FRANCIA, IL RIFORMISMO DELLE TASSE
Se volete sapere come potrebbe cambiare l’Italia a partire dal 2006 se vincerà l’Ulivo, imparate (e mettete da parte) la lezione francese. Dopo l’avvento dell’euro, la situazione economica in Francia è del tutto analoga a quella italiana e tedesca: caduta del potere d’acquisto e difficoltà delle famiglie a tirare la fine del mese. A questo “declino” la Germania rosso-verde di Schroeder risponde con pesanti tagli alla spesa pubblica (roba che in Italia ancora ce la sognamo) e il governo Raffarin con riforme del lavoro come quella sulle “35 ore flessibili” (chi vuole potrà farne di più e, quindi, guadagnare di più) approvata definitivamente ieri dal Parlamento francese. Qual è invece la ricetta draconiana con cui la sinistra governa le ventuno regioni francesi conquistate nel 2004 (il che significa tutte, eccetto l’Alsazia)? Con la spesa pubblica e l’aumento medio delle tasse del 24 per cento. Qualche esempio: i governi regionali a guida socialista hanno aumentato le imposte del 15 per cento in Bretagna, del 30 per cento in Alvernia e del 50 per cento in Borgogna. Alle critiche la sinistra risponde dicendo che è colpa dei costi della “decentralizzazione” (riforma analoga al federalismo) voluta dal governo Raffarin. Ma come può essere responsabile degli aumenti delle tasse una riforma che entrerà in vigore il prossimo anno? Necessità di budget in previsione delle spese future? Ma se il parlamento francese ha approvato nel 2003 la modifica della Costituzione – modifica secondo cui ogni competenza trasmessa dallo Stato alle amministrazioni locali otterrà un budget di spesa identico a quello che aveva in precedenza l’amministrazione statale nell’assolvimento di quella determinata competenza – dove stanno le ragioni del “partito delle tasse”? Sindacati e sinistra dicono a parole di voler fare del riformismo la loro nuova prospettiva. Nei fatti sono il vecchio partito delle tasse e della spesa pubblica. Vi sembra che la sinistra italiana sia molto diversa da quella francese?
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