Ultimi giorni di Bisanzio
Associazioni familiari, padri separati, demografi e sociologi lanciano l’allarme di fronte ad una crisi dell’istituzione familiare tradizionale che trascina nel baratro l’intera società, ma i media e la classe politica, impegnati a combattere la battaglia progressista radical-chic dei matrimoni omosessuali e a condurre battute di caccia politically correct al Buttiglione di turno, si comportano come i bizantini del XV secolo: concentrano tutte le energie sull’individuazione e demonizzazione dell’eretico interno, ignorando l’assedio del nemico alle porte. Per loro il problema non è che le famiglie, quelle che da millenni garantiscono la riproduzione sociale, non ce la fanno più ad arrivare alla fine del mese, ma che alle coppie gay non sia concessa la corona del carnevale con su scritto “famiglia”. Per loro il problema non è che i padri arrivino ad uccidere e uccidersi perché, a causa dei meccanismi della “fabbrica dei divorzi”, sono impietosamente tagliati fuori dall’esercizio della paternità, ma che il ministro uscente delle Politiche comunitarie abbia leso la maestà delle famiglie rette dalla sola madre, mettendo in discussione la normalità dell’esclusione della figura paterna dall’orizzonte dei figli.
Branco rosa contro Armata dei padri
Il primo grido senza eco è quello del Forum delle associazioni familiari, un’organizzazione ombrello che riunisce 35 associazioni in rappresentanza di 3,5 milioni di famiglie. «È drammatico registrare che una famiglia su dieci è sotto la soglia della povertà», ha commentato giovedì scorso Luisa Santolini, presidente del Forum, a proposito dei dati sulla povertà in Italia recentemente diffusi dall’Istat, secondo i quali nel nostro paese ci sarebbero 2 milioni e 360mila famiglie in condizioni di povertà relativa, pari all’11,3 per cento della popolazione. «È la conferma – aggiunge – di un trend che denunciamo da anni. Lo scivolamento nella fascia della povertà sarà inevitabilmente sempre più forte, se non si imboccherà con decisione la strada della riforma fiscale a favore della famiglia. L’auspicio è che la prossima Finanziaria possa finalmente segnare un’inversione di tendenza. È al lavoro, a questo proposito, il tavolo tecnico Forum-ministero per individuare i criteri di assegnazione dei fondi che saranno destinati alla famiglia. Noi chiediamo, come facciamo da sempre, di puntare tutto sulle deduzioni per i familiari a carico, perché in questo modo si lasciano risorse alle famiglie e le si mettono in condizioni di affrontare il futuro con più serenità, così come avviene in tutti i paesi d’Europa».
Il secondo grido di dolore è quello del Gesef, associazione di genitori separati, cui si uniscono le pittoresche ma dolenti schiere dell’Armata dei Padri, dell’Associazione Figli Negati, dell’Associazione Papà Separati. In Parlamento le proposte di legge sull’affido congiunto, formula che permetterebbe ad entrambi i genitori di esercitare la loro genitorialità anche dopo la separazione o il divorzio, che nelle condizioni attuali producono quasi sempre una vera e propria espropriazione della paternità, arrancano penosamente. Causa di ciò è soprattutto il fuoco di sbarramento che in Commissione affari sociali alzano le deputate dell’estrema sinistra, segnatamente Katia Zanotti e Marida Bolognesi della sinistra Ds e Tiziana Valpiana di Rifondazione Comunista. Elvia Ficarra, responsabile dell’Osservatorio Famiglie Separate del Gesef, non ne ha potuto più e giovedì scorso è uscita con un comunicato stampa che leva la pelle alle suddette. «In qualunque sede istituzionale, mediatica o salottiera – ha scritto in un godibilissimo comunicato del 15 ottobre u.s. – vi adoperate a propugnare l’immagine di una donna sempre vittima dell’onnipotenza e del dominio maschile, incapace di qualsivoglia difesa, debole economicamente, fragile emotivamente, bisognosa di costante sostegno. Un’icona. Funzionale a chi si è fatto paladino del ricatto femminile propugnando l’opportuna “protezione” in cambio di voti e potere. Ed ha quindi scalato, negli anni, buona parte di questi settori parlamentari, giudiziari, cultural-scientifici, della Pubblica Amministrazione e mediatici, appropriati a tal scopo. Utilizzandoli al meglio. Così che al patriarcato – che della donna rappresentava la medesima immagine di debolezza, arrogandosi la tutela – si è sostituita la sorellanza del cosiddetto “branco rosa” burocratizzato. Che facendosi interprete della persistente oppressione femminile e del necessario affrancamento, si è illuso di poter stendere a tappeto il controllo politico/elettorale sull’altra metà del cielo. Nell’intento di modificare la società, a cominciare dalla famiglia, nella direzione dei superiori valori femminili (…) Ciononostante, questa moltitudine di donne “vittime” non vota le donne. L’ultima tornata elettorale ha pesantemente deluso le aspettative, malgrado la quota di candidate al 30% per legge e la massiccia pubblicità rosa-ministeriale a spese dei contribuenti. Le donne fanno un uso spudorato della protezione accordata e dei vantaggi connessi, ma non ringraziano. Sanno benissimo che il vittimismo è un potere ricattatorio formidabile, perché occulto ed inattaccabile; ma non nutrono alcun rispetto verso chi glielo cuce addosso per arraffare un potere manifesto (…) Molte tra le più convinte militanti della crociata anti-maschio stanno già sperimentando gli effetti collaterali. Vittime di se stesse, non riescono ad “emanciparsi” dalla trappola di solitudine, depressione, nevrosi ossessiva, conflittualità permanente, anaffettività e attaccamento patologico ai figli, nella quale sono imprigionate. Altre non riescono a fronteggiare i disagi dei figli. Che agiscono lo stesso modello di comportamento vessatorio, ricattatorio e manipolante di cui sono stati vittime, strumenti o testimoni (…) Le più anziane, ormai nonne, si trovano a dover difendere i figli maschi adulti, nuova generazione bersaglio della discriminazione sessista. Un autentico boomerang. Le più previdenti si guardano bene dall’intestare qualsivoglia proprietà ad un figlio in procinto di sposarsi o diventare padre. Il vittimismo posticcio a lungo andare presenta il conto: una sofferenza vera. Appetibile terra di conquista per l’armata dei terapeuti della psiche, sia adulta che infantile/adolescenziale. Il loro intervento aumenta in maniera proporzionale alla natura e varietà dei disagi – volutamente indotti – ed alla incapacità/fragilità degli individui – volutamente indotta – a relazionarsi col mondo circostante».
«Stiamo mangiandoci il capitale sociale»
All’invettiva verbale, alta e lirica, si accompagnano i fatti, sotto forma di pubbliche proteste e manifestazioni di sensibilizzazione. Che sui media italiani, uniti da una congiura del silenzio, non trovano eco. Chi sa che nel settembre scorso 50 padri separati hanno protestato travestiti da Batman davanti al Colosseo per solidarietà con Jason Hatch, il padre inglese salito su di un cornicione di Buckingham Palace per poter rivedere il figlio affidato alla madre? The Times e Time Magazine ne hanno parlato estesamente, non la stampa italiana. I papà separati sono gli stessi che hanno organizzato una Marcia dei Padri in maggio, un sit in di protesta davanti al ministero dell’Educazione venerdì scorso per difendere il diritto (finora negato) di un padre separato siciliano ad avere in visione la pagella del figlio affidato alla madre, e che per il 6-7 novembre p.v. organizzano al Parco di Monza il Primo Festival nazionale della paternità. Sono gli stessi che parlano di 50 omicidi-suicidi nel solo 1998 per ragioni legate a contese per l’affido dei figli dopo un divorzio, di 1 milione e 200mila «minori praticamente orfani di padre vivo, privati per legge del loro diritto ad avere accanto la figura paterna». Cifre da prendere con le molle, non scientifiche, ma che segnalano in ogni caso un’esasperazione a livelli di guardia in chi le rilancia.
Scientifiche e inattaccabili, invece, le sobrie riflessioni di Giancarlo Blangiardo, demografo dell’Università di Milano-Bicocca esperto di trend della famiglia. «In Italia, come negli altri paesi mediterranei, resiste la concezione familiare classica, centrata sulla coppia coniugata, mentre nel nord Europa si sta generalizzando la famiglia monoparentale. L’evoluzione riguarda piuttosto il numero dei figli: a causa di problemi economici, della difficoltà di conciliare lavoro e famiglia e soprattutto lavoro e maternità, gli italiani hanno preso a fare meno figli che in passato. Le famiglie senza figli o con un solo figlio sono sempre più numerose». Questo ha due conseguenze, una che riguarda i figli stessi e una che riguarda il welfare dei genitori. «Dove c’è il figlio unico non ci sono fratelli, e quindi non c’è socializzazione del bambino. E il problema si ripropone nella generazione successiva: i figli del figlio unico non avranno né cugini né zii, salta interamente un ramo collaterale. Il bambino cresce circondato solo da adulti, troppi adulti, oppresso e condizionato dalla loro presenza». «Si è teorizzato che col figlio unico si passava dalla quantità alla qualità, ci si poteva concentrare sull’educazione avendo minori problemi di vita materiale: non è stato così, è cresciuta una generazione di ragazzi deresponsabilizzati, 25enni che continuano a vivere in casa coi genitori perché gli conviene. Eterni adolescenti».
Le conseguenze della famiglia con pochi figli sul welfare di lunga durata dei genitori non sono minori: «Restringendosi la famiglia, si restringe l’energia disponibile per la solidarietà familiare: il figlio unico non potrà prendersi cura contemporaneamente dei genitori anziani e della famiglia che si è creato. Il futuro dei papà e delle mamme di oggi è grigio: quando loro saranno anziani, le risorse esterne, statali, non saranno molto abbondanti, e quelle interne, filiali, stirate al massimo. Nel 2050 in Italia 16 milioni di abitanti su 55 avranno più di 65 anni. Questo esercito di anziani potrà contare su una solidarietà sociale ridotta a causa del deficit pubblico, e su strutture familiari indebolite per il limitato numero di figli». Ha scritto Pierpaolo Donati, decano dei sociologi italiani della famiglia: «Il capitale sociale civico, anche in una società complessa e ad elevata modernizzazione, si regge sul capitale sociale primario della famiglia e cresce o diminuisce in correlazione con esso». Come recita l’abusata metafora: stiamo tutti ballando sul Titanic.
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