Leopardi a Muso Duro
Le prediche recitate al popolo liberale da Don Muso Duro, prete figlio di un’invenzione letteraria di Monaldo Leopardi, il padre di Giacomo poeta dell’infinito, sono le parole di un credente stanco di presentarsi ai laici in tono dimesso per essere, magari, irriso da facce che non ne vogliono sapere di fede e di Dio. Un breviario (ripubblicato di recente dalla casa editrice “Il Cinabro” di Catania) che narra la vicenda e le passioni di una battaglia culturale combattuta da un reazionario senza ipocrisie nello Stato Pontificio del 1798-99, attraversato dal giacobinismo forzato della Repubblica Romana imposta dalla campagna di Napoleone (col papa costretto a rifugiarsi in Toscana), dieci anni dopo la Rivoluzione francese e le teste mozzate dalla ghigliottina.
Il conte Monaldo, che si definiva “l’ultimo spadifero d’Italia”, nell’epoca in cui i repubblicani avevano proibito l’uso della spada, frastornato dal Razionalismo con la R maiuscola di chi voleva cambiare il mondo cristiano e i suoi valori nel nome delle magnifiche sorti e progressive, non ci sta e se ne frega. A ghigno storto, come il parroco del suo racconto, s’intestardisce nel ribattere frase dopo frase il pensiero illuminista che arriva da Oltralpe. Con un libello di poche decine di pagine si arruola nella sua cultural war e s’inventa, contro le fascinazioni della stampa rivoluzionaria, un campionario di “scritti sani”. Partendo da un assioma: «Società cristiana e progresso possono concorrere (purché il secondo non voglia sostituirsi alla prima) a dilatare fra gli uomini la civiltà; non già quella civiltà irreligiosa e bugiarda che viene raccomandata dal filosofismo, ma la civiltà vera, accordevole con gli ordinamenti di Dio e della sua Chiesa. Oggi – scrive Monaldo – si pretende di costruire il mondo per un’eternità e si soffoca ogni residuo e ogni speranza del bene presente sotto il progetto mostruoso del perfezionamento universale, intriso di spirito irrequieto, dogmatizzante e sofistico».
Ragionando sui destini e sulle volontà dell’uomo, vita, morte, giudizio, desiderio di immortalità secondo il progetto del tutto ci è possibile, Don Muso Duro sventola sotto gli occhi dei liberali, la risolutezza della sua fede, dei suoi valori, dei limiti che questi mettono al bisogno di onnipotenza dell’uomo. Senza paura di gridare agli avversari “illuminati” che le “idee delle umane genti sulla strada del raziocinio” passano necessariamente attraverso la stabilità e la concretezza “dell’edificio sociale basato sui fondamenti della religione”.
PREGIUDIZI FREUDIANI
Queste cose Monaldo le scriveva oltre duecento anni fa. La critica letteraria, in Italia sempre laica e di sinistra, non le ha mai lette preferendo parlare, secondo un antico vizio freudiano, di un Conte Leopardi babbo cattivo di Giacomo. C’è stato un ritardo ma non importa. Oggi, nel 2005 dell’eugenetica faustiana, del “tutto è Amore anche quello tra due cloni”, del Terrore binladeniano, le prediche di Don Muso Duro sono un cazzotto in faccia sull’a-gnosi delle nostre coscienze occidentali. Non è mai troppo tardi.
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