MORATTI, NON FACCIA LA BERLINGUER

Di Tempi
13 Gennaio 2005
VALEVA LA PENA STRAVOLGERE LA SCUOLA PER RIPROPORRE UN PASTICCIO?

Passato Natale, passate le polemiche sui presepi nelle scuole. Anche il ministro ha voluto dire la sua. Nella lettera a tutte le scuole ha ricordato che «senza rispettare la nostra storia, le nostre radici, non possiamo pensare di capire e rispettare i valori di chi ha storia e cultura differenti dalle nostre». Bravissima. Forse un po’ meno quando scrive che «il significato del Natale è il messaggio del valore universale dell’amore» e che il presepe è «il simbolo dell’amore», perché, se è solo un simbolo, si può cambiare facilmente. Ma non si può pretendere che un ministro faccia il teologo.
Intanto arrivano al pettine gli ultimi nodi della riforma. A Roma è in corso una serie di audizioni in cui viene presentata alle parti sociali l’ultima bozza del decreto sul secondo ciclo, quello che disegnerà il volto della nuova scuola superiore. Terribilmente deludente. La montagna rischia di partorire il solito topolino. Per di più rachitico. Dopo il gran sbandierare di apertura della scuola al mondo del lavoro e di “pari dignità” del sistema dell’istruzione e formazione professionale (Ifp), la proposta in discussione smentisce tutto. Otto licei, di cui due (tecnologico ed economico) con tanti indirizzi, fatti apposta per assorbire gli istituti tecnici. Dunque: il 70-80 per cento dei ragazzi italiani al liceo, gli altri all’inferno della formazione regionale. A cui vengono scaricati anche gli istituti professionali oggi dello Stato. Con un’aggravante: i licei tecnologico ed economico sono licei come gli altri, con tanto di latino e filosofia. Con un’altra aggravante: per non scontentare i sindacati e “salvare gli organici” non si toglie una materia, si continua ad aggiungere. Risultato: scuole che non sono più né licei né istituti tecnici, dove si studia poco e male di tutto. Il lavoro? La specializzazione? Se ne parla dalla terza in avanti – per chi sarà sopravvissuto. Esattamente quel che voleva Berlinguer. Valeva la pena abrogare la sua riforma, buttare all’aria la scuola italiana, per riproporre cinque anni dopo lo stesso pasticcio?

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