C’ERA UNA VOLTA, POI IN UN VATTIMO…
C’era un tempo in cui persino il filosofo del pensiero debole Gianni Vattimo si batteva contro la follia scientifica dell’onnipotenza umana, della manipolazione del corpo e del creato, dell’uomo clone di se stesso. «Sarà poi davvero una conquista – scriveva il filosofo – per l’uomo sopprimere il limite che non solo pone fine, ma anche dà senso alla sua esistenza, come storia, vita, divenire? Nel momento in cui scienza e tecnologia trasformano il mondo in un sistema di oggetti, l’umanità propria dell’uomo sembra rifugiarsi solo nella sua capacità di morire. (…) Produrre per clonazione un altro individuo uguale a me non significa duplicare la mia storia, il mio mondo, la mia soggettività in ciò che ha di peculiare. L’io vivente che ama e pensa, esiste perché muore e muore perché esiste. L’ingegneria biologica farà immortale solo ciò che a suo avviso merita di esserlo, non il soggetto ma l’oggetto. E in quel caso sarà la filosofia a morire». Era il 1985, poi ha cambiato idea. Neppure il tempo di un Vattimo.
Massimiliano Lenzi
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