Rifondazione giudiziaria
«Se la politica entra nelle aule di giustizia, questa esce inorridita dalla finestra», la massima non è sua, ma «l’ho fatta mia», e non potrebbe essere altrimenti per uno come Giuliano Pisapia, avvocato di parte civile nel processo a Silvio Berlusconi e deputato indipendente per Rifondazione Comunista. «In Parlamento considero Berlusconi come un avversario contro il quale mi batto con forza, ma senza mai usare l’insulto o l’attacco personale, anche se è il leader di una forza politica che troppo spesso non cerca il confronto, punti di equilibrio e mediazioni diverse». Non lo considera un nemico e non gli garba il clima di rancore o di stigmatizzazione massmediatica mossa contro il premier: «L’astio e la demonizzazione dell’avversario non solo sono sbagliati politicamente, ma sono anche controproducenti: impediscono il dialogo, quell’unica e vera risorsa per rendere conto delle proprie ragioni anche a chi la pensa diversamente. Del resto, è la stessa cosa che ha fatto Berlusconi: far approvare, con la forza dei numeri e contro ogni ragionevolezza, leggi favorevoli a pochi imputati eccellenti, a scapito di riforme indispensabili e urgenti per una giustizia degna di questo nome e realmente eguale per tutti». Per il 55enne avvocato penale milanese «innanzi a vere e proprie risse in Parlamento, Rifondazione si è sempre distinta per non aver mai usato né l’insulto né l’invettiva né l’opposizione preconcetta, ma la critica costruttiva». Con le idee molto chiare in fatto di giustizia: «Celere, efficiente e garantista per imputati e vittime del reato. Soffro nel vedere come una questione tanto importante e che riveste un tale interesse generale sia strattonata da una parte e dall’altra per interessi di parte, piuttosto che per interessi corporativi; se non, fatto ancor più grave, per avvantaggiare qualcuno a scapito di altri».
LA LOGICA DELL’EMERGENZA
Attualmente alle prese con la Costituzione europea e le proposte di legge per l’abolizione dei reati di opinione, l’onorevole Pisapia non si limita ad invocare il rispetto reciproco nelle aule di tribunali e parlamenti, ma nella stessa applicazione della giustizia: «Oltre dodici milioni di persone che sono direttamente interessate a un giudizio civile, oggi devono aspettare anche dieci anni per ottenere una sentenza. Dieci anni perché, alla fine, tale sentenza non venga eseguita, e rimanga un inutile pezzo di carta: la beffa dopo il danno». E preme sulla necessità di un collegamento tra chi opera all’interno e all’esterno delle istituzioni, sull’aderenza alla realtà, alla vita delle persone comuni; il rischio altrimenti, come per chi sta in Parlamento, è quello dell’autoreferenzialismo. «Per questo ho sempre sostenuto la necessità della rotazione degli incarichi e del prosequo, ad un certo punto dell’attività politica, all’esterno dell’istituzione».
A proposito di tutele dell’imputato e aderenza con la realtà, viene da ricordargli quella trasmissione televisiva in cui gli fu chiesto come mai Forlani venne ritenuto colpevole per una colpa che non aveva: «I giudici sono uomini come gli altri e, come tutti, possono sbagliare; per questo è importante che rimangano tre gradi di giudizio che sono, insieme al rispetto delle garanzie, uno degli strumenti per evitare, o quanto meno limitare, per quanto umanamente possibile, gli errori giudiziari. Per quanto concerne il caso specifico dell’onorevole Forlani, posso solo dire che io ho la profonda convinzione processuale della sua non responsabilità rispetto ai fatti che gli erano stati contestati. La stessa sentenza di condanna, del resto, ha ammesso che il presidente Forlani non ha mai ricevuto somme illecite, non ha mai concorso in atti corruttivi, ma lo ha condannato, per il reato di illecito finanziamento al partito di cui era segretario, sulla base di una interpretazione estensiva, e a mio avviso errata, del concorso di persone nel reato. Sono convinto che, oggi, Forlani verrebbe assolto: ma quelli erano anni emergenziali nei quali vigeva un’interpretazione estensiva del cosiddetto concorso morale e una minore attenzione all’esistenza di prove o concreti indizi per pervenire a una sentenza di condanna. Capita così, purtroppo, in tutti i periodi di “emergenza”. Anche se, purtroppo, in Italia – dal terrorismo, alla corruzione, alla mafia, alla sicurezza – l’emergenza è diventata la normalità. Finché non si uscirà da questa logica e non si ritornerà a considerare il processo non uno strumento di lotta al crimine ma lo strumento attraverso cui accertare la colpevolezza o l’innocenza di un imputato, l’errore giudiziario sarà sempre in agguato. Ecco perché è fondamentale, oltre a un vero spirito riformatore, anche un ritorno a quell’equilibrio, e a quella leale collaborazione, tra diversi poteri dello Stato, che è la premessa per evitare reciproche interferenze e quegli scontri istituzionali, che fino ad oggi hanno impedito all’Italia di avere una giustizia realmente al servizio dei cittadini».
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