Il bello di vivere all’Inferno

Di Frigerio Valentina
10 Febbraio 2005
VIAGGIO A KITGUM, IN UGANDA DEL NORD, FRA MALATI DI AIDS, ORFANI E GIOVANI GUERRIGLIERI, SEGUENDO UN’ONG LOCALE. QUANDO IL CONTINENTE NERO DIVENTA PURGATORIO

Il pick up si allontana da Kitgum. Le case in mattoni e le poche strade asfaltate lasciano il posto ad una schiera seriale di capanne, le più fortunate separate tra loro dall’ombra di una pianta di banano. Le altre, quelle degli ultimi arrivati, spesso sono costrette a condividere gli spazi precedentemente occupati dalle vacche o dai maiali. Si espandono tutto attorno alla città. Come onde formate da una goccia che cade sulla superficie calma del mare. Timorose di allontanarsi dall’origine. Ma che sperano in qualche modo di poter beneficiare dell’ombra della sua protezione.
Fino a dieci anni fa non era così. Un esiguo gruppo di capanne formava un villaggio, circondato da campi coltivati e folte piante colorate. Oggi, con i suoi terreni aridi e i rami secchi, sembra che anche la natura si sia piegata alle leggi di una guerra che da oltre diciotto anni prosciuga la vita di un popolo. Sono gli acholi, un’etnia del nord Uganda, costretti a rifugiarsi nei pressi dei centri abitati per paura degli attacchi periferici dei ribelli, che li privano di tutto: dalle case agli animali, ai figli, alla vita stessa.
Il pick up raggiunge una capanna. Sdraiato su una coperta c’è Wilson. Non può alzarsi ad accogliere gli ospiti. Il suo corpo è troppo debole per sostenere anche quei pochi muscoli che gli sono rimasti attaccati alle fragili ossa. Ma può alzare le sue braccia, per accogliere con un ampio sorriso John, che, come tutti i venerdì, è arrivato a fargli visita. L’Aids colpisce il 6 per cento della popolazione ugandese. Nel paese, circa 100 mila di persone muoiono ogni anno a causa sua. Scoperto per la prima volta nel 1982, inizialmente viene chiamato “slim disease”, per la sistematicità con cui provoca ingenti perdite di peso in chi ne sia affetto. «Finalmente i miei fratelli sono arrivati!», esclama Wilson, rivelando uno spiccato accento inglese, simbolo di istruzione, merce rara da queste parti. Lavorava in un’azienda agricola di prestigio, a livelli piuttosto alti. Aveva due mogli e molti amici. Oggi, a 50 anni, è solo nella sua capanna, in compagnia unicamente della malattia che gli ha tolto tutto. John lavora per il Meeting Point, un’organizzazione locale che da 15 anni si occupa del sostegno ai malati di Hiv/Aids. Il venerdì è il giorno delle “visite a domicilio”, in cui Chiara, un medico di Avsi, una ong italiana, gira tra i villaggi a visitare i malati non in grado di alzarsi dal letto. I volontari del Meeting Point la guidano tra le capanne, alla ricerca dei pazienti. Li conoscono tutti per nome. Ne conoscono la storia, i figli, le condizioni di vita. Oggi c’è anche un prete a fare le visite. «Dove non arrivo io sono sicura che lui può arrivare». Così ne giustifica la presenza Chiara, sorridendo. Wilson ha appena iniziato a prendere i farmaci antiretrovirali, che dovrebbero aiutarlo a convivere con il virus. «Devi prenderli tutti i giorni per poter riacquistare forza», sottolinea il dottore, con lo stesso tono raccomandatario di una mamma. «Ma siete voi che mi date la forza», risponde Wilson. «La forza di andare avanti. Ora siete voi la mia famiglia». I farmaci provocano un forte prurito. Ma il paziente proseguirà obbediente la cura. Saluta i suoi visitatori, certo di rivederli venerdì prossimo. E di non essere più solo.

LA FELICITA’ DI RICHARD
Sulla strada, all’ombra dei pochi alberi che scandiscono i lunghi chilometri che separano le contee del distretto di Kitgum, di tanto in tanto si vedono dei militari, a guardia dei pochi veicoli che osano affrontare le rotte esterne alla città. E a protezione dei bambini che, sotto un sole cocente, trasportano sul capo le pesanti giare, tutte rigorosamente di plastica gialla, che contengono l’acqua per la famiglia. Conoscono bene la strada che porta all’unica fonte nel raggio di dieci chilometri, dato che vi si recano almeno quattro volte al giorno. Nonostante il sudore e la fatica, nessuno di loro nega un saluto caloroso ai passeggeri della macchina, che romba via alzando un inevitabile polverone.
Le ruote del pick up frenano davanti ad un’altra capanna. Questa volta è più grande. Ospita cinque persone. Richard non c’è ancora. Ci accomodiamo su delle specie di sdraio, ricavate dal legno di qualche albero, intrecciato con dei resistenti sacchi di patate. Qui ogni cosa ha un utilizzo multiplo. Con un cartone di latte e i tappi di quattro bottigliette di Coca-Cola si possono creare delle macchinine. Le latte di olio distribuite gratuitamente dal Programma Alimentare Mondiale, riconoscibili dalla scritta blu “Usa” a caratteri cubitali, vengono riutilizzate per costruire le porte delle capanne. Riempite di semi di papaia e scosse a ritmo, posso anche fungere da strumenti che accompagnano i canti durante la Messa.
Dalla squillante risata che lo precede, si intuisce l’arrivo del padrone di casa. Zoppica vistosamente, a causa di uno sparo accidentale partito dal fucile di un soldato distratto. Cose che capitano, da queste parti. Alla vista di Ketty, la responsabile del Meeting Point, Richard si inginocchia e la saluta a mani giunte. «Questa donna mi ha salvato la vita», esclama indicando Ketty. Dieci anni fa era arrivato a meditare il suicidio. Dopo la morte della moglie e la scoperta che nel suo sangue scorreva lo stesso virus che gliela aveva portata via, Richard iniziò a perdere peso. E la speranza di continuare una vita decente. «L’incontro con i volontari del Meeting Point mi ha cambiato la vita», continua Richard. «è stato per una fedeltà alla loro amicizia, la stessa che loro mi dimostravano, che mi sono impegnato a prendere i medicinali. Ora sto meglio, perché ho capito che, anche nella sofferenza, ci può essere felicità. Se qualcuno la condivide con te».

I BAMBINI NON PIANGONO
Anche Ketty ride di gusto quando vede Richard così felice. Non era sicura di farcela quindici anni fa, quando tutto iniziò. Il marito l’aveva ormai abbandonata da tempo, lasciandole sei figli da mantenere. Le tasse scolastiche in Uganda non richiedono meno di 300 mila scellini (circa 150 euro) l’anno per ogni bambino. Lo stipendio di una maestra elementare, come era Ketty al tempo, non superava i 100 mila scellini mensili. «Ero disperata. Non sapevo come arrivare a fine giornata», racconta Ketty. I suoi occhi diventano lucidi. Ma non scende una lacrima. è raro vedere un ugandese piangere. Neppure i bambini lo fanno. Mi chiedo se ci siano diversi modi di esprimere la sofferenza. O piuttosto diversi stadi di sopportazione del dolore. «Un giorno, all’interno di un gruppo di amici appartenenti ad un movimento cattolico chiamato Christ is Communion and Life (Ccl), conobbi Elly Ongee, un uomo malato di Hiv/Aids. Prima di morire mi chiese di trattare i malati come avevo trattato lui: guardandoli come persone ancora utili, quindi degne di essere amate».
Da quel momento Ketty inizia ad andare quotidianamente a visitare i malati. Quelli soli, li porta a morire a casa sua. Gli orfani che loro lasciano diventano così i suoi figli. Quasi 3000 persone sieropositive, dal 1990 ad oggi, sono state sostenute dal Meeting Point. Attualmente, poi, grazie alle adozioni a distanza, 322 orfani hanno la possibilità di andare a scuola, e ricevere quindi un’educazione. Certo, se si guarda alla media nazionale, per cui i malati di Hiv/Aids in Uganda sono circa un milione e mezzo e gli orfani 2,3 milioni (in media uno ogni quattro famiglie), siamo ancora lontani dal contribuire allo sviluppo generale del paese o dai target imposti dalle organizzazioni internazionali. Tra i clienti del Meeting Point c’è Obita, senza mamma né papà, con il suo piede fasciato e perennemente sporco di terra e ogni giorno maledettamente infetto, che, grazie al sostegno a distanza, quest’anno va in quinta elementare. C’è Helena, che ha scoperto ieri di essere malata di Aids, ma che sorride, perché sa che c’è un posto dove qualcuno le vorrà bene. Nonostante, anzi, proprio perché malata. Nomi, volti, persone. Autentici e vivi.
In Uganda c’è la guerra. I bambini sono costretti ad andare di notte a dormire negli ospedali. Non c’è lavoro, perché il conflitto impedisce lo sviluppo. Le malattie si trasmettono di generazione in generazione. L’Aids dilaga. Eppure tanti sorridono. Tutte le volte che incontrano lo sguardo di qualcuno che vuole loro bene.
Il pick up torna a casa. La strada è distrutta. Gli alberi secchi. La terra bruciata. Il sole splende alto nel cielo.

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