Il silenzio degli innocenti?

Di Nicola Imberti
18 Novembre 2004
Affare Telekom Serbia. Il rapporto della Commissione parlamentare è servito. Ecco nero su bianco tutte le reticenze di Prodi & C.

Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare della Commissione 11 settembre. Sì, esatto, proprio quella che doveva sbugiardare il “cattivone” Bush. E di Lord Hutton, mai sentito parlare? Ma sì, proprio lui, il “gran censore” del governo Blair. C’è qualcosa di estremamente comico nel giudizio che la stampa e la politica italiana hanno delle commissioni di inchiesta istituite negli altri stati. Sono tutte fondamentali per il futuro della democrazia. Quelle degli altri ovviamente, le nostre, al contrario, sono attentati alla libertà dei cittadini. Così può anche accadere che una commissione d’inchiesta istituita per chiarire le responsabilità politiche nell’affaire Telekom Serbia, si trasformi in una sorta di “arma” nelle mani della maggioranza che vuole colpire l’opposizione.
Tutto ciò è ancora più comico se si pensa che quella commissione, proprio sul finire del suo mandato, ha redatto un volume di 628 pagine, una relazione che (ahimé) raccoglie solo la prima parte del lavoro svolto. Ne avete sentito parlare? Ovviamente no, anche perché la relazione sancisce in maniera inequivocabile che quella di Telekom Serbia fu un’operazione che «non doveva essere fatta».
I fatti sono fin troppo conosciuti. Il 9 giugno 1997 Stet-Telecom Italia acquista attraverso la controllata Stet International Netherlands, il 29% di Telekom Serbia pagandolo oltre il doppio del suo valore. Risultato: una perdita di almeno 500 miliardi di lire per il pubblico denaro (a quel tempo il ministero del Tesoro deteneva ancora il 61% del capitale ordinario di Stet). Perché? Cosa ha spinto la società ad accettare questa operazione? Ma soprattutto perché il governo di allora non vigilò come avrebbe dovuto?

Il triumvirato Prodi, Dini, Fassino
La relazione pubblicata dalla commissione è ricca di interessantissime domande. C’è un solo problema, coloro che avrebbero dovuto rispondere si sono rifiutati di farlo. Tomaso Tommasi di Vignano, amministratore delegato di Telecom all’epoca, si è avvalso della facoltà di non rispondere confermando, però, una propria intervista a l’Espresso, nella quale testualmente dichiarava: «Tutti dunque sapevano, ma nessuno mi ha chiesto di fermarmi o anche solo di dare altri chiarimenti: nessun consigliere di amministrazione, nessun esponente del Tesoro, nessun alto personaggio del governo e, badi bene, nessun leader dell’opposizione».
Gli “alti personaggi” del governo di allora (Romano Prodi presidente del Consiglio, Lamberto Dini ministro degli Esteri e Piero Fassino sottosegretario agli Esteri) non hanno accettato di presentarsi davanti alla commissione. Poco male, per fortuna c’è chi ha parlato anche per loro. Anzi, sarebbe meglio dire che il loro silenzio parla (e fin troppo).
Procediamo con ordine. Romano Prodi ha sempre ribadito di non saper nulla dell’operazione. Non la pensa così Biagio Agnes, già presidente di Stet, secondo cui l’Iri (e quindi il governo, di cui l’istituto era tramite) «non poteva non sapere». Tra l’altro ci sarebbe proprio Prodi dietro l’ingiustificata “defenestrazione” di Agnes e Ernesto Pascale (amministratore delegato di Stet) e la successiva nomina di Tommasi di Vignano. «Il problema allora – dice Gaetano Rasi, già rappresentante di Poste e telecomunicazioni nel cda di Telecom – era quello di rispondere direttamente agli orientamenti e soprattutto all’operatività del governo Prodi. (…) Il dottor Pascale era un uomo di struttura, cioè si preoccupava dell’efficienza del sistema, per la qual occorreva mantenersi al passo con le tecnologie. (…) Tommasi per me era un uomo prono a quello che gli ordinavano Micheli e Prodi». Come non essere d’accordo con quanto scritto da Giampaolo Pansa nel settembre del 2003: «Chi sta in cima a una piramide di potere, non può non conoscere che cosa va facendo chi gli sta sotto. Valeva per il Berlusca? Allora vale per Romano Prodi & C.».
Lamberto Dini: un altro innocente che non sapeva. Peccato che nella relazione della commissione figurino 14 dispacci (13 telegrammi e una lettera) di un inutilmente allarmato ambasciatore italiano in Serbia. «Secondo altre voci – scrive l’ambasciatore Francesco Bascone il 7 febbraio del 1997 – Stet starebbe concludendo (o avrebbe concluso) acquisto quota 49 per cento dell’ente serbo telecomunicazioni. Sua offerta sarebbe di 2,5 miliardi di marchi (secondo altra fonte la metà, ma si tratterebbe ancora di una cifra enorme, sufficiente ad alleviare fino alle politiche la pesantissima situazione finanziaria e valutaria del paese, ndr)».
Alle prove fanno da contrappeso le dichiarazioni di Stefano Sannino, capo della segreteria dell’allora sottosegretario Fassino secondo cui: «Le comunicazioni dell’ambasciatore Bascone credo siano talmente numerose e con una diffusione talmente ampia che mi sembra difficile dire che il ministero non ne fosse a conoscenza».
Che dire poi di Fassino l’unico che, in un moto di debolezza, dichiarò a Giampalo Pansa: «Sono l’unico che non c’entra in questa storia della Telekom Serbia, e dovrei espormi proprio io?».

Tutto tace
Ma se è così evidente che chi era istituzionalmente responsabile non intervenne pur sapendo, perché tutto tace? Che fine hanno fatto Repubblica, l’Espresso e tutti coloro che contribuirono a scoprire il coperchio di questo pentolone? «è abbastanza inusuale – ci dice l’onorevole Enzo Trantino, presidente della commissione d’inchiesta su Telekom Serbia – che di fronte alla “durezza” di questa relazione non ci sia stato nessun commento. Evidentemente abbiamo toccato il punto nevralgico della questione perché quando si è in difficoltà la miglior difesa è il silenzio. Dopotutto, vista la campagna di stampa condotta contro di noi, sarebbe stato facile sbeffeggiarci se avessimo detto cose non vere. Invece c’è stata la difficoltà oggettiva di criticarci. Le nostre sono accuse precise fondate su carte. Non si tratta di un teorema. 628 pagine rimaste senza risposta».
«Certo – continua Trantino – quella che lei ha in mano, è una relazione parziale visto che, per essere completo, al nostro lavoro mancano tre pilastri fondamentali. Innanzitutto la testimonianza di Prodi, Fassino e Dini. Non ci hanno risposto, il loro silenzio certamente non li assolve, semmai li colpevolizza ancora di più. Secondo elemento, le testimonianze di Tommasi e Giuseppe Gerarduzzi (firmatario del contratto di acquisto) che si sono avvalsi della facoltà di non rispondere in quanto indagati nel procedimento in corso di svolgimento a Torino. Infine le cinque rogatorie che potrebbero permetterci di acquisire nuovi documenti».
Insomma, il quadro complessivo sembra chiaro. «Un’operazione atipica, inusuale e fuori dalla regola» (così l’ha definita Giancarlo Spasiano, responsabile internazionale dell’operazione), è stata conclusa senza problemi con l’assenso di chi poteva evitarla. Nessuno sa ancora perché. «Pansa dice che “se la verità non fa male, che verità è?” – conclude Trantino –. Noi siamo onorati di aver fatto male, obbligati dai fatti. Era un dovere verso gli italiani».

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