Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York
Si è svolto il 7 dicembre u.s. presso il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York, per iniziativa della Sezione per lo sviluppo educativo del Dipartimento dell’informazione pubblica dell’Onu, un seminario dal titolo Confronting Islamophobia: Education for Tolerance and Understanding (“Affrontare l’islamofobia: educazione per la tolleranza e la comprensione”). Nel corso della conferenza Seyyed Hossein Nasr, professore di islamistica iraniano che insegna presso la George Washington University, ha proposto il modello ottomano come esempio di tolleranza delle diversità religiose che andrebbe riproposto adattato ai nostri giorni. John L. Esposito della Georgetown University ha spiegato che a causa di una campagna contro il pericolo islamico all’indomani della fine della Guerra fredda i crimini contro i musulmani sono aumentati in tutto il mondo occidentale e che «gli attacchi hanno colpito anche individui e organizzazioni musulmani moderati».
Merita di essere ricordato che i cristiani delle regioni europee dell’Impero Ottomano sono stati costretti a fornire donne agli harem, a mandare i loro figli maschi a prestare servizio nell’esercito imperiale e a pagare la jizya, la tassa di sottomissione dei dhimmi. Nel periodo 1894-96 gli ottomani hanno massacrato 200 mila cristiani armeni. I resoconti dei diplomatici europei dell’epoca confermano che questi massacri ebbero luogo perché gli armeni avevano cercato di scuotere il giogo della dhimmitudine: «Essi sono guidati nelle loro azioni dalle prescrizioni della sharia – scrive l’interprete dell’ambascita britannica a proposito degli autori degli eccidi –. Tale legge prescrive che se il cristiano protetto cerca, con l’aiuto di potenze straniere, di superare i limiti dei favori a lui concessi dai suoi padroni musulmani, e liberarsi dal loro legame, le loro vite e proprietà sono perdute e alla mercè dei musulmani. Secondo il modo di vedere dei turchi, gli armeni hanno cercato di superare questi limiti».
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