I cristiani voteranno
Monsignor Sako, le elezioni del 30 gennaio prossimo riporteranno la pace nel paese? Gli iracheni ripongono molte speranze nel processo elettorale?
Io penso di sì, perché l’80 per cento degli irakeni vogliono votare. C’è un fattore che può condizionare l’afflusso alle urne: la sicurezza. Ma qui a Kirkuk il 90 per cento degli aventi diritto andranno a votare. Il 23 gennaio noi capi delle Chiese cristiane a Kirkuk, abbiamo reso pubblica una dichiarazione con cui chiediamo alla gente di andare a votare. Noi votiamo per i candidati cristiani e per le loro liste. È un’occasione per affermare la nostra identità, così come fanno turkmeni, curdi, arabi. È meglio andare a votare che restare a casa e aspettare non si sa cosa. Il voto è un dovere ed è un modo per esprimere la propria opinione. Andare a votare per scegliere coloro che sono in grado di guidare il paese è un atto di civiltà. Secondo me queste elezioni avranno conseguenze positive per l’Irak.
Dunque lei è sicuro che a Kirkuk la maggioranza degli elettori andrà alle urne?
Sì, quasi il 100 per cento.
Lei ha parlato di “partiti cristiani”. I cristiani sono un po’ in tutti i partiti o ci sono partiti esplicitamente cristiani? La stampa anglofona parla di tre partiti di ispirazione cristiana.
È vero, ci sono tre liste di cristiani, e di esse la più forte è la “Lista dei due fiumi”. Ma anche se i cristiani non sono tanto forti numericamente, anche se le liste non avranno un grande successo, il voto è pur sempre un modo per dire: noi ci siamo. Ci sono cristiani, anche nelle altre liste. Per esempio ci sono cinque cristiani in posizioni di rilievo nella lista unitaria curda.
Quali sentimenti prevalgono nella comunità cristiana dopo il rapimento di monsignor Casmoussa?
Noi abbiamo pregato nelle chiese per tutta la giornata del rapimento, finché la liberazione è arrivata. È stata vissuta come un miracolo. Ho parlato personalmente con lui, che ha molto apprezzato questo nostro atteggiamento di preghiera. La sua liberazione ha riportato la serenità fra i cristiani, che andranno a votare in massa.
Cosa pensate del piano del primo ministro Allawi per il ritiro delle forze della coalizione?
È una cosa molto complicata da realizzare adesso. Gli americani non sono venuti per andarsene dopo soli due anni, hanno i loro piani. Inoltre se se ne vanno adesso, ci sarà una guerra civile. Credo che si debba cercare un modo per far sì che le truppe restino senza interferire negli affari interni iracheni. Questa uscita di Allawi è finalizzata soprattutto a conquistare voti.
Alcuni osservatori dicono che con queste elezioni il paese sarà consegnato nelle mani della maggioranza sciita, e quindi cadrà nella sfera di influenza iraniana. Pensate che questa analisi sia corretta?
No, penso di no. L’esperienza iraniana non viene apprezzata dagli iracheni. Una repubblica islamica sul modello iraniano in Irak non può funzionare. Tutti questi politici di estrazione sciita di cui si parla sono laici, secolari, non sono religiosi, anche quelli che vengono appoggiati dal leader religioso Sistani. Hanno un atteggiamento laico, aperto, democratico e anche nei media parlano di questo. L’Irak non è l’Iran, l’esperienza iraniana non è qualcosa che ispira desiderio di imitazione. E poi mi pare che nello stesso Iran ci sia un grande desiderio diffuso di cambiamento.
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