RIPA DI MEANA: «UMBRIA, SEMINARIO DELLO ZAPATERISMO»
Per sintetizzare se stesso, Carlo Ripa di Meana (nella foto), consigliere della Regione Umbria tra i Verdi ecologisti, dice che ha «una storia personale nella sinistra italiana, però sono anche un conservatore. E in più disprezzo il pacifismo, che finge di non vedere. Insomma, sono molto preoccupato di quello che credo essere un vero e proprio tentativo di trasformare l’Europa in un ibrido poco convincente. Massì, diciamolo pure: è un imperdonabile errore sentirci costretti dalla nostra biografia laica a pensare che il problema in Italia sia l’invadenza clericale. E poi semmai è il contrario: una posizione troppo languida quando invece è molto importante ribadire alcuni capisaldi».
Cioè dilaga lo zapaterismo. E propio a partire dall’Umbria, sembra.
Altroché. Fra marce per la pace, comitati per la resistenza irakena e campi anti-imperialisti (il tutto con il sostegno delle amministrazioni locali), l’Umbria può essere considerata il seminario del lavoro zapaterista in Italia. Si legga il nuovo statuto regionale: è stato letteralmente pianificato l’ingresso di un articolo in cui la materia in divenire, libera e privata delle unioni di fatto viene accorpata al matrimonio, alla famiglia. Con la chiara intenzione di portare dalla periferia verso il centro l’assedio agli articoli della Costituzione che regolano la materia. E con l’intenzione altrettanto chiara di indebolire il pilastro cristiano della società italiana. Pensi che quando si è trattato di definire le radici identitarie della Regione, si è trovato l’accordo immediatamente per Risorgimento e Resistenza, ma appena io ho proposto un emendamento per aggiungere i movimenti francescano e benedettino, riconosciuti dalla storia prima ancora che dalla vocazione religiosa, beh, mi hanno messo sotto: di 30 aventi diritto, solo 4 hanno votato a favore. Perché, dicono loro, non vogliono turbare la suscettibilità delle numerose comunità islamiche in Umbria. Con fatti però, rispondo io, che non possono turbare alcuno, perché appartengono alla storia, innegabilmente. Ecco perché credo che dietro ci sia l’intenzione di rendere relativo il peso della pietra d’angolo della nostra società.
25 a 5 per Zapatero dunque. Ma che fine ha fatto l’opposizione?
Vede, la polpa dello statuto è la moltiplicazione delle poltrone per il ceto politico locale: aumentano i seggi, viene creato il supplente del consigliere divenuto assessore, nasce la mini-Corte costituzionale… E che vuole che faccia la minoranza, che da cinquant’anni in Umbria vive di quel che la maggioranza lascia cadere dal tavolo?
Ma anche la Chiesa ha registrato un po’ tardivamente la gravità di queste questioni. Ci sono state levate di scudi, però quando lo statuto aveva ormai passato la seconda lettura: a quel punto solo un’azione del governo poteva bloccarne l’approvazione.
Infatti il governo lo ha portato di fronte alla Corte costituzionale.
Sì, sebbene secondo me il governo abbia indebolito il suo ricorso tralasciando di denunciare alcuni gravi vizi procedurali. Vizi per i quali io stesso ho fatto ricorso. Cosa hanno pensato di fare infatti le volpi perugine? Di fronte alle prime, timide proteste delle associazioni delle famiglie cattoliche, per difendere la follia dell’equiparazione del matrimonio alle coppie di fatto etero e omo, ai triangoli e alle possibili poligamie islamiche, hanno deciso – tra la prima e la seconda deliberazione del Consiglio regionale (che secondo la Costituzione debbono riguardare lo stesso identico testo, ndr) – di modificare leggeremente l’articolo: una diversa punteggiatura, un plurale che diventa sigolare… Modifiche che però rendono nullo e vuoto l’intero statuto, perché infrangere la regola delle due delibere conformi è viziare una procedura, e la democrazia occidentale è prima di tutto procedura. Perciò considero un successo già il fatto che la Corte abbia voluto aggiungere il mio ricorso a quello del governo nell’ordine dei lavori dell’udienza pubblica del 16 novembre, nonostante esso potesse essere dichiarato irricevibile in quanto presentato da un “consigliere dissenziente” solitario: comunque vada, ormai la mia denuncia è agli atti. Non possono più dire che non sanno.
P.P.
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