ZARKAWI SOMIGLIA PIù A HITLER E A LENIN CHE AL DUCE

Di Luigi Amicone
10 Febbraio 2005
Ho letto con piacere l’intervista di Fulvia Riccardi a Giuliano Pisapia

Ho letto con piacere l’intervista di Fulvia Riccardi a Giuliano Pisapia (Tempi n° 4, ndr). La soddisfazione, le assicuro, non è tanto per il riconoscimento di ingiusta condanna quanto piuttosto per il fatto che c’è anche nel nostro campo qualcuno che non soggiace a diffusa viltà ed ipocrisia… della transizione! Con molta cordialità e vivissimi auguri di buon lavoro!
Ps: E complimenti per il bel settimanale!
Arnaldo Forlani
Il tempo è galantuomo. Di Pietro è transitato. Grazie, Presidente.

Con immensa gioia ho ricevuto la T-shirt rosse celebrative dei dieci anni di vita di Tempi! Che bella storia! Vi abbraccio forte al cuore, amici.
Bruno Turci, carcere di Opera
Amico, ci vediamo presto.

Ho letto l’editoriale sull’Irak dopo il voto: si definisce Al Zarqawi fascista. Verrebbe da chiedersi a quale fascismo ci si riferisca. A quello rumeno di Codreanu, oppure a quello vallone di Leon Degrelle, o forse al fascismo francese del parito popolare di Doriot o ancora all’esperienza falangista di Primo de Rivera o, chissà, si pensava alla nostra storia e quindi al fascismo ideologia, al fascismo movimento e al fascismo partito. O magari più poveramente si intendeva il fascismo epiteto: quello che si usa quando non si hanno argomenti credendo di offendere. Avvilente. Se proprio volete definirli, chiamateli partigiani.
Glauco Martini, via Internet
In effetti anche un editoriale del Corriere della Sera titola “I fascisti di Bagdad”. Spiace ammetterlo, però forse ha più ragione lei che noi, il Corriere della Sera e il New York Times. Il fascismo storico c’entra ben poco. Stando all’ideologia e alle carneficine che pratica e raccomanda, Zarkawi non è un fascista, è un nazicomunista.

Nel quotidiano Le Figaro (8/1/05 p.4) leggo di “Campagne contro le conversioni al cristianesimo” in Algeria. «Il luogo dove nel 1994 furono ammazzati quattro frati bianchi è meta di pellegrinaggio sia da parte di cristiani che di musulmani. Così da alcuni mesi gli estremisti islamici hanno lanciato una campagna mediatica contro le conversioni al cristianesimo in Cabilia. In varie moschee imam considerati finora moderati hanno decretato delle fatwa contro gli apostati che implicano la pena di morte per costoro…». Ma insomma, caro direttore, io mi chiedo. Visto che non ho mai sentito nessuna organizzazione musulmana condannare le minacce a cui sono esposte le persone che abbandonano l’islam si può considerare l’islam una religione di pace come viene sempre ripetuto dalle suddette organizzazioni? Che senso ha insistere nel dialogo interreligioso quando in questi incontri non si denunciano le minacce profferite dagli estremisti non solo in Algeria ma in gran parte del mondo musulmano come anche in Europa contro chi abbandona l’islam?
Giuseppe Righi, via Internet
La notizia va ad arricchire il già copioso dossier anticristiano. Le prime due domande meriterebbero risposte più sfumate, ma in buona sostanza ha ragione lei: se applicato alla lettera del Corano l’islam non è affatto una religione di pace. E il dialogo interreligioso è perfettamente inutile se non ha come condizione il riconoscimento, in sede di principio e di fatto (giuridico, politico eccetera), del sacrosanto diritto, primo fra tutti i diritti umani, alla libertà di coscienza, di religione e di conversione.

Ho visto con piacere che Marina Corradi ha pubblicato la lettera di mio papà su Tempi. Mesi fa, quando lessi il primo pezzo di Marina sulla giovane guida dalla cui foto era rimasta affascinata, lo raccontai a mio padre che da giovane, assieme a suo fratello e a molti altri amici di Cremona, scalava nelle Dolomiti. Mio papà mi ha raccontato allora di avere conosciuto quella guida, il Brunet, e mio zio è andato persino a ripescare in un cassetto l’orazione funebre del parroco. Non è straordinario come tutto sia “collegato”? Io che, quasi 40 anni dopo le avventure di mio papà col Brunet, incontro Cl, leggo con passione Tempi, capito su quell’articolo di Marina… è proprio vero che c’è un senso e che non siamo soli.
Maria Claudia Ferragni, Milano
Come dicevano quelle canzoni? «Nessun uomo è un’isola». E «rock-and-roll can never die».

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