SOLIDARIETA’, MA QUANTO MI COSTI?
Mosse da una forte carica ideale, senza controllo e, in alcuni casi, regolate da logiche affariste. Sono le organizzazioni non governative, vere e proprie industrie della solidarietà.
«Il mondo delle Ong – ci dice Giuseppe Deodato, direttore generale per la Cooperazione allo sviluppo del ministero degli Affari esteri (Mae) – è un mondo estremamente complesso che si è molto sviluppato negli ultimi anni, aumentando progressivamente la sua importanza. Oggi le Ong rappresentano uno sbocco naturale per tutti quei giovani che decidono di dedicarsi agli altri».
Il problema, forse, sta proprio in questa rapida evoluzione. «Oggi – continua Deodato – le Ong si sono organizzate e sono diventate delle vere e proprie industrie che hanno bisogno di soldi». Soldi che lo Stato, o chi per esso, non fa certo mancare. Le Ong, infatti, ricevono fondi, oltre che dal Mae, anche da altri ministeri, dall’Unione Europea, dalle Regioni, dalle Province e dai Comuni. «Anche se – dice Deodato – la progressiva diminuzione di fondi pubblici ha spinto le Ong verso i canali di finanziamento privati».
I fondi vengono stanziati per co-finanziare progetti. Il co-finanziamento del Mae, ad esempio, copre di norma il 50% del costo del progetto arrivando fino al 70% per quelli di particolare rilevanza umanitaria o presentati da più Ong. L’importo massimo nell’arco di un triennio è di 750mila euro (1,5 milioni per iniziative promosse da un consorzio di Ong).
Nel 2004, ad esempio, sono stati deliberati finanziamenti per 73 milioni di euro, ma solo 45 saranno quelli effettivamente erogati. Ma a chi vanno questi soldi? Alle 173 Ong riconosciute idonee dal Mae perché rispondono ai seguenti requisiti: non perseguono finalità di lucro, sono in grado di documentare un’esperienza triennale nei paesi in via di sviluppo, dimostrano il possesso di capacità organizzative, manageriali e finanziarie, e presentano una relazione annuale sullo stato di avanzamento dei progetti in corso.
«Le Ong che lavorano con noi – riprende Deodato – sono sottoposte a continui controlli ed ispezioni. Certo, talvolta c’è qualche irregolarità, ma la stragrande maggioranza è in regola». Il problema è che le irregolarità sono soprattutto di carattere contabile, come testimonia il caso dell’Aicos e dell’Aici che si sono viste revocare l’idoneità per non aver presentato né i bilanci, né le relazioni annuali sui progetti di aiuto. «Per Ong che lavorano in certi contesti è praticamente impossibile documentare alcune spese. Per questo stiamo per varare un decreto legge che punta sull’autocertificazione». E se qualcuno autocertificasse il falso?
è vero, a pensar male si fa peccato, ma qualche ragionevole dubbio attorno alle Ong permane. è normale che, per aiutare lo sviluppo, un cooperante percepisca fino a 4.200 euro al mese? Fanno forse parte dell’attività di cooperazione le spille “No alla guerra del petrolio” che la Ong “Un ponte per…” ha realizzato e che compaiono come voce di bilancio? E soprattutto chi sono i privati che finanziano le Ong? Domande senza risposta. Una sola precauzione: attenti ai buoni!
Nicola Imberti
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