Il rebus turco
I problemi riguardanti l’Unione Europea sono sempre vissuti come se rappresentassero proiezioni dell’iperuranio, un qualcosa che esiste non per sua identità ontologica quanto per le ombre che di essa vengono riverberate sul muro delle politiche parlamentariste dei vari Stati membri. La questione, tutt’altro che secondaria, dell’ingresso della Turchia non fa eccezione e, anzi, rischia di diventare la pietra angolare di uno scontro che vede come protagonisti principali da un lato i particolarismi e dell’altro i pregiudizi ideologici e demagogici di alcuni “attori”. Nella settimana in cui la Commissione Esteri riunita a Strasburgo ha discusso della relazione periodica del 2004 sui progressi compiuti dalla Turchia in vista dell’adesione curata dall’eurodeputato Camiel Eurlings, abbiamo chiesto un parere sulla questione all’onorevole Mario Mauro, eurodeputato di Forza Italia e vice-presidente del Parlamento europeo.
Onorevole Mauro, partiamo dalle questioni “di famiglia”: uno dei più antichi e grandi partiti popolari europei, la Cdu tedesca, ha detto chiaramente no all’ingresso della Turchia in Europa. Come valuta, da popolare, questa posizione? Ritiene che, al contrario, l’entusiasmo del governo Schroeder verso Ankara sia da mettere in relazione solo con una vicenda di calcolo politico a livello interno?
Diciamo subito una cosa. Il punto di vista tedesco è chiaramente condizionato da una vicenda politica interna, inutile negarlo. Questo però non deve far gridare allo scandalo: l’Europa politica attuale non è costruita su un livello alieno dalla realtà e dai problemi nazionali dei vari stati membri. è chiaro che le domande, i problemi della gente, dei popoli che formano l’Unione non possono restare chiusi nel recinto nazionale quando sempre più decisioni vengono prese a livello comunitario. Ora, premettendo che a mio modo di vedere il problema della Cdu, il vero motivo del “no” così netto pronunciato da Angela Merkel, risiede nel ruolo e nel peso dei militari in Turchia più che nel supposto scontro cristianesimo-islam che verrebbe a crearsi, vorrei dire molto chiaramente che i problemi vanno affrontati con realismo e questo, a occhio e croce, non sta accadendo. Nel silenzio mediatico più assoluto, infatti, al Parlamento europeo si sta creando uno schieramento trasversale capitanato dall’eurodeputato della Südtiroler Volkspartei, Michael Ebner, quindi un italiano ma sudtirolese, che sta lavorando per ottenere il voto segreto sulla questione, una vera e propria novità poiché la segretezza di solito riguarda soltanto decisioni inerenti a persone. Se questa iniziativa dovesse passare, posso dire fin d’ora che le speranze per la Turchia di entrare in Europa sarebbero pressoché nulle. Non mi pare però questo il modo di affrontare veri e propri snodi storici per il futuro e il destino dell’Europa. La democrazia è altra cosa.
Si sta quindi bypassando la discussione per giungere a un “no” pregiudiziale e ideologico, magari imbellettato con qualche proclama pseudo-identitario o ipocritamente “religioso”?
Diciamo chiaramente che se si vuole tenere la Turchia fuori dall’Europa poiché quest’ultima sarebbe una sorta di club cristiano, allora questa è un’idiozia pura e semplice. Altra cosa, invece, è una discussione franca e aperta su quali siano i confini dell’Europa, ovvero sul fatto che la Turchia non sia Europa. Ma, mi chiedo io, quale deve essere il ruolo dell’Unione? Se, come penso, deve essere soggetto di pace allora l’allargamento anche a ciò che non è storicamente e geograficamente Europa deve essere messo in conto: quindi aprire sì alla Turchia ma contestualmente anche a Israele e al futuro Stato palestinese. è una questione di serietà e, inoltre, non possiamo dimenticare che le pressioni che Ankara sta esercitando sono – se non del tutto condivisibili – certamente comprensibili in pieno, visto che per cinquanta anni la Turchia è stata il nostro muro, il bastione che ci guardava le spalle dall’orso sovietico: che oggi chieda all’Europa di “saldare il conto” non è poi così scandaloso, se vogliamo guardare in faccia la realtà.
Quindi lei cosa farebbe, accelererebbe il processo di adesione della Turchia all’Unione Europea?
No, io sono favorevole alla formula “tutto tranne l’Unione”, ovvero la concessione di una partnership strettissima con Ankara su tutte le materie comunitarie che garantisca ai 25 stati membri un lasso di tempo sufficiente per discutere seriamente i presupposti per l’ingresso formale. Ho detto, però, seriamente: quindi senza ideologie, senza steccati e senza sparate.
Si riferisce forse a certi toni e a certe battaglie della Lega Nord, visto che dopodomani scenderà in piazza a Milano proprio contro l’ingresso della Turchia in Europa?
Cerchiamo di essere seri e ragioniamo sui dati di fatto e non sulle parole d’ordine. Se lo scopo che l’Europa si pone politicamente è quello di bloccare il fondamentalismo islamico allora l’opzione dell’ingresso diventa fondamentale. L’inclusione, l’ingresso, ovviamente garantisce dei diritti ma impone anche dei doveri, primo dei quali è rispondere alle condizioni necessarie all’adesione: la Turchia, se divenisse membro, dovrebbe lottare in maniera ancora più dura e determinata contro le spinte fondamentaliste interne. La questione che però mi tocca maggiormente e che soprattutto mi spaventa è che noi europei non dovremmo aver paura dei turchi, bensì della fragilità dell’identità europea, una debolezza che non ci consente di guardare ad Ankara come a una risorsa ma unicamente come a una minaccia. Io sono preoccupato da una Costituzione come quella che è stata firmata e ora andrà ratificata, mi preoccupo di un’Europa che quando si scontra con l’islam non trova argomenti migliori del fondamentalismo nichilista della legge che vieta il velo: non per niente la Francia è uno dei paesi più contrari all’ingresso di Ankara nonostante proprio in Turchia il velo sia vietato e le figlie del premier Erdogan, di tradizione religiosissima, per questo motivo sono state mandate a studiare negli Stati Uniti, dove il velo non è vietato.
Facciamo un passo indietro, onorevole Mauro. Lei ha detto che il ruolo dei militari nella società turca rappresenta il motivo del no della Cdu tedesca all’ingresso di Ankara: lei come giudica questo ruolo, la preoccupa?
Parliamoci chiaro, non si può invocare lo spettro fondamentalista, l’instabilità interna e poi attaccare l’eccessivo peso di cui godono i militari: da Ataturk in poi, questi ultimi rappresentano infatti uno strumento di equilibrio politico fondamentale. Inoltre sono anche una leva essenziale per l’evoluzione della Nato in un’ottica di stabilità dell’area che riverberi i suoi effetti positivi anche sui rapporti transatlantici: se la vede, lei, una Turchia che cominci a comportarsi in modo tale da creare disturbo allo storico alleato americano? Anche per questo, forse, Parigi mostra una sempre crescente inquietudine sull’argomento.
La questione religiosa, quindi, non deve essere vista come un limite?
Guardi, anche in ambito vaticano c’è una pluralità di valutazioni sull’argomento mentre le stesse comunità cattoliche presenti in Turchia premono per l’ingresso nell’Unione, valutandolo come un passaggio positivo. L’unica cosa a cui io oppongo un “no” netto sono le semplificazioni da crociata della Lega Nord, anche per l’enorme rispetto che da sempre porto per le Crociate. E poi non capisco questa esplosione di supposta identità cristiana in un’Europa che fino a pochi mesi fa ha fatto di tutto per non menzionare le comuni radici giudaico-cristiane nel preambolo del suo Trattato costituzionale: non vorrei che si giocasse a nascondino con la religione per evitare di affrontare realmente i problemi. Sarebbe, oltre che irrispettoso e volgare, un enorme errore di valutazione politica.
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