COSI’ NON SI VA DA NESSUNA PARTE
Sarà veramente una relazione “forte, molto forte” quella che oggi pomeriggio Piero Fassino terrà per l’apertura del congresso Ds a Roma, come annunciato dal segretario in persona al suo entourage? Stando ai bene informati, per “forte” il segretario della Quercia intende qualcosa di terribilmente sgradevole alle orecchie della Margherita e del suo leader, quel Francesco Rutelli che frena sulla federazione unitaria e prosegue verso il suo riposizionamento al centro. Ma forse Fassino intende anche mandare a dire allo stesso Romano Prodi che sarà invitato a candidarsi alle primarie ma solo per conto della federazione unitaria: che insomma al Professore i Ds intendono concedere le primarie, non senza qualche mal di pancia, ma solo a patto che lui si decida a far decollare la Fed. Ipotesi, quest’ultima, che vede spettatore interessato – e contrario – quel che resta del Correntone (poco più del 15 per cento ai congressi di sezione), intenzionato a rallentare il più possibile la “fuga” in avanti della maggioranza riformista. A Roma nascerà quindi Fed, il presunto soggetto unitario che, nelle intenzioni dei riformisti e dei liberal Ds, dovrebbe rappresentare il partito egemone del centrosinistra fino ad oggi – ovvero dal 1994 ad oggi – latitante nel quadro pur spurio e imperfetto del maggioritario italiano?
Le certezze di Morando
La pensa così il senatore Enrico Morando, esponente dell’area liberal del partito, per il quale «il progetto che noi abbiamo presentato al paese di riorganizzazione centrosinistra – ovvero vincere ma saper anche governare – è un progetto difficile e ambizioso poiché tende a risolvere il grande problema del centrosinistra, cioè la vitale necessità di un partito egemone nello schieramento. Proprio il congresso Ds ha già fatto fare un passo avanti enorme al progetto, poiché all’ordine del giorno c’è il fatto che, entro febbraio, Prodi verrà eletto presidente della federazione dell’Ulivo, la quale si doterà di un organismo dirigente. Ciò avverrà anche attraverso un processo di formale cessione di sovranità da parte dei partiti su materie cruciali come politica estera e istituzionale. Ciò significa che Prodi parteciperà alle primarie da presidente della federazione dell’Ulivo, un messaggio chiaro di unità. è inutile negare che come coalizione, oggi, abbiamo un assetto politico debole, siamo conflittuali e non abbiamo una forza centripeta con egemonia reale». E le primarie? «In Puglia non è successo nulla di quello che si è detto: un candidato più radicato sul territorio e di lunga esperienza ha prevalso su uno di qualità ma con meno esperienza. Bisogna fare un’operazione di innovazione politica, la scommessa della federazione dell’Ulivo. Come partito e coalizione paghiamo uno scotto pesante al fatto che troppa gente ha la testa rivolta all’indietro: a un uomo di 30 anni la disputa tra ex Dc ed ex Pci non dice niente. Così non si va da nessuna parte. Se non creiamo una nuova identità del partito riformista, gli elettori si rispecchieranno nelle vecchie identità come in Puglia». Di parere non opposto (almeno nel merito), ma certamente meno ottimistico di Morando è Emanuele Macaluso, decano del partito e acuminata penna del Riformista. Per Macaluso «i giornali scrivono che al Congresso dei Ds si confronteranno una maggioranza dell’80 per cento (mozione Fassino) e una minoranza di sinistra del 20, divisa in tre mozioni (Mussi, Salvi, Bandoli). Sarebbe un bel risultato se il Congresso votasse su documenti caratterizzati da opzioni chiare, semplici e leggibili. Morando, sulla sequenza Federazione unitaria anticamera del partito riformista e Prodi leader solo se è a capo della Fed e poi della coalizione, è stato chiaro. Ma si vota o no su questa scelta? Francamente ho l’impressione che, su tutti i temi, appena si esce dal generico e si va a scelte nette e concrete, la maggioranza non è più dell’80 per cento e la minoranza non si sa cos’è e cosa vuole. Temo però che prevarrà il generico. E all’indomani del Congresso saremo punto e a capo con le solite litanie».
Le condizioni di Bersani
«Capisco il punto di vista di Macaluso e le sue preoccupazioni – dichiara a Tempi Pierluigi Bersani, esponente della maggioranza fassiniana e da più parti indicato come futuro segretario del partito – ma sono sicuro che dal congresso emergerà una spinta chiara e netta verso la federazione, un progetto per far convergere le diverse ipotesi riformiste e non un luogo burocratico. Quindi a Macaluso rispondo che la nostra proposta è questa, chi ha opinioni diverse le dirà, ma noi lavoriamo per una nostra visione della federazione che impone una spinta politica forte». Sull’ipotesi di un Prodi traballante, Bersani fa spallucce: «Immaginare un esito delle regionali talmente negativo da portarci alla scelta di un nuovo candidato premier è un’ipotetica di terzo tipo, non la considero nemmeno. Le regionali servono per misurare tutte le forze in campo e garantire un governo alle regioni, un viatico per l’alternativa al centrodestra. Non vedo difficoltà dopo le regionali a trovare una soluzione di buonsenso per attivare la grande consultazione della base che qualcuno ha impropriamente chiamato primarie». Pansa dice che imbarcare Rifondazione nella Fed significa preparare la corda con cui impiccarsi. «In questa affermazione di Pansa non c’è abbastanza considerazione riguardo a come sono cambiate le cose: Rifondazione è il partito che ha avuto più mobilità elettorale sia in entrata che uscita – è un vero partito di opinione – e questo li obbliga alla scelta dell’unità, altrimenti perdono ed è la stessa base del partito a dirlo chiaramente. Certo, dovremo affrontare una fatica programmatica e politica seria, dovremo essere chiari su che tipo di intesa abbiamo trovato ma esorcizzare le difficoltà politiche preconizzando la rottura – come fa Pansa – vuol dire impiccarsi subito, prima del tempo».
Schierato sulla linea dell’intransigenza riformista è anche l’eurodeputato Antonio Panzeri, ex segretario della Camera del Lavoro di Milano per il quale «i Ds hanno bisogno di mandare avanti il processo di costituzione della Federazione a tappe forzate. Occorre costruire un’idea e una cultura per questo processo, guai se ci trovassimo di fronte a un vuoto culturale tra passato e futuro». E le primarie? «In tal senso mi aspetto che il congresso non discuta di primarie ma di come mettere in cantiere le tappe forzate di cui parlavo prima. Delle primarie parleremo dopo le regionali, anche in base ai risultati ottenuti in queste ultime: le primarie hanno senso se rafforzano l’idea di leadership di Prodi, se invece sono un’altra cosa, no». Ma delle primarie con un solo candidato non le paiono un po’ brezneviane? «Diciamola tutta: le primarie vere sono le regionali di aprile. Mi attendo un risultato positivo da questa consultazione, ma se così non fosse sarà compito di tutti analizzare bene la situazione determinatasi e fare le scelte del caso: dubito che sia possibile riportare a più miti consigli Bertinotti».
BERTINOTTI CON PANNELLA? A PISAPIA L’OSSIMORO NON DISPIACE
«Roba da matti, è come se uno che cerca moglie dicesse “basta che sia donna”». Con questa battuta Ciriaco De Mita ha liquidato l’innamoramento del centrosinistra nei confronti dei Radicali. Tutto è iniziato con la proposta di Marco Pannella tesa a ricercare un’alleanza politica elettorale con Berlusconi o in alternativa con Prodi. Convergenze a sinistra abbondano in merito alle battaglie sui diritti civili e sulla ricerca scientifica. Dall’altra parte, le ricette radicali riguardanti le politiche economiche e sociali si sposano perfettamente con quelle del centrodestra. Entrambi i poli, pur attratti dai voti radicali, dovrebbero risolvere questa maxi contraddizione e cercare faticosi bilanciamenti all’interno delle coalizioni. Mercoledì 26 gennaio però, con un colpo a sorpresa, è apparso sull’Unità un appello firmato da numerosi parlamentari dell’Ulivo per chiedere alla Gad di dare “ospitalità” agli uomini di Pannella. Nel documento nessun ravvedimento sulla posizione “americana” in Irak o sull’impostazione ultralibersita è stato richiesto ai radicali. Molto più “realisticamente” la preoccupazione sollevata si è concentrata sulla necessità di non regalare il loro elettorato «alla destra autoritaria e bigotta». Dopo l’appello, la rincorsa alla corte di “Giacinto” detto Marco sembra aver contagiato un po’ tutti. Dai Verdi alla Margherita sino alla sinistra Ds di Cesare Salvi. Giuseppe Giulietti addirittura, ha lanciato formalmente la proposta di candidare Emma Bonino alla presidenza dell’Autorità delle Comunicazioni.
Tra i primi firmatati del documento anche Giuliano Pisapia eletto come indipendente nelle file del Prc. A lui Tempi ho voluto chiedere come si possa conciliare un accordo con i Radicali viste le abnormi differenze sui temi economici e del lavoro. «Innanzitutto, devo premettere che quando Pannella si è offerto al miglior offerente ho rigettato immediatamente questa logica. La ritengo non solo politicamente impropria ma anche moralmente inaccettabile. Poi, quando si è iniziato a parlare di accordi sui programmi, devo riconoscere che una certa disponibilità l’ho ritenuta necessaria. Su temi quali la prevenzione nelle carceri e le tossicodipendenze le convergenze sono ampissime». Concesse queste verità, com’è possibile convincere un elettore di sinistra, che è sceso in piazza contro l’abolizione dell’articolo 18 e per la tutela dello stato sociale, che ora è giusto votare un radicale che su quelle battaglie era ed è tuttora dall’altra parte della barricata? «Quanto si propone ai radicali è un accordo elettorale per le Regionali, in questo contesto esistono tematiche che possiamo affrontare assieme, a livello locale questo già succede senza bisogno di intese verticistiche. Altra cosa è un accordo politico nazionale. è evidente, visto le profonde divergenze, che questo è impensabile». Molti nel centrosinistra non la pensano esattamente in questa maniera, in molti parlano di accordo per le politiche e di coalizione allargata. Da Pannella a Bertinotti l’ossimoro pare davvero spropositato.
Fabio Cavallari
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