Farsi Labour o farsi male

Di Bottarelli Mauro
10 Febbraio 2005
IL CONGRESSO DS NON è STATA L’APOTEOSI DELL’UNITà. RIMANGONO DUE NODI: PRODI E LA SUA LEADERSHIP (E QUINDI COSA FARSENE DI BERTINOTTI) E IL FUTURO DEL PARTITO

Una cosa bisogna ammetterla: quello di Piero Fassino nel primo giorno del congresso Ds a Roma è stato un bel discorso. Poco spazio alla demagogia, all’applauso facile, al plebiscitarismo ma un impianto solido, articolato su 42 cartelle, che ha visto il leader diessino arringare delegati e militanti per 1 ora e 50 minuti, più Castro che Berlinguer. Dato atto al leader torinese del suo coraggio, resta comunque uno scoglio enorme sulla strada del partito da qui al 2006: l’attuazione delle promesse fatte. Una cosa, infatti, è mettere a tacere la minoranza interna del Correntone sotto il peso del consenso pressoché plebiscitario ottenuto dalla mozione della maggioranza, un’altra è mettere in pratica quel “progetto riformista” attraverso accordi con i neo-centristi della Margherita che, a stretto giro di posta, hanno rispedito al mittente qualsiasi ipotesi di loro adesione al Partito socialista europeo ma soprattutto con Rifondazione comunista, alleato di ferro di Romano Prodi nella lotta per il bilanciamento del potere verso il Botteghino e portatore di una dote elettorale che – se pur mobile, sia entrata che in uscita – può contare su almeno un 7-8 per cento. Quello di Roma, nonostante la trionfale pubblicistica che lo ha accompagnato, è stato infatti il congresso dell’avvertimento finale dei Ds a Romano Prodi, una chiara e semplice constatazione di forza che la Quercia ha gettato in faccia – pur con il sorriso sulle labbra – al proprio leader di coalizione, ultimamente troppo propenso ai progetti di chi ai Ds chiede sangue e voti e offre peso pari a Diliberto.

RICATTO AL BOTTEGHINO
La questione, quindi, va oltre le mozioni e gli schieramenti: l’80 per cento con cui D’Alema è stato riconfermato presidente nonostante la strategia ostruzionistica del Correntone parla infatti la lingua di un partito che magari non condivide al 100 per cento le scelte della leadership ma che avverte in maniera chiara e urgente il rischio di sparizione, di spoliazione dell’identità: quindi, meglio blindare la guida della nave, anche se un po’ fuori rotta, che avere ai comandi un capitano “esterno” di cui non ci si fida fino in fondo. Romano non è Achab.
Fatto salvo lo strappo fassiniano sulla questione irachena, che in una prospettiva di medio-lungo termine potrebbe stabilizzarsi e quindi non essere più un elemento dirimente nel panorama politico interno del 2006, il problema sta a monte, ovvero nella svolta riformista. Cioè la prospettiva di un partito unico tra Ds, Margherita e socialisti ma soprattutto un nuovo programma di ammodernamento dello Stato che Fassino incentrerebbe sul cittadino, sulla società, sullo Stato leggero ma presente, sul privato non più da vedersi come nemico del pubblico e quindi del giusto, sull’innovazione e sul capitale umano, sulle opportunità ma anche sui meriti. Che ne pensa, ad esempio, il buon Fausto Bertinotti, di fatto sodale di un Prodi che non disdegna il ricatto incrociato sul Botteghino? «Mi sembra siamo di fronte a un fatto di grande significato: l’abbandono di un’illusione, quella di costruire la sinistra liberale, per scegliere invece l’approdo all’impianto della socialdemocrazia». Delle due, l’una: o noi – e quattro quinti della stampa italiana con noi – abbiamo buttato via tre giorni di tempo a Roma senza capire nulla o forse il compagno Fausto deve essersi perso la relazione finale e i voti di riconferma bulgara della leadership di partito.
Lo diciamo solo noi? No, proprio no. Antonio Polito, direttore del Riformista e blairiano di ferro, dice a Tempi che «l’ultimo miglio, quello che fa uscire il riformismo dai confini della sinistra per farne centrosinistra, o nuovo laburismo come a Londra, o nuovo centro come a Berlino, Fassino non l’ha compiuto. E la ragione era evidente: il suo partito non è pronto. Assisteva in comprensivo silenzio quando il leader sdoganava il mercato ma scoppiava in un’ovazione quando celebrava il fisco. Digeriva la lezione sul valore progressivo delle riforme, ma si esaltava solo quando il leader aggiungeva che, dunque, la riforma Moratti non è una riforma». E perché questo ritardo? «Ma che volete farci, in questa parrocchia è così che si fanno gli strappi, sempre un po’ alla volta, sempre un po’ in ritardo. Cionondimeno, quando arrivano sono benedetti, perché sarebbe molto peggio se non arrivassero nemmeno. Per ora i Ds si godono l’esibizione di muscoli del leader, rivolta abbastanza chiaramente all’amministratore delegato della coalizione, il festeggiatissimo Romano Prodi».

WALTER, IL FIGLIOL PRODIGO
Già, perché sempre come fa notare Polito, la frase di Fassino «un leader forte senza un forte soggetto politico sarebbe esposto al rischio di una deriva plebiscitaria e antipolitica… non potrà essere un florilegio di partiti rissosi ad alzare la bandiera del riformismo e non potrà essere nemmeno un uomo solo, per quanto grande e forte» non suona esattamente arrendevole verso un destino unitario ineluttabile. Resa dei conti in vista? Per ora certamente no, ma è chiaro che le regionali da un parte (le vere primarie) e la stesura del programma comune, con o senza Radicali in dote, dall’altra rappresentano qualcosa in più di una partita da giocare: se salta il banco del progetto riformista e del partito unico, salta l’impianto stesso uscito dal congresso e si torna alla logica del ricatto di coalizione, paradossalmente benedetta dalla stessa base che ha riconfermato Fassino ma che si è spellata le mani per Berlinguer, le immagini dei partigiani, Pertini e l’Internazionale. Se invece lo strappo riformista regge, salta la coalizione e allora il Correntone potrebbe scegliere la via dell’Aventino e poi l’abbraccio a sinistra – quella sinistra invocata da Mussi e giustificata dalla volontà della base dopo le primarie pugliesi: comunque sia, quello di Roma sarà stato l’ultimo congresso dei Ds. Che ora possono scegliere: farsi Labour o farsi male. E di fronte alla seconda ipotesi, a fare un bel tuffo dalla poppa della Gad sarà Romano Prodi: le regionali, in molti casi, sembrano essere state affrontate con lo spirito di chi a perdere, in fondo, ha soltanto da guadagnarci. Il figliol prodigo Veltroni, intanto, scrive molto e parla poco: chissà…

MA DOVE TIRA IL CORRENTONE?
Evviva l’unità interna dei Ds? Proviamo ad analizzare la situazione con freddezza, partendo dallo strappo di Fassino sull’Irak («La vera resistenza sono gli otto milioni che sono andati a votare sfidando la morte e il terrorismo») e valutiamo la reale entità della “svolta” nel centrosinistra, quella che dovrebbe far “cominciare l’Italia dopo l’illusione berlusconiana”. Ovviamente, al netto del “no” senza condizioni già espresso da Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani per quanto riguarda il voto in aula sul rifinanziamento della missione di pace italiana. Partiamo da Pietro Folena, autorevole esponente del Correntone, così espressosi sul tema: «Salutiamo il coraggio di chi votando resiste al terrorismo e chiede la fine dell’occupazione militare. Ma anche tanti abitanti di Falluja che non hanno votato dopo mesi di guerra sono resistenti. E non sono terroristi i bambini morti sotto le bombe degli alleati. La guerra provoca terrorismo… Per questo dal congresso doveva venire un chiaro segnale per un voto negativo al rifinanziamento della missione, cosa che non è accaduta». E che dire di Fabio Mussi, che del Correntone è il leader: «Quanto all’Irak, abbiamo visto qualche rara immagine di file ai seggi nelle elezioni di domenica. Immagini persino emozionanti, quelle donne in nero, con le schede in mano, documenti di un atto di dignità e di coraggio, non sappiamo esattamente quanto esteso. Nuovi rischi ora si profilano, come quello di un conflitto etnico-religioso, di un Irak diviso in tre: curdo, sunnita, sciita. Non credo che le elezioni giustifichino retroattivamente la guerra. Abbiamo imparato da piccoli che “la rivoluzione non si esporta sulla canna del fucile”. Non vorrei che venissimo spinti da grandi a pensare che sulla canna del fucile si esporta la democrazia… Ora è necessario passare la mano all’Onu e concludere l’occupazione militare. Penso che dovremmo confermare il voto contrario al finanziamento della missione». Non c’è che dire, proprio uniti. Il fatto è che Fassino e D’Alema, in questa situazione, sono costretti ad accettare la dose minima di dissenso interno e a correre il rischio di un gioco sporco del Correntone con la sinistra – orchestrato da Prodi in chiave egemonica anti-Botteghino – sul rifinanziamento della missione italiana in Irak: per quanto marginalizzata dal voto del congresso, l’ala sinistra del partito può contare su un potere di ricatto che si chiama scissione (anche l’ipotesi di un adesione in blocco al gruppo misto, senza per forza confluire in Rifondazione o nei Comunisti italiani, è sufficiente) e che franerebbe come un Vajont sulla base già spaventata del partito. In quel caso la fine dei Ds sarebbe accelerata, ma il travaso di forze e militanza (unita ai non collimanti né idiliiaci rapporti con la Margherita) non consentirebbe una caduta indolore sul materasso del partito unico riformista. Fassino, per ora, è in ostaggio: di una pulce, ma in ostaggio.
M.B.

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