NON LA PACE, MA UN ACCORDO

Di Tempi
13 Gennaio 2005
La concezione ebraica è basata non sulla giustizia perfetta

La concezione ebraica è basata non sulla giustizia perfetta perché questa non esiste, ma sulla massima aspirazione per la giustizia ed è per merito di questa concezione se siamo riusciti, nonostante tutto, nonostante gli errori inevitabili, nonostante le costrizioni per via dello spazio e della sicurezza, a creare una società democratica in Medio Oriente.
Il problema principale è che, quando iniziammo il nostro ritorno in questa terra, credemmo che i nostri vicini avrebbero accolto quello che per noi aveva il sapore di un miracolo, che condividessero con noi la gioia per il ritorno in questa terra dai quattro angoli del mondo dopo secoli di sofferenze. Non fu cosi. E da allora, da 100 anni, il movimento nazionale ebraico e il movimento nazionale arabo si fanno la guerra. è una guerra che potrebbe finire se le due parti scendessero a un compromesso, ma fino ad ora la maggior parte della popolazione araba non ha acconsentito a nessun compromesso e una minoranza israeliana si oppone.
Il problema più urgente da risolvere è quello dei profughi palestinesi. I paesi arabi iniziano a capire, non per amore del sionismo, ma per mancanza di scelta, che devono sforzarsi di migliorare le condizioni della popolazione. E questo significa rinunciare ai 21 mila chilometri quadrati chiamati Israele. Che cosa sono 21 mila chilometri quadrati? La grandezza del Veneto. Questa è l’estensione di Israele fino alla guerra del 1967 e lo sarà dopo la costituzione di uno Stato palestinese.
La soluzione del conflitto è chiara: si dovranno costituire due Stati vicini secondo i confini del ’67. Ciò che non sappiamo è quante persone dovranno essere ancora sacrificate prima che si trovi uno sbocco positivo. La costituzione di uno Stato palestinese vicino allo Stato d’Israele è l’interesse primario dei due popoli. Gli ebrei dovranno rinunciare alla visione teologica del sionismo religioso e gli arabi dovranno finalmente rinunciare a distruggerci. Non credo che ci sarà una “pace”, dei rapporti come tra l’Italia e la Francia dopo la Seconda guerra mondiale. Dovranno passare delle generazioni per arrivare a una pace, è quasi un’utopia, ma ci sarà un accordo e questo basterà per migliorare la situazione di molti, se non tutti, in Medio Oriente.
I palestinesi carichi di rancore, nati e cresciuti nei campi profughi, cambieranno le loro posizioni quando finalmente riceveranno una casa, un lavoro, delle sicurezze. Mai come in questi giorni è apparsa un’opportunità così chiara di apertura a un nuovo futuro. Oggi, mentre i palestinesi hanno scelto un nuovo leader relativamente moderato, Ariel Sharon sta stipulando un accordo con gli ebrei ortodossi senza i fanatici religiosi. Sharon, al quale abbiamo rivolto mille critiche, che abbiamo deplorato per la guerra in Libano, con il quale abbiamo un conto aperto per tanti motivi, sta mettendo in pratica il distaccamento da Gaza. Finalmente anche lui sta diventando un “soldato di pace” e forse insieme ad Abu Mazen, sarà l’artefice di una nuova era.

Eli Ben Gal, (in foto)
professore di storia
all’Università di Bar Ilan, Tel Aviv. (testimonianza raccolta da Angelica Livné Calò)

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