cento delle forniture mondiali di gomma arabica. Estratta dalla linfa delle piante di acacia che crescono in Sudan, la gomma arabica è usata per fissare l’inchiostro sui giornali, per prevenire il deposito che potrebbe formarsi nelle bevande e per realizzare una pellicola protettiva con cui ricoprire dolciumi e pillole affinché rimangano freschi più a lungo. L’investimento di Bin Laden si è dimostrato capace di produrre moneta sonante. Nel novembre del 1997, quando Bill Clinton impose sanzioni economiche al Sudan, un buon numero di importatori americani si opposero e alla fine la gomma arabica venne esclusa dalle materie interessate dalle restrizioni: ecco chi è Osama, ecco come opera Al Qaeda. Con buona pace di Massimo Fini e di tutti i relativisti che inneggiano al “Medioevo sostenibile del mullah Omar”.

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