NONOSTANTE “NOI” GLI IRACHENI HANNO SCELTO LA LIBERTA’
V. E. Parsi, “Ma la via giuridica per la lotta al terrorismo è inadeguata”, Il Foglio, 28 gennaio.
«La domanda è: che cosa spinge un magistrato della Repubblica, un servitore dello Stato, a impiegare la propria intelligenza e competenza allo scopo di cercare di dimostrare le falle di una norma di per sé imperfetta, piuttosto che per capire come, pur con le sue imperfezioni, essa possa venir applicata? (…) Forse però la società avrebbe il diritto di attendersi che, perlomeno, persino il giudice seguisse “il comune buonsenso”».
M. Gorra, “Per i comunisti Al Zarqawi è un eroe”, Libero, 26 gennaio.
«Si terrà infatti a fine marzo la “Conferenza internazionale di sostegno alla resistenza irachena” promossa dal Campo antimperialista».
A. Panebianco, “La forza di un popolo”, Corriere della Sera, 31 gennaio.
«Si conferma, persino in un caso estremo come quello iracheno, che le persone, quale che sia la cultura di appartenenza, o le condizioni, in cui vivono, se e quando hanno l’opportunità di votare e di dire così la loro sul proprio destino lo fanno, anche a sprezzo del pericolo».
Commento
Ha fatto scalpore la sentenza del giudice Forleo: si sperava che alle oggettive carenze dell’ordinamento giuridico (che dall’11 settembre non prevede una giurisprudenza apposita per il terrorismo internazionale) supplissero l’intelligenza e il buon senso del magistrato. Ma, a quanto pare, eravamo troppo ottimisti: siamo d’accordo con il ministro Pisanu quando afferma: «Sembra che in questo modo si trasferisca la distinzione tra terrorista e guerrigliero dal piano politico-culturale a quello giuridico, con la conseguenza che così ragionando si finisce per mandare a spasso i terroristi» (Corriere 26.01.05). Ci chiediamo se la sentenza di Milano sia un errore, per quanto pericoloso, solo episodico, o la punta di un iceberg che denuncia un atteggiamento ben più diffuso nella magistratura. Segnali poco incoraggianti ci arrivano anche da altri ambienti: la sinistra antimperialista, ancora poco contenta della “giusta sentenza”, all’indomani dell’uccisione del maresciallo Cola, raccoglie fondi per finanziare la cosiddetta “resistenza irachena”. Queste due posizioni mettono in luce un problema più grave: l’incapacità di guardare i fatti per quello che sono. Per paura o per ideologia, pare non sia più possibile chiamare le cose con il loro nome, senza perdersi in sottili differenze di termini (terrorismo-guerriglia; guerriglia-resistenza) usati per confondere la realtà dei fatti. In questo clima fazioso ed ambiguo non vogliamo rinunciare a capire e a conoscere dove stia la verità. Prendiamo esempio da quello che sono state le elezioni del 30 gennaio in Irak: 8 milioni di votanti, oltre il 60 per cento degli aventi diritto. Il popolo iracheno, dopo decenni di dittatura, ormai tre anni di convivenza col terrorismo, nonostante le minacce per scoraggiare il voto, contro le previsioni pessimistiche dei più, ha scelto di essere protagonista della propria storia andando a votare. Così diceva un grande presidente americano: «Quando può scegliere in libertà, la gente sceglie la libertà».
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