PICCOLO GREGGE D’ELITE

Di Rodolfo Casadei
03 Febbraio 2005
NOTA BENE POST-TSUNAMI: FORSE NON TUTTI SANNO CHE I CRISTIANI SONO SOLO L’8 PER CENTO DEGLI ASIATICI, MA TRAINANO LO SVILUPPO DEL CONTINENTE. E' VERO IN INDONESIA, COREA DEL SUD, ECC.

«Noi cristiani siamo pochi, ma abbiamo il potere economico. A Banda Aceh e dintorni su 300 mila abitanti ci sono solo 400 cristiani, ma il direttore della società di Stato che estrae il petrolio e il vice direttore di quella che estrae il gas liquido sono cristiani! Ingegneri e tecnici specializzati sono cristiani. I musulmani non possono ammazzarci, sennò poi dopo muoiono di fame!». Per una trentina di chilometri la strada fra Bandar Baru e Medan è fiancheggiata da due muraglie verdi di colline equatoriali, un intrico di rampicanti, mogani, alberi del caucciù, felci, palme, banani. Sul nastro d’asfalto zigzagano pericolosamente pulmini giapponesi carichi all’inverosimile, con giovanissimi bigliettai che entrano ed escono dai finestrini e si arrampicano sul tettuccio come scimmie acrobate, ma Marinus non perde il buonumore. Come quasi tutti i cristiani, cattolici o protestanti, di questa regione di Sumatra il mio autista è un batak, il popolo più amato dagli etnologi per la sua complessa cosmologia e la solennità dei riti tradizionali. Fino a 150 anni fa i batak praticavano il cannibalismo sui nemici sconfitti in battaglia. Oggi vanno in chiesa e sono il gruppo etnico di Sumatra che presenta i più significativi fenomeni di mobilità sociale. «Se un contadino smette di produrre per la sola sussistenza, ottiene un prestito e comincia a produrre per il mercato, stai certo che si tratta di un cristiano. Se un contadino vende la sua terra e rimane senza niente, stai sicuro che si tratta di un musulmano che ha deciso di pagarsi il pellegrinaggio alla Mecca, convinto che Allah gli farà riavere la sua proprietà». Anche padre Francesco Guilting, francescano conventuale parroco di Bandar Baru, è un batak. Gli antropologi nostrani si struggono al pensiero che abbia dismesso sapong (la locale gonna maschile) e parang (lo spadone) per il saio francescano, i riti di iniziazione per gli studi teologici a Roma e Bologna. Ma lui è contento così, e con un annoiato accento romagnolo lascia cadere: «È inutile continuare a discutere di queste cose, avrai letto anche tu Max Weber: la cosa è nota, il motore dello sviluppo è il cristianesimo».
Anche il più fugace dei passaggi in Asia non può evitare di imbattersi in un fatto, taciuto dagli ammiratori occidentali dell’Oriente e dell’islam che vanno per la maggiore nelle librerie italiane ma visibile anche ai più miopi: ovunque in Asia a trainare la crescita economica, la diffusione dell’educazione, la modernizzazione della vita politica e sociale sono le piccole minoranze cristiane, mentre il maggior merito delle maggioranze musulmane, indù, buddiste e dei loro governanti è la saggezza che li induce a non strozzare la gallina che deposita uova d’oro. I “miracoli” di due paesi a maggioranza musulmana come Indonesia e Malaysia – a Giakarta una ripresa economica dopo la crisi finanziaria del 1998 che viaggia al 5,5 per cento annuo di crescita del Pil, a Kuala Lumpur un tasso medio di crescita del Pil del 6,5 per cento nel periodo 1990-2001 – vengono di solito spiegati col dinamismo della minoranza cinese nei due stati: in Indonesia i cinesi rappresentano solo il 3 per cento della popolazione, ma detengono quasi il 70 per cento della ricchezza; in Malaysia sono il 25 per cento e probabilmente contano ancora di più. A conferma di questa analisi viene portato anche il caso di Singapore: il 77 per cento dei 3,5 milioni di abitanti di questa prospera città-Stato (22.450 dollari di reddito pro capite nel 2001, quasi come l’Italia) stretta fra Malaysia ed Indonesia è cinese. Quel che non si dice mai è che i cinesi rappresentano una quota cospicua dei cristiani in questi tre paesi: nel caso di Singapore e Malaysia, dove i cristiani sono rispettivamente il 12 e l’8 per cento, sono la componente quasi esclusiva delle Chiese cristiane. Quando nel dicembre scorso il governo malese ha deciso che la cerimonia pubblica del Natale che vede la partecipazione del re e del primo ministro si sarebbe svolta senza riferimenti alla persona di Gesù per «proteggere la sensibilità islamica» e non sarebbero state permesse letture dalla Bibbia né rappresentazioni della scena della Natività, a fare sensazione con una protesta pubblica è stato O.C. Lim, un sacerdote cattolico di origine cinese della capitale Kuala Lumpur, ha definito la decisione «oltraggiosa, scandalosa e sacrilega».
In Indonesia la maggioranza dei cristiani non è cinese: ci sono i batak di Sumatra, i dajak del Borneo, le varie etnie nelle Molucche, a Sulawesi, a Papua, ecc. Sarebbero molti di più se l’Indonesia, come pure lo Sri Lanka, non fossero finiti sotto il dominio olandese nel XVII secolo. In entrambe le colonie i protestanti orangisti misero fuori legge il culto cattolico, ma non furono capaci di proseguire l’evangelizzazione che con discreto successo i portoghesi avevano cominciato. Se i portoghesi non fossero stati sloggiati dagli olandesi, probabilmente oggi Indonesia e Sri Lanka sarebbero paesi asiatici a maggioranza cristiana. Ma anche nella situazione ereditata, con una popolazione cristiana solo per l’8 per cento, è facile notare che le regioni meno povere dello Sri Lanka sono quelle costiere, dove si concentra il maggior numero di cristiani (in alcuni casi interi villaggi di pescatori).
In Indonesia la consistenza dei diversi gruppi religiosi è oggetto di dibattito, nonostante l’affiliazione religiosa sia riportata sulla carta d’identità, cosa che dovrebbe rendere facilissimo il computo. Così non è, perché la registrazione lascia spazio ad abusi di ogni tipo, ma tutti dello stesso segno: i cristiani faticano a registrarsi come tali, mentre l’etichetta musulmana viene applicata con faciloneria. Le statistiche ufficiali dicono di un paese musulmano all’88 per cento (“lo stato col maggior numero di musulmani nel mondo”) e cristiano per il 9 per cento. Ma depurata di una larga quota di islamici nominali, adepti delle religioni tribali inseriti solo per far numero per ragioni squisitamente politiche, l’umma musulmana si attesterebbe in realtà fra il 55 e il 60 per cento, mentre i cristiani, quasi 28 milioni di persone, sarebbero il 13 per cento del totale.
Più della quantità conta però la qualità delle risorse umane. Un esempio. A Medan, la città più popolosa di Sumatra con 2,2 milioni di abitanti, il rapporto fra musulmani e cristiani si aggira sul 70-30. Ma le sette istituzioni universitarie presenti in città risultano così denominate: 2 statali, 2 islamiche e ben 3 cristiane (cattolica, luterana e calvinista). E nelle scuole medie cristiane la maggioranza degli studenti è musulmana. Capita l’antifona?

IL MIRACOLO DELLA COREA
La prova regina del benefico influsso del cristianesimo sulla realtà asiatica si chiama Corea. Nel 1919, quando nacque il movimento per l’indipendenza contro gli occupanti giapponesi, i cristiani coreani, cattolici e protestanti insieme, erano 200 mila su una popolazione totale di 16 milioni. Nel 1965, col paese ormai diviso in due dalla guerra finita dodici anni prima, i cristiani costituivano appena il 3 per cento della popolazione della Corea del Sud, cioè meno di un milione sugli allora 25 milioni di abitanti. Oggi i cristiani sono più di 19 milioni, pari al 40 per cento dei 48 milioni di sudcoreani. I cattolici, che nel 1968 erano 751 mila, oggi sono 4 milioni e 325 mila (sestuplicati!).
Il più grande processo di cristianizzazione di un paese nell’epoca contemporanea è coinciso col più grande miracolo economico dopo la Seconda guerra mondiale: all’inizio degli anni Sessanta il reddito pro capite in Corea del Sud era appena 80 dollari, la metà di quello registrato nella Corea del Nord. Con tassi di crescita del Pil del 10 per cento annuo negli anni Settanta e del 7-8 per cento negli anni Ottanta, nel 1988 il reddito era già arrivato a 2.500 dollari. Oggi supera i 19 mila ed è 14 volte maggiore di quello della Corea del Nord, dove la religione è vietata.
Ad aderire al cristianesimo non è tanto la povera gente quanto piuttosto le classi in ascesa: i cristiani costituiscono il 40 per cento della popolazione totale, ma sono il 65 per cento fra i deputati del parlamento (40 per cento protestanti, 25 per cento cattolici). I cattolici sono poco meno del 10 per cento della popolazione, ma toccano il 20 per cento fra i docenti universitari e fra gli ufficiali di alto grado dell’esercito. Fra i paesi ad alto reddito la Corea del Sud è l’unico che registra più di 100 mila battesimi cattolici di adulti all’anno: nel 1999 (ultimo dato disponibile) sono stati 143 mila. E non si tratta di un’eccezione: dalla fine degli anni Ottanta la barra dei 100 mila battesimi di adulti viene regolarmente superata ogni anno.

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