Gli irriducibili di Saddam
Eh, no: loro non la bevono mica. Non sono dei sempliciotti come noi, che ci siamo un po’ commossi ascoltando il racconto del mutilato a causa di un’autobomba che è andato a votare zoppicando sulla gamba che gli è rimasta; o quello del ferito di uno dei tredici attentati kamikaze, che piangeva per il dispiacere di non aver potuto votare anziché per il dolore della ferita; o l’invettiva contro Saddam Hussein della donna velata che mostrava orgogliosamente la vu di vittoria con le dita macchiate dell’inchiostro elettorale. Loro, i pacifisti che due anni fa sono scesi in piazza contro la guerra di Bush, non si fanno ingannare dalla montatura. Nei forum di discussione su Internet strappano il velo delle menzogne propagandistiche. «È tutta una farsa. Questo è un imbroglio che non ha nulla a che fare con la democrazia», scrive dall’Essex un certo Mike al forum della Bbc. «Questa è la caricatura di un’elezione libera e onesta. L’unico scopo di tutto questo è portare al potere un governo che condoni le azioni di Bush», commenta Imran Qadir dalla democraticissima Arabia Saudita. «Questa elezione è un trucco dell’amministrazione Bush. Dal suo successo deriverà un boom dell’economia americana», spiega da Parigi un certo Maical. «Il voto costituisce una partecipazione e una collusione con una farsa americana», bacchetta gli elettori un anonimo britannico. «Conferisce una patina di legittimità alle loro azioni violente». Eric che scrive dalla Pennsylvania è un altro a cui non la si dà a bere: «Un alto tasso di partecipazione non è indicativo della democraticità del voto. Anche sotto Saddam Hussein milioni di persone andavano a votare e venivano diffuse immagini di iracheni “gioiosi” alle urne. Ci sono un sacco di iracheni che non stanno festeggiando e che non sono felici, ma i media non li intervistano».
Ma lasciando da parte i deliri e venendo al dunque, quali sono le obiezioni che l’ala intransigente del movimento pacifista muove allo storico voto iracheno? Fatta la tara di invettive e retorica antiamericana, essenzialmente tre: 1) il voto si è tenuto in un paese militarmente occupato da potenze straniere; 2) uno dei principali gruppi etno-religiosi del paese ha boicottato il voto; 3) sono mancati gli osservatori internazionali. Argomenti già anticipati da parecchi osservatori, anche italiani. Per tutti prendiamo l’eurodeputato Pdci Giulietto Chiesa, che a metà gennaio scriveva a proposito delle difficoltà di inviare osservatori internazionali alle elezioni irachene: «Ma se sappiamo già che nessuno osserverà, perché non ci sono le condizioni minime di sicurezza, vuol dire che nessuno avrà condizioni minime di sicurezza per votare. Secondo ogni criterio gli iracheni non potranno votare fair and free. Posso già immaginare come giornali e tv nostrane e americane ci racconteranno che si è fatto un passo in avanti verso la legalità e lo stato di diritto. Nessuno riderà della grottesca situazione che ci troviamo di fronte: elezioni in un paese occupato e in guerra».
Il minimo che si deve dire è che ci troviamo di fronte a critiche speciose, che confermano soprattutto l’attitudine dei pacifisti a usare due pesi e due misure.
ELEZIONI SOTTO MACHETE
1) Paese occupato e in guerra. Non è la prima volta che si vota in condizioni di sicurezza deplorevoli. Come ha ricordato Carina Perelli, responsabile della Divisione delle Nazioni Unite per l’assistenza elettorale che ha preso parte all’organizzazione delle elezioni, se in Irak si è votato “sotto le pallottole”, nel 1999 a Timor Est l’Onu organizzò le elezioni “sotto i machete”, che vennero usati prima e dopo il voto dalle milizie filo-indonesiane per punire gli elettori favorevoli all’indipendenza. Ma nessuno allora ebbe a ridire sulla regolarità del voto. Quanto all’“occupazione militare”, l’argomento è abbastanza incredibile quando si pensa che appena tre settimane prima i palestinesi, sotto occupazione militare israeliana da 38 anni, hanno votato il successore di Arafat senza che nessuno nel mondo adducesse l’argomento che il loro voto non si poteva considerare libero a causa della perdurante occupazione. Per di più la coalizione a guida anglo-americana in Irak è legittimata da due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, requisito assente nel caso israelo-palestinese. Il caso di elezioni in un paese sotto occupazione militare straniera legittimata ex-ante o ex-post dalle Nazioni Unite non è affatto raro. I casi più recenti sono quelli del Kosovo (occupato dalla Nato nel 1999, vi si sono svolte ben quattro elezioni fra il 2000 e il 2004), della Bosnia (occupata dalla Nato nel 1996, vi si sono svolte numerose elezioni a partire dal 1998) e di Haiti (invasa dagli Usa nel 1994, vi si sono svolte elezioni nel 1995 alla presenza di marines e caschi blu). Nessuno ha pensato di delegittimare queste elezioni. Da sessant’anni a questa parte si svolgono elezioni in presenza di cospicui contingenti militari americani in Germania, Giappone e Italia (70, 48 e 30 mila soldati rispettivamente) senza che nessuna forza politica di rilievo abbia avuto a ridire sulla regolarità del voto; la Corea del Sud ha compiuto la sua transizione dai regimi militari alla democrazia parlamentare (a partire dalla fine degli anni Ottanta) senza che i 40 mila marines presenti dalla fine degli anni Cinquanta facessero le valigie. Si vota in Libano dal 1992 in presenza di 16 mila soldati siriani senza che i pacifisti si straccino le vesti.
E SE IN SUDAFRICA I BIANCHI AVESSERO BOICOTTATO?
2) Boicottaggio sunnita. Unità e Manifesto hanno dato grande rilievo, nei loro titoli, alla scarsa affluenza dei sunniti e alla dichiarazione del Consiglio degli ulema che hanno definito illegittimo il voto. Provate a immaginare come avrebbero titolato, gli stessi giornali, se nel 1994 i bianchi sudafricani avessero boicottato le prime elezioni libere e multirazziali nella storia del Sudafrica. Parole come “razzismo” e “oppressori” si sarebbero sprecate. Il regime minoritario dei bianchi sudafricani meritava disprezzo, invece la volontà dei sunniti di mantenere il loro potere minoritario merita comprensione. Forse perché gli afrikaner erano anticomunisti mentre invece i sunniti iracheni sono antiamericani? Chissà, chissà.
3) Assenza di osservatori internazionali. È vero, solo 129 osservatori stranieri hanno presenziato al voto, e quasi tutti sono rimasti trincerati dentro alla “zona verde”. Ma la colpa non è del governo iracheno o degli americani: le richieste rivolte a Onu, Ue e Russia sono state respinte adducendo il problema della sicurezza. Non è però vero che non ci sia stata supervisione internazionale: l’Onu ha fornito decisiva assistenza tecnica, la Ue ha finanziato la formazione degli osservatori e degli scrutatori iracheni. Alla fine 95 mila fra osservatori e rappresentanti di lista di tutti i partiti hanno controllato le operazioni di voto. «Le elezioni – ha commentato per l’Onu Carina Perelli – hanno mostrato la volontà del popolo di agire da custode della qualità e della trasparenza dell’elezione. Il popolo iracheno ha espresso non solo la sua volontà di esser padrone del processo, ma anche la sua fiducia nei confronti della Commissione elettorale». Basta così?
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