SCUSALI MAGGIE, NON è COLPA LORO

Di Bottarelli Mauro
11 Novembre 2004
Noi stimiamo Francesco Giavazzi, editorialista economico del Corriere della Sera.

Noi stimiamo Francesco Giavazzi, editorialista economico del Corriere della Sera. Lo stimiamo davvero. Ma, l’interessato ci scuserà per la preferenza, stimiamo molto di più Margaret Thatcher, incautamente e strumentalmente citata dallo stesso Giavazzi sull’edizione del Corriere di domenica per – ma guarda un po’ – attaccare il progetto di riduzione delle tasse del governo Berlusconi. Morale? La ricetta vincente della Lady di Ferro fu il taglio della spesa pubblica, altro che la leva fiscale. Andiamo con ordine. Al di là del fatto che con la blue revolution conservatrice in Gran Bretagna il grado di protezione dei cittadini non è stato minato, né tantomeno smantellato il welfare state, preme ricordare che oggi il livello di spesa pubblica britannica è lo stesso di venti anni or sono. Solo che, nel 1979, alle voci sanità, pensioni, educazione andava meno della metà delle uscite totali; ora viene destinato il 61 per cento. Intanto, la pressione fiscale è pari al 35,5 per cento; in Italia al 44 e in Germania al 45 per cento. All’inizio dell’era Thatcher l’aliquota massima sulle persone fisiche raggiungeva l’83 per cento, ora si è dimezzata al 40; quella minima è passata dal 33 al 23 per cento. L’aliquota complessiva sui redditi delle società di capitali (nell’arco di quindici anni) è scesa, nel Regno Unito, dal 52 al 33 per cento, mentre in Italia è salita dal 36 al 53. La somma delle imposte dirette e dei contributi sociali ammonta – Oltremanica – al 50 per cento delle entrate, da noi al 66. Su 100 vecchie lire di retribuzione, in Italia, se ne devono aggiungere 44 di oneri sociali, nel Regno Unito solo 18. Il salario collegato ai risultati aziendali è detassato in misura del 20 per cento. E la disoccupazione è ai livelli meno elevati d’Europa. Il tasso di occupazione regolare (nell’età compresa tra i 15 e i 64 anni) nel Regno Unito è superiore al 71 per cento, da noi si aggira sul 51 per cento.
Quindi, a essere proprio sinceri, qualcosina il taglio delle tasse c’entra con la ricetta vincente della Lady di Ferro. Il problema è che Giavazzi non è in malafede, è costretto a circumnavigare la realtà per non imbattersi in un totem. Il successo più importante della Lady di Ferro riguardò infatti il ridimensionamento del potere delle trade unions attraverso i tre statutes in materia: l’Employment Act del 1980, quello del 1982 e il Trade Union Act del 1984. I primi due provvedimenti costituivano la fase di transizione verso il nuovo diritto sindacale plasmato conclusivamente nel terzo, i cui obiettivi miravano alla protezione della sfera dei diritti del singolo lavoratore nei confronti dei poteri dell’apparato sindacale e delle clausole di union security che imponevano, in pratica, l’adesione al sindacato per aver accesso al lavoro e all’applicazione dei contratti. Tali clausole non furono né proibite, né dichiarate illegittime: venne soltanto stabilito, per legge, che per avere validità dovessero essere sottoposte a una specifica approvazione da parte dei lavoratori interessati. E tutto il castello crollò. Troppo per l’Italia, dove la sinistra ha come dogma fondante il conflitto di interessi del premier ma casualmente non si accorge della poco trasparente situazione di chi – come la Triplice – strepita per dire la sua sulla riforma delle pensioni nonostante sia parte in causa nel business della gestione dei fondi previdenziali, Cometa docet. Ma anche questo non è colpa di Giavazzi.

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