Natale di persecuzione

Di Rodolfo Casadei
23 Dicembre 2004
Niente festeggiamenti per il Natale nelle chiese cristiane dell’Irak: aggressioni, minacce e false accuse costringono i cristiani alla semiclandestinità come ai tempi delle catacombe

Per la quarta volta in quattro mesi, il 7 dicembre scorso le chiese cristiane in Irak hanno subìto devastanti attentati. Stavolta è toccato al vescovado caldeo cattolico e ad una chiesa armena della tormentata città di Mosul, nel nord del paese. Secondo l’agenzia di stampa Fides della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli fra l’aprile 2003 e l’ottobre scorso sarebbero 88 i cristiani assassinati da terroristi islamisti negli attentati ai luoghi di culto, con omicidi mirati o come esito di rapimenti. Per farci raccontare come i cristiani vivono questa vigilia del Natale in Irak ci siamo rivolti al vescovo caldeo di Kirkuk monsignor Louis Sako, sempre disponibile a rilasciarci interviste.

Monsignor Sako, come festeggeranno il Natale i cristiani a Kirkuk, la diocesi di cui lei è vescovo, e a Mosul, la diocesi da cui lei proviene?
Non c’è Natale, non si può. Noi vescovi irakeni abbiamo rilasciato una dichiarazione in cui si dice che non possiamo festeggiare il Natale, ma solo pregare nelle chiese. A Mosul la situazione è molto cattiva, e anche qui a Kirkuk la gente vive nel panico: non si può più uscire, c’è penuria di benzina, le auto non possono muoversi e la gente ha paura di essere rapita. La situazione è molto difficile. Possiamo solo celebrare delle Messe nella giornata del 25 dicembre per coloro che riusciranno a recarsi nelle chiese. Anche le feste dei bambini sono annullate: qui da noi a Kirkuk, dove era una tradizione consolidata, non si farà niente, non è possibile.

Neanche presso le scuole?
Qui a Kirkuk i bambini vanno a scuola, ma a Mosul pochi vanno. I cristiani hanno paura che i loro bambini vengano rapiti, come è accaduto. Nei villaggi forse riusciranno a fare qualcosa.

In che condizioni sono le chiese di Mosul attaccate alcune giorni fa?
Si tratta di due chiese. Una bella chiesa armena, nuova, che non era stata ancora consacrata. Poi il vescovado caldeo, che era un edificio molto nuovo e grande. Hanno agito così: sono arrivati in un momento in cui non c’erano preti o il vescovo; hanno ordinato alle guardie di andarsene. Quindi hanno messo bombe in ogni stanza, poi le hanno fatte esplodere; infine hanno ordinato alla gente di saccheggiare. Il vescovado è stato poco saccheggiato, ma della chiesa armena sono state portate via anche le pietre. Che bell’esempio di civiltà!
Gli assalitori hanno detto chi sono, cosa vogliono, perché agiscono così?
Sono terroristi. Ci sono fra loro stranieri, ma anche irakeni, soprattutto islamisti. L’islam è diventato uno slogan dappertutto. Si è diffuso un fondamentalismo che prima non c’era. Anche i musulmani che mi sono amici talvolta mi dicono che non è questo l’islam, che è una lettura ingiusta dell’islam. Ma il loro problema è che non possono fare ermeneutica del testo: leggono le cose in maniera letterale e seguono come ciechi.

In che condizioni è il vescovado di Mosul?
È stato colpito gravemente. Ho mandato un po’ di aiuti a nome dei cristiani di Kirkuk: soldi e un’automobile. Perché tutte le auto sono state bruciate. Io ho dato la mia macchina al vescovo di Mosul.

Quante auto sono state distrutte?
Cinque, tutte quelle dei preti e quella del vescovo. Erano parcheggiate presso il vescovado. L’edificio è stato distrutto totalmente. Era stato consegnato nuovo cinque anni fa, un’opera molto costosa. Ora il vescovo alloggia presso il convento dei domenicani, i preti sono tornati alle case di famiglia.

Perché questo peggioramento così grave della situazione a Mosul?
Secondo me i musulmani stanno saldando i conti fra loro sulle spalle dei cristiani. Fra loro ci sono conti aperti, e allora alcuni di loro attaccano una chiesa e danno la colpa agli altri per metterli in cattiva luce. I cristiani vengono assimilati agli americani, con un’evidente falsità. Non sono i cristiani irakeni che vanno a bombardare le moschee o che fanno la guerra contro i musulmani, o anche i terroristi a Falluja e Mosul. A combattere non sono i cristiani, ma altri. Non perché i cristiani sono deboli o hanno paura – siamo capaci anche noi di combattere –, ma perché non è la nostra spiritualità, non è la nostra fede. Noi siamo per la pace, per la riconciliazione: loro non capiscono altro che la violenza.

I cristiani sono diventati il capro espiatorio della situazione?
Sì, e anche a Baghdad. Io ho chiamato alcuni preti e anche lì hanno paura, perché i musulmani chiedono loro di non celebrare la festa del Natale. Noi a Kirkuk la potremmo fare, ma non la faremo per solidarietà con gli altri cristiani.
A Baghdad i musulmani hanno chiesto ai cristiani di non festeggiare pubblicamente?
A Baghdad, a Mosul e in altri posti. Siccome loro non hanno festeggiato la fine del Ramadan, vogliono che noi non festeggiamo il Natale. Ma se non hanno festeggiato la fine del Ramadan è colpa loro.

Non l’hanno festeggiata per problemi di sicurezza o altro?
Per protesta contro l’assedio di Falluja.

Celebrerete il Natale con una Messa di mezzanotte o soltanto durante la giornata?
No, no, soltanto nella giornata in maniera molto semplice, come all’epoca della Chiesa primitiva: nelle catacombe. In questo tempo in un certo senso siamo nelle catacombe. Oggi avevo l’ordinazione di quattro nuovi diaconi, ma poca gente era presente: appena 250 persone. Non ci sono benzina e gasolio da una settimana, la gente non può venire. Di solito in queste occasioni le chiese sono piene. Adesso abbiamo dovuto circondarle di guardie. Ho chiesto ai cristiani di venire, perché non ci si fida più di altri come guardiani. Le chiese sono difese dai cristiani giorno e notte.

Cosa dirà nell’omelia della Messa di Natale? Quale sarà il messaggio?
La pace. Pace e speranza. Il venerdì santo passa, e arriva la domenica. Il Natale è un messaggio di pace: gloria a Dio nell’alto dei cieli, ma anche gloria a Dio sulla terra, attraverso la pace. Noi dobbiamo fare la pace, gli irakeni devono fare la pace! Ho rilasciato un’intervista alla televisione nazionale, e ho detto che bisogna risolvere i problemi in maniera civile, senza usare le armi, la violenza e la controviolenza, perché questo non giova a nulla. Se non ci sarà pace non ci sarà più nulla, non ci sarà l’Irak. La gente lascerà il paese e tutto andrà in rovina. Il Natale ci parla, la Buona notizia è la pace. Ma la pace sulla terra sono gli uomini che devono accettarla, anche gli irakeni. Prima di tutto gli irakeni.

In un momento così difficile c’è qualche segnale di speranza?
La situazione è peggiorata anche perché andiamo verso le elezioni. C’è un conflitto fra i vari gruppi: sunniti, sciiti, curdi, arabi, turcomanni, resti del partito Baath. Molti pensano che Saddam Hussein ritornerà: ma questo è un sogno, un’utopia frutto dell’ignoranza. Dopo le elezioni ci sarà più calma.

Secondo lei a Mosul e Kirkuk le elezioni si svolgeranno?
Sì, sì.

Anche a Mosul?
È più facile che si svolgano a Mosul che non a Kirkuk. A Kirkuk è entrato in vigore un provvedimento che impone a tutti gli arabi immigrati qui durante il regime di Saddam Hussein di lasciare la città prima delle elezioni. Durante il suo regime Saddam aveva portato migliaia di arabi a Kirkuk. Ma se restano qua e votano, Kirkuk sarà araba, mentre prima la gente era in maggioranza curda. Perciò non sono sicuro che a Kirkuk si voterà. C’è anche il problema dei paesi vicini: tanti stranieri sono entrati qui da noi da paesi come Iran, Siria ecc. Bisogna risolvere questo problema col loro governo. Dopo le elezioni forse le cose cambieranno un po’.

I cristiani andranno tutti a votare?
Non sono sicuro che andranno tutti a votare, perché non andranno a votare tutti gli irakeni. Dipende dai guerriglieri: dove sono forti, la gente non andrà a votare per paura delle loro rappresaglie. Ma a Baghdad, nel Kurdistan, forse qui: sì, i cristiani andranno a votare.

Se vanno a votare, i cristiani voteranno per un partito o per vari partiti?
Ci sono molte liste, e nelle liste ci sono cristiani. Questo è positivo, e di questo da voi non si parla. C’è tanta propaganda elettorale ora, ci sono anche cristiani che partecipano. Gli arabi musulmani chiedono ai cristiani di entrare nei loro partiti, così pure i curdi. Di portare la loro impostazione cristiana.

I cristiani sono in tutti i partiti, in tutte le liste?
Quasi.

Anche in quelli di orientamento sciita?
Sì, a Baghdad. Ce ne sono nella lista con lo Sciri, ma anche nella lista del presidente che è sunnita, in quella del primo ministro che è sciita, nei partiti curdi. Siamo un po’ dappertutto, e questa è anche una strategia, una politica della Chiesa: siamo un po’ dappertutto perché si capisca che non siamo con un gruppo solo. A Kirkuk ho chiesto ai cristiani di agire come elemento equilibratore in tutte le liste.

Quindi non ci sarà un’indicazione di voto da parte della Chiesa.
No. È meglio che su questo punto la Chiesa stia zitta, e incoraggi i cristiani a partecipare. Abbiamo relazioni coi leader di tutti i partiti. È un momento difficile.

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