La dialettica dell’umanitarismo

Di Rodolfo Casadei
14 Ottobre 2004
E' nato per affermare il valore del singolo e della sua sofferenza contro le pretese dell’ideologia ma oggi alimenta la cecità di fronte al terrorismo e si fa complice dei carnefici, come nel caso delle due Simone. L’umanitario non mantiene le promesse perché muove da una visione parziale dell’uomo

Ingrate. Accecate dalla faziosità. Insensibili. Succubi dei loro sequestratori. E infine venali. Gli aggettivi che una metà e passa di italiani hanno rovesciato sulle due Simone nei giorni seguiti alla loro liberazione, mano mano che si accumulavano le loro improvvide dichiarazioni e dettagli imbarazzanti sull’intera vicenda, non sono per niente leggeri. La condiscendenza delle due ex sequestrate verso i loro rapitori, la legittimazione della sanguinaria “resistenza irakena” nelle loro parole, le indiscrezioni circa i compensi di queste “volontarie”, paragonabili agli stipendi irakeni degli specialisti in sicurezza Agliana, Stefio e Cupertino da alcuni etichettati come “mercenari”, hanno scandalizzato moltissimi che avevano solidarizzato con le due donne nei giorni del rapimento. Buttare la croce sull’inadeguatezza delle due Simone rispetto al ruolo di personaggi che si sono ritrovate addosso o al metodo di lavoro discutibile dell’organizzazione a cui appartengono, però, è riduttivo oltre che ingiusto. La verità è che in discussione è tutto un mondo, quello che va sotto il nome di “umanitario”.

L’umanitario prolunga i conflitti
Lo scandaloso e irritante stile post-liberazione delle due cooperanti non è altro che un prodotto di risulta di quella che si potrebbe definire la “dialettica dell’umanitario”, il destino a cui l’umanitario non può sfuggire. Nato in polemica con le ideologie e con la ragion di Stato che hanno sempre sacrificato la vita dei singoli esseri umani alla realizzazione dell’utopia o all’interese nazionale, impegnato ad affermare il primato dell’essere umano concreto per mezzo della solidarietà compassionevole, l’umanitario oggi si è ribaltato esattamente in ciò che voleva negare: l’indifferenza alla sofferenza altrui, la subalternità ai disegni delle “potenze che sono”, la complicità inconsapevole o comunque cieca con i carnefici. Nato per combattere la disumanità di chi, Stato o combattente ribelle, ritiene giustificato spargere il sangue altrui se la causa è giusta, oggi l’umanitario alimenta la disumanità che voleva combattere. Non tanto per la faziosità politica dei suoi protagonisti, che pure esiste ed è evidente, ma per quella visione riduttiva dell’umano che è congenita all’ideologia umanitaria. La riduzione implicita nell’assunto «l’uomo è la sua sofferenza». Da questa premessa ideologica discendono tutte le contraddizioni dell’umanitarismo, fino alle scandalose Simone. Edward Luttwak ha scritto su Il Foglio che una delle contraddizioni più clamorose dell’azione delle Ong è che i loro interventi contribuiscono a prolungare i conflitti delle cui vittime esse si prendono cura, e fa l’esempio dei profughi hutu ruandesi nell’allora Zaire nel 1994-95: in nome dell’assistenza ai sofferenti, le organizzazioni umanitarie di tutto il mondo concentrarono i loro aiuti su quel milione di infelici che si erano accampati subito al di là della frontiera col Ruanda. Chiudendo al contempo gli occhi sul fatto che i campi profughi erano strettamente controllati dai miliziani del vecchio regime, responsabile del genocidio dei tutsi. Questi miliziani stavano riorganizzandosi in vista di una rivincita contro il Fpr (guerriglieri tutsi) che li aveva sconfitti, proprio grazie alla stabilizzazione dei campi profughi che gli aiuti producevano e ai prelievi sui medesimi che con vari stratagemmi gli ex maggiorenti di regime potevano compiere. Ma non chiusero gli occhi i nuovi governanti del Ruanda, che decisero una “guerra preventiva” con annesso regime change (la deposizione del presidente zairese Mobutu, complice dei revanscisti hutu) la quale ha prodotto effetti a catena che in un decennio hanno portato alla morte di quasi tre milioni di persone nell’ex Zaire.

Medico, professione socialmente pericolosa
Ma i disastri dell’amore cieco e le ricadute perverse non intenzionali dell’umanitario non sono affatto una scoperta di oggi. I più onesti e lucidi fra i volontari e fra i dirigenti delle organizzazioni di volontariato li hanno sempre conosciuti. Vent’anni fa i medici italiani che tornavano dall’Uganda di Amin e Obote tenevano normalmente questo discorso: «Per fortuna che oltre a curare i feriti abbiamo partecipato anche alla crescita delle comunità cristiane locali, perché dopo un’esperienza come questa non siamo più così sicuri dell’utilità sociale del nostro lavoro». Era la reazione logica di chi non si era precluso di guardare in faccia la realtà tutta intera, e non soltanto quella costituita dai corpi feriti bisognosi di cura. Ricucire i corpi della soldataglia di Milton Obote o dei predoni karimojong voleva dire puramente e semplicemente rimettere in circolazione dei criminali le cui vittime sarebbero venute a riempire gli stessi letti d’ospedale che essi avevano precedentemente occupato. Non diversi gli effetti perversi dell’Operazione Lifeline nel Sudan degli anni Novanta: il governo sudanese permetteva alle Nazioni Unite di distribuire massicci aiuti umanitari fra le popolazioni del Sud solo a condizione che una quantità equivalente venisse consegnata alle autorità del Nord. Una buona metà degli aiuti distribuiti nel Sud veniva in effetti incamerata dalle organizzazioni della guerriglia. Per garantire la sopravvivenza dei sud-sudanesi l’Onu ha fornito a governativi e guerriglieri risorse che sono servite a prolungare lo sforzo bellico che ha prodotto due milioni di morti per guerra e malattia fra quegli stessi sud-sudanesi.
Le due Simone non rappresentano certo il primo caso in cui l’umanitario serve docilmente gli interessi di agenti politici (nel loro caso l’interesse della “resistenza irakena” alla legittimazione). Negli anni che vanno dal 1989 al 1995 gli interventi umanitari nell’ex Jugoslavia, con la grande mobilitazione sociale e la grande retorica dei “costruttori di pace” che li ha accompagnati, hanno rappresentato una formidabile copertura morale all’inazione degli stati europei che lasciarono massacrare a Milosevic e Karadzic centinaia di migliaia di persone. Particolarmente cinico nella circostanza fu il comportamento del presidente francese Mitterrand, fautore dell’intangibilità dell’unità jugoslava e quindi della subalternità europea ai progetti panserbi, che provocò la reazione scandalizzata persino di Rony Brauman, cioè del fondatore di Médecins sans frontiéres, l’organizzazione capostipite dell’umanitarismo contemporaneo. «L’agitazione e i discorsi umanitari – disse Brauman in un’intervista riferendosi al capo dello Stato francese – gli hanno permesso di riaffermare l’attaccamento indefettibile della Francia ai diritti dell’uomo, di mimare un’opposizione al fascismo serbo, lasciandogli comunque via libera».

Quel gran furbo di D’Alema
Un altro esempio preclaro di manipolazione politica dell’umanitario, resa possibile dalla sua stessa natura, è stato la Missione Arcobaleno al tempo della guerra in Kosovo: attraverso di essa il governo D’Alema riuscì a far passare in secondo piano la partecipazione italiana ai bombardamenti sulla Jugoslavia, proiettando all’interno e all’esterno l’immagine dominante di un paese coralmente impegnato a portare soccorso alle vittime del conflitto. Gran parte delle stesse Ong che protestavano contro la partecipazione dell’Italia all’intervento militare della Nato ressero il sacco.
Potremmo proseguire con gli esempi di accecamento umanitario, ma ormai è chiaro che c’è qualcosa che non va nel manico. Diceva Charles Peguy che sono gli imbecilli che creano il furbo. In cosa consiste l’imbecillità dell’umanitario? Nel ridurre gli esseri umani alla loro sofferenza e nel non voler sapere nient’altro che questo. Gli umanitari in realtà non amano gli esseri umani: amano le loro piaghe, perché è grazie a quelle piaghe che possono atteggiarsi a filantropi moralmente superiori agli altri uomini, soprattutto a quelli che hanno responsabilità politiche, e avere la certezza di una costante gratificazione, quella della gratitudine dei beneficiati nei riguardi dei benefattori. Come ha scritto Alain Finkielkraut, «La generazione umanitaria… non ama gli uomini (troppo sconcertanti), ama occuparsi di loro. Se sono liberi, le fanno paura; per dare libero corso alla tenerezza e per prendersene cura senza che essi le sfuggano, li vuole handicappati». L’umanitario instaura un rapporto fra umani permanentemente squilibrato, dove uno dei due soggetti (quello che “può”) sfrutta la sua superiorità a fini di gratificazione: sentirsi sempre dire dall’altro che lui è buono, bello e bravo. La condizione indispensabile della gratificazione è lo stato di dipendenza dell’altro.

Umanitarismo, sostituto dell’ideologia
Il mondo dell’umanitario è popolato di cristiani di poca fede e di militanti di sinistra orfani di certezze ideologiche. Gli uni e gli altri chiedono alla pratica umanitaria di restituire loro quel senso di infallibilità e quelle certezze assolute anche esistenziali che hanno sperimentato nell’appartenenza ideologica o nella fede vissuta in modo ideologico prima della grande disillusione. In questo senso è esemplare la figura di un Gino Strada, capo del servizio d’ordine del Movimento studentesco alla Statale di Milano riconvertito in chirurgo di guerra senza frontiere. Quando Strada inveisce contro G.W. Bush e lo mette sullo stesso piano di Osama Bin Laden, non è solo il vecchio antiamericanismo comunista che agisce in lui, c’è un criterio di giudizio nuovo a cui fa ricorso: «Quei due sono uguali perché entrambi producono corpi straziati». I corpi feriti e sanguinanti svolgono nella testa di Strada la stessa funzione che in passato svolgeva il materialismo storico: gli garantiscono un criterio di giudizio infallibile, gli consentono un senso di superiorità etica sugli umani impigliati nei conflitti della storia, lo esonerano dai dilemmi morali intorno alla scelta del male minore, dai rischi dell’etica della responsabilità, dalla fatica del giudizio caso per caso. Ma il prezzo è molto alto: è il prezzo di non saper più distinguere fra azione e reazione, fra aggressore e aggredito, fra uccisioni di civili volontarie e deliberate e uccisioni accidentali e non volute, fra i bombardamenti di Milosevic e Karadzic per sterminare i bosniaci non serbi e quelli della Nato per impedire lo sterminio dei bosniaci, fra l’uso delle armi da parte di chi vuole portare l’Irak a libere elezioni e l’uso delle armi da parte di chi tali elezioni vuole impedire. Come ha scritto Finkielkraut: «Al tempo dell’ideologia, si credeva di sapere tutto; al tempo della beneficienza non si vuol sapere nulla».

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