L’ATTIMO NON FUGGENTE
«O a scuola vieni già educato o la scuola dovrà allontanarti». È la sintesi dell’articolo di Umberto Galimberti citato in questa rubrica nel numero 47 di Tempi. Terribilmente vera e drammatica. Gli altri licei milanesi hanno chiuso le porte ai reprobi. Ma è una mentalità spaventosa che si infila nelle teste di tutti gli insegnanti. O quasi tutti. Càpita in un paesino della bassa bergamasca, in un centro di formazione professionale, la serie Z del sistema scolastico, il girone infernale dove arrivano i reietti giudicati inadatti a ogni altra forma di istruzione. Una professoressina di italiano entra in una classe. C’è un gruppetto di ragazze “terribili”. Cantano, ballano in classe. Si mettono le mani addosso. Hanno quattordici anni. La capobanda ha il padre appena uscito dalla galera. La professoressina non riesce a fare lezione, assegna un esercizio, ritira compiti disastrosi. «Perché non si impegnano», dice alla direttrice del corso, «per colpa di quelle quattro. Bisognerà allontanarle, per il bene delle altre». Ha fatto in tutto due ore di lezione. La direttrice (dobbiamo fare il suo nome? Sì, facciamolo, se lo merita. Si chiama Lina Simonelli) prende da parte la professoressina, cerca di spiegarle che se non fossero così non sarebbero lì, che la sfida è proprio cercare di incontrare ragazzi, quei ragazzi lì. C’è anche un’altra prof, anche lei alle prime armi. «Prima di fare il programma», dice, «te li devi conquistare uno per uno». Il clima dell’incontro cambia. Un vecchio prof di italiano si offre di fare da tutor nelle ore di taglio e cucito. Quando entra nel laboratorio le ragazze lo guardano stupite. Lui punta la capobanda. Se la porta a spasso, le offre una sigaretta. Quando rientrano lei si mette al lavoro con la sua pezza di stoffa. L’insegnante di taglio e cucito non crede ai suoi occhi. «Non aveva mai voluto fare niente. Come hai fatto a convincerla?», domanda. «Non lo so, io non le ho detto niente», risponde il vecchio prof, «forse l’ho solo guardata in faccia». Càpita in un paesino della bassa bergamasca. Combatteremo perché la riforma Moratti permetta a queste scuole di continuare a esistere (non è detto, ne riparleremo).
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