Ripartire dall’uomo
I riformisti, si sa, non hanno mai avuto vita facile in Italia. Marginalizzati per troppo realismo, politicamente vilipesi, additati di ogni possibile nefandezza – ivi compreso il peccato originale del presunto trasversalismo – e soprattutto bersaglio delle mani armate del terrorismo a loro volta sapientemente indirizzate dalle scomuniche dell’odio massimalista. Massimo D’Antona e Marco Biagi, hanno pagato il prezzo più caro per il loro impegno nella ricerca di una modernizzazione della società che spezzasse logiche consociative e di conservazione, molti altri vivono sotto scorta per l’identico motivo. Maurizio Sacconi è sottosegretario al ministero del Welfare, lo stesso in cui lavorava come consulente Marco Biagi e soprattutto è uno spirito ideologicamente libero: una strega da bruciare sulla pira della rendita, in poche parole. Ancor più da quando, insieme a Paolo Reboani e Michele Tiraboschi, ha scritto il libro La società attiva. Manifesto per le nuove sicurezze (Gli specchi del presente, Marsilio editore, euro 11), il manifesto per un rinnovato sistema di welfare e la promozione di una società insieme più competitiva e più giusta perché ad alta dotazione di capitale umano. Roba da rogo hitleriano, in un paese come l’Italia.
Abbiamo interpellato Maurizio Sacconi alla vigilia della presentazione milanese del volume e con lui abbiamo parlato di welfare, riforme, ma soprattutto della necessità di rimodellare la società partendo dalla sua base attiva, ovvero dalla persona e dalle sue esigenze e aspettative.
Sottosegretario Sacconi, il vostro libro si apre con una citazione di Anthony Giddens, il guru della Terza via e del New Labour britannico: una contraddizione provocatoria, per un politico di centrodestra come lei, o un’affinità elettiva con quel mondo?Nessuna contraddizione o provocazione, piuttosto grande affinità. Come è noto gli schieramenti politici italiani sono paradossali rispetto a quelli esteri, c’è tanta destra nel centrosinistra e tanta sinistra nel centrodestra. Questo è il frutto della riclassificazione forzatamente avvenuta dopo il “colpo di Stato” del biennio 1992-94. La Casa delle Libertà ha nel suo seno una cultura politica che la rende naturalmente dialogante con quella del New Labour di Tony Blair: non per niente il primo atto del governo Berlusconi è stato un protocollo d’intesa italo-britannico sulla strategia di Lisbona per quanto riguarda il mercato del lavoro e l’ammodernamento dello Stato sociale. I nostri due approcci, quello britannico e quello italiano, sono destinati a integrarsi ma hanno già buone basi di convergenza.
Cosa significa ripartire dalla centralità della persona in un’ottica di ammodernamento del welfare e riforma del mercato del lavoro?
Partire dalla centralità della persona significa riconoscere l’arricchimento continuo della persona, quindi far proprio un incremento di capitale umano attraverso un processo di non autoreferenzialità delle istituzioni. Bisogna partire da un concetto nuovo, un concetto che veda lo Stato impegnato nel garantire opportunità ai cittadini ponendo però delle regole che fanno riferimento al senso di responsabilità degli stessi. è inutile negarlo, la prima risposta al bisogno è il lavoro, l’autosufficienza della persona. Il welfare quindi non può tradursi in un mero risarcimento che poi porti inequivocabilmente all’accantonamento della persona, il cosiddetto welfare to retirement. No, noi dobbiamo offrire formazione per riqualificare, dobbiamo garantire ai cittadini l’esatta e più ampia possibile conoscenza della domanda e dell’offerta di lavoro: se però la persona si sottrae a queste offerte perde i benefici.
Nonostante il clima di contrapposizione frontale, anche da sinistra si alza qualche timida voce che parla questa lingua, penso a Michele Salvati oppure all’economista Nicola Rossi. Lei cosa ne pensa?
Al di là del dibattito accademico, all’interno del quale è innegabile che si alzi qualche voce da sinistra per discutere di nuovo welfare, nel concreto confronto politico non c’è mai stata una minima apertura. Qualche spiraglio di realismo bipartisan, per amore di verità, si può ritrovare nei territori, dove si sono registrate esperienze di dialogo positive come l’accordo Zoppas che ho seguito personalmente. In quel caso le parti hanno concordato con le istituzioni locali delle vere e proprie politiche di workfare per una grande riorganizzazione: si tratta del primo accordo che così esplicitamente individua un programma di ricollocamento di un grande numero di persone attraverso formazione e integrazione del reddito.
Eppure larga parte della sinistra e dei sindacati continua a demonizzare la legge 30, la legge del professor Biagi, come un qualcosa destinato a creare soltanto maggiore precarietà…
Vede, le riforme come quelle del lavoro, della scuola e della previdenza – sinergiche tra loro – si inseriscono in un contesto di ansietà indotte dalle tante ragioni di insicurezza. In politica bisogna fare i conti sia con i dati statistici che con quelli percepiti, diversi tra loro ma entrambi importanti e indicativi per un processo riformista reale. Bene, devo ammettere che la grande difficoltà che incontriamo è quella di riuscire a spiegare alla gente che il malessere oggettivo che percepisce non va impropriamente scaricato sulle riforme come se queste fossero la causa e non la cura. Le insicurezze sono infatti anche figlie delle vecchie istituzioni di protezione sociale ma quando queste vengono messe in discussione si accentua l’insicurezza: quindi alla fermezza riformista del fare con determinazione va unita la prova provata della bontà oggettiva e concreta della riforma.
Un’operazione resa ancora più improba dall’atteggiamento di una parte del sindacato, mi riferisco alla Cgil…
Nel gioco delle relazioni industriali, purtroppo, la moneta cattiva scaccia quella buona: quindi ci ritroviamo molto spesso in balìa di coloro i quali esasperano le insicurezze e alzano il tiro sulla linea di conservazione trascinando sulle loro stesse posizioni anche chi invece vorrebbe dialogare ma teme i contraccolpi di una frammentazione. Mi riferisco a Cisl e Uil, i cui dirigenti condividono molte delle cose che facciamo, ma che non reggono il confronto competitivo con la Cgil e i Cobas, il cui compito principale è quello di cavalcare il malessere più che quello di trovare soluzioni per il bene dei lavoratori. I tempi poi stanno cambiando: ci sarà sempre meno lavoro nella grande impresa industriale e sempre più nei servizi e nelle piccole imprese. Questa è una nuova e grande dimensione del lavoro che non si identifica nel vecchio gioco delle relazioni industriali. Se di fronte a questo scenario noi ci troviamo a fare i conti con un sindacato che ripropone un modello antagonista, che vede il lavoro come epicentro del conflitto sociale e che soprattutto ritiene questo conflitto come virtuoso per il movimento della storia, possiamo facilmente capire quanto questo sia pericoloso per la crescita della nostra società. E proprio per isolare le spinte conservatrici e stimolare l’aggregazione tra coloro i quali vivono il riformismo è necessaria però una visione, cioè è necessario declinare i nostri valori di riferimento nella visione della possibile Italia che verrà e delle grandi linee attraverso le quali arrivarci.
L’Italia della società attiva: come la immagina?
Una società attiva con grande attenzione al capitale umano, dinamica, flessibile, reattiva, giusta perché sa includere continuamente le persone valorizzandole e quindi incrementando ulteriormente il tasso di capitale umano in un circolo virtuoso che fa insieme competitività e giustizia sociale. La visione della società attiva è discriminante, significa rimettere in discussione le istituzioni divenute oramai occlusive perché condizionate da un approccio ideologico secondo il quale il buon lavoro è solo quello e nient’altro che quello (prima causa del boom del lavoro nero), la buona scuola è solo quella (prima causa dell’abbandono scolastico). Rimodellare le istituzioni, questo deve essere l’imperativo. Nella seconda metà del Novecento certe ideologie hanno pesato più delle forze politiche che le rappresentavano: persona, famiglia e comunità, come non ricordare che nella seconda metà del Novecento questi valori sono stati negati, respinti, annichiliti? La centralità di classe e il conflitto hanno condizionato la vita politica e sociale ben oltre l’ambito di competenza e influenza delle forze politiche dichiaratamente marxiste.
Sono saltati i vecchi schemi, le vecchie classificazioni: quale può essere, a suo modo di vedere, l’approccio vincente per la sfida che ci troviamo ad affrontare?
Quelli che un tempo chiamavamo in politica laici e cattolici, oggi si possono ritrovare intorno a valori condivisi e da questi ripartire declinando una visione di modernità che dimostra l’attualità dei valori stessi: la centralità della persona, visto che il capitale umano garantisce la competitività del sistema paese; la famiglia, una risposta alla drammatica emergenza del declino demografico; la comunità, visto che una moderna wellness society non si può affidare solo alle istituzioni pubbliche ma deve fare in modo che queste si attivino anche attraverso espressioni organizzate della società tramite la sussidiarietà orizzontale irrobustendole. Proprio per questo il mio libro finisce con le parole del patriarca di Venezia, monsignor Angelo Scola, un dato che non è casuale: attraverso le sue parole si riprendono sant’Agostino o Aristotele laddove si dice che il nostro scopo deve essere quello di produrre una vita buona fatta dell’equilibrio, del lavoro, del riposo e degli affetti. Una società più moderna e giusta, una società attiva.
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