IL PARTITO DELLA SPESA PUBBLICA

Di Nicola Imberti
04 Novembre 2004
Chi non vuole il taglio delle tasse e perché? I più informati parlano di “burocrati” che, con il taglio delle tasse, temono di perdere il loro piccolo potere

Che la Casa delle Libertà non godesse di buona salute era abbastanza facile immaginarlo. Un 7 a 0 è pur sempre un 7 a 0 soprattutto se maturato tra i litigi degli alleati. Neanche l’Europa ride a Berlusconi. La bocciatura di Buttiglione, infatti, crea sicuramente più problemi in Italia che a Bruxelles (il buon Mario Baccini, dicono i maligni, ha già consumato il vestito nuovo acquistato per fare il ministro). Il vero nervo scoperto resta, però, il taglio delle tasse. Se infatti l’opposizione attacca la manovra in maniera ideologica cercando di farla passare per un mero spot elettorale pro-Berlusconi, i nemici più convinti sembrano essere quelli interni alla maggioranza. Un vero e proprio partito trasversale che non vuole ridurre la pressione fiscale. La domanda nasce spontanea: chi non vuole il taglio delle tasse e perché?
In testa a quello che, nei corridoi di Montecitorio, è stato ormai ribattezzato il “partito della spesa pubblica improduttiva”, sta un’ampia schiera di alti funzionari particolarmente legati al ministero dell’Economia e delle Finanze. I più informati parlano di “burocrati” che, con il taglio delle tasse, temono di perdere il loro piccolo potere. Nell’idea di Berlusconi, infatti, l’abbassamento della pressione fiscale coincide con un rimodellamento e una progressiva riduzione della presenza dello Stato nella società. «Oggi in Italia – ci spiega un dipendente del ministero – ci sono circa 4 milioni e mezzo di dipendenti pubblici mentre tutto il settore genera un indotto di circa 10 milioni di persone. Rimodellare la presenza dello Stato significa, di fatto, ridurre il numero di questi dipendenti che, nei prossimi anni, potrebbero arrivare fino a 3 milioni con un indotto di 7». Questo significa licenziare oltre 1 milione e mezzo di persone? «No, assolutamente no. Vi faccio un esempio molto semplice. Pensiamo alla scuola. Domani lo Stato potrebbe dire ai suoi cittadini: io ti permetto di detrarre dalle tasse ciò che tu spendi per mandare tuo figlio in una scuola privata. Cosa succede? Introducendo il principio di libera scelta lo Stato riduce la pressione fiscale. Libera scelta, però, significa anche competizione tra pubblico e privato e in futuro cosa vieterà ad un professore di passare da una scuola pubblica ad una privata? In questo modo non si dovrà licenziare nessuno. Il problema, semmai, sarà per quel dirigente che, fino ad oggi ha potuto contare sul “peso politico” di 20mila scuole pubbliche, e che domani potrebbe trovarsi con 10mila scuole pubbliche e 10mila private. Ha perso parte del suo potere». La questione diventa estremamente delicata se si pensa che proprio in questo bacino di funzionari pescano i propri consensi due dei partiti della coalizione di governo: Alleanza Nazionale e l’Udc. Le vere “serpi in seno” del presidente Berlusconi sono proprio loro, abili a cavalcare lo slogan elettorale “meno tasse per tutti” quando serviva e ora altrettanto abili nel rassicurare i propri elettori che nulla cambierà. La strategia è chiara, nascondere il proprio dissenso dietro battaglie giuste che comunque sarebbero oggetto della manovra come le agevolazioni a favore della famiglia e la fiscalità a vantaggio delle imprese. «è ovvio che il taglio delle tasse interesserebbe sia le famiglie che le imprese. Le polemiche sollevate da An e Udc sono assolutamente strumentali» dicono a Montecitorio. Nel frattempo la fronda si organizza e se Gianfranco Fini non perde occasione per attaccare la manovra, il segretario Udc Follini invia timidi ma chiarissimi segnali (anche se in molti sono pronti a giurare che la vera mente dell’operazione sia Casini in persona). Il risultato è un completo immobilismo. Dopotutto i voti son voti, le tasse possono anche aspettare.

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