Laici e chierici
«O l’Europa sarà cristiana, o non sarà». Questo dice da anni il grido di Giovanni Paolo II e questo oggi sottoscrive il fior fiore dei laici europei. Chi manca all’appello? Il solito drappello di intellettuali cattolici e certe antichità laiciste. I clericali-clericali e i clericali-laici, direbbe Peguy. Le “due bande” di sussiegosi che sentono mancare la terra sotto i loro piedi se la realtà è così testarda da mandare in pensione tanti anni di onesto servizio reso a una ideologica interpretazione del Concilio Vaticano II e, in ossequio alla religione del multiculturale e del politicamente corretto, allo “spirito dei tempi”.
Theo ucciso dalla società patriarcal-comunitarista. Così pensa una margherita in dialogo con la sociologa marocchina. Ma il multiculturalismo è un po’ alle cozze (e lo pensa anche Schroeder)
Il multiculturalismo in ritirata le inventa (e le mistifica) tutte pur di non arrendersi all’evidenza di certi piccoli brividi che vengon su dalla schiena dei fatti. Il mandante dell’omicidio di Theo Van Gogh? Per la onorevole della Margherita e prodiana di ferro Franca Bimbi è «la società patriarcale e il comunitarismo». Lo dice a un convegno romano con la signora Fatema Mernissi, sociologa marocchina che «con i suoi libri ci fa conoscere un mondo islamico diverso da quello che percepiamo noi occidentali dalla lettura dei giornali». Già, i giornali forse si sono inventati Al Zarkawi, i tagliateste e gli omicidi rituali (come è sempre piacevole leggere tra le righe dei reportage di Bernardo Valli su Repubblica) e queste Mernissi sono fari nella notte. Che, per esempio, nello stesso giorno in cui si seppellisce Theo e il giovane assassino è già in galera con un paio di suoi compari islamisti, a domanda di Tiziana Ferrario su cosa pensa dell’omicido, risponde il faro Mernissi: «Non ho informazioni, mi pare sia stato un olandese, no? Ma non posso dare giudizi, sono una sociologa, dovrei fare un report scientifico sulla vicenda». Molto bene. La signora Mernissi non se la sente di dare giudizi sull’omicidio di Theo, però è sicura che «bisogna dialogare con i terroristi». L’Olanda è in subbuglio, il Belgio trema dopo l’esecuzione con un colpo alla testa di un ebreo, la Francia fatica ad arginare l’ondata di antisemitismo nelle scuole e nelle banlieu e perfino Schroeder, con toni e contenuti mai usati da un cancelliere, è costretto a esternare tutta la preoccupazione di una società tedesca che si sente assediata dai ghetti islamisti che il relativismo culturale ha contribuito a creare. Il paradigma multiculturale è in caduta libera in Europa e il contrattacco parte da quell’Inghilterra dove fino a poco tempo fa avresti rischiato la galera per un “crimine linguistico” (come capita ancora in Svezia al pastore protestante reo di aver parlato di omosessualità in termini politicamente scorretti e per questo condannato a sei mesi di carcere).
Europa cristiana, o non sarà. Lo dicono Pera, Ferrara, Habermas, Finkielkraut, Magdi e Fouad Allam, eccetera.
Ma il chierico non ci sta
In Italia tutto scorre ancora sottotraccia, ma non è bello scoprire che perfino un’anchorman di La7, la musulmana Rula, ha timore a dire che è sposata (vedi l’intervista a Sabelli Fioretti su Corriere della Sera Magazine), ovvero ha paura a confessare di essersi accompagnata multiculturalmente a un italiano (non si sa mai, di questi tempi, cosa si rischia a far sapere in giro che ci si è macchiati dell’onta di aver messo su famiglia con un cristiano). Molto bene. Nei paesi arabi, illustri commentatori musulmani (come il direttore di Al Arabiya) iniziano ad ammettere le responsabilità di un’educazione sbagliata e sparano ad alzo zero contro l’utopia sanguinaria che trasferisce le proprie frustrazioni e ignoranza sulle spalle dell’Occidente. In Italia, autorevoli commentatori islamici come Magdi Allam (che circola con una imponente scorta armata) e Khaled Fouad Allam non hanno dubbi nell’indicare quali siano i nemici della democrazia, vanno giù piatti e, dicono questi islamici, «senza cristianesimo è la fine dell’Europa». Molto bene. Pera dice che non basta più dire con Croce «non possiamo non dirci cristiani» ma «dobbiamo proprio dirci cristiani» perché laicità e democrazia non possono sussistere fuori dalla storia e dall’eredità cristiana. E non lo dice solo Pera, è in atto un vero e proprio sommovimento nell’intellghentsia laica europea: da Ferrara a Scruton, da Finkielkraut ad Habermas, non c’è laico pensante che non abbia capito il Papa. Lo dice il Foglio e lo dice Avvenire. Strano a dirsi, sono invece certi intellettuali cattolici che si mostrano irritati da questo imprevedibile riconoscimento da parte laica della profezia petrina per l’Europa. E così, c’è chi alza il velo della vecchia ideologia post-conciliarista (i prodiani Scoppola e Melloni per esempio, dove il secondo dichiara di sentirsi addirittura tradito da una “Chiesa matrigna”) e chi, nella casa di bambola di una gloriosa e antica militanza, reagisce come il politico Andreotti o lo scrittore Messori, con la supponenza del chierico che non si abbassa a considerare il mondo dei mortali.
Chiacchiere svagate, lassù in soffitta, a difendere superstizioni e passatismi. E laici, cioè cristiani, a difendere ragione e futuro d’Europa
Chierici cattolici e chierici laici, una strana alleanza che partorisce chiacchiere svagate e una pubblicistica pigra, imperniata sull’intervista gigiona e su improbabili reportage consolatori (insomma, prendi un Gibson, come fa Rep, per dire che la vera minaccia è l’integralismo cristiano; o più paludato, prendi una mezza dozzina di voci bianche dall’Italia, come fa il Corsera, e li rappresenti al lettore come il verbo di milioni di cattolici che non avvertono alcuna minaccia alla loro identità e considerano assolutamente innocue le sfide zapateriane e islamiste in Europa). Però l’accusa dell’uso della religione come instrumentum regni, del buttare il cristianesimo in politica, della strumentalizzazione ferrariana di Ratzinger, gli si sfarina nelle mani ai colonnelli di complemento al pensiero debole e multiculturalista. Perché è una strumentalizzazione che non c’è (a meno di riuscire a dimostrare che anche l’ateo Habermas e l’ebreo Finkielkraut hanno interessi berlusconiani e bushiani con la Chiesa cattolica), mentre la strumentalizzazione intorno al Concilio Vaticano II rimessa in circolo dalla trincea di Repubblica, è un cloroformio ideologico che non riesce più a nascondere la bandiera bianca. Ma la bandiera della resa zapateriana alla religione multiculturale che futuro ha davanti alle gigantesche sfide che percorrono le città e i ghetti d’Europa? Nessuno. Se non quello di finire in soffitta, come la cappellina del ricovero per derelitti creato dal buon don Colmegna, che «sta all’ultimo piano» essendo che «nel resto dell’edificio l’unico segno religioso è quello dell’accoglienza e dell’ospitalità che è fatta di rispetto della altrui cultura e fede». Buoni santuari. Intanto laici, cioè cristiani, pensano alla modernità. Cioè alla rievangelizzazione razionale, umana e politica dell’Europa.
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