Quel filo che ha squassato l’Italia

Di Luigi Amicone
06 Aprile 2011
Nell’Abruzzo piegato dal terremoto, dove le vittime vengono portate a spalla dalla solidarietà popolare e la gente scava per salvare la speranza dalle macerie

Busilacchio Gianfranco, un contadino di Onna, il paesino epicentro del sisma che ha sconvolto l’Abruzzo, sta lì al bordo di un campo ad aspettare le tende della Protezione civile con i suoi figli che si sono dati da fare tutta la notte per tirare fuori dalle macerie i parenti, i conoscenti, soprattutto gli amici. «Ci è passato tutto sotto. Lungo, forte, rumoroso». Non è il gioco di un bambino sulla spiaggia che ha sotterrato il filo lungo i castelli di sabbia appena costruiti e poi tutto d’un tratto tira e distrugge il gioco. Qualcosa di simile, però. Come se una gigantesca mano avesse sollevato da sotto terra un’immensa fune d’acciaio.

Il terremoto ha colpito lungo una ben definita direttrice, dall’Aquila via Onna, San Gregorio e Poggio Picenza. Lungo questa retta trovi soltanto case ridotte a macerie. Qualche metro più in là, a destra o sinistra di questa immaginaria fune che manda all’aria case di pietra e case di cemento armato, il paesaggio urbano è quasi intatto.Ci lasciamo alle spalle Onna, il paese dove il buon Gianfranco e i suoi figli Antonello e Gianbeniamino hanno salvato tante vite, che è quasi l’imbrunire di lunedì. Ora sulla terra ferita si avventano nubi, acqua e fulmini. L’autostrada è chiusa. Le principali strade provinciali sono occupate da lunghe code di mezzi di soccorso che arrivano da tutta Italia.

Mugugni ce ne sono. Ma non contro la mancanza di solidarietà, perché qui tutti hanno toccato e toccano con mano la vicinanza e la mobilitazione di tutto il paese. Sentono che l’Italia si è mossa, si sta muovendo. Piuttosto avvertono la fragilità della struttura di comando locale, la drammatica confusione dei tanti volontari che non sanno dove portare il proprio aiuto, dove montare le tende, dove intervenire con stufe da campo, dove andare a preparare strutture perché la popolazione possa affrontare le notti che verranno. Nella minuscola Onna, 250 abitanti in tutto, in questo tardo pomeriggio del lunedì dopo la tragedia, hanno già estratto venti cadaveri. Purtroppo non ce l’hanno fatta i figli e il padre del collega Giustino Parisse capo della redazione dell’Aquila del quotidiano Il Centro, inghiottiti dalla terra squassata.

Dai paesi coi trattori
L’altra via crucis inizia sul viale XX Settembre nel centro storico dell’Aquila. Anche qui il tremendo e misterioso filo si è portato via palazzi interi, scegliendo di colpire la parte più giovane della città. Alla Casa dello studente si affollano Vigili del fuoco, militari, gente comune che a suo rischio e pericolo, mentre ogni tanto si sente ancora tremare la terra, scava per tirare fuori due ragazzi. Uno è ancora sotto le macerie, respira e parla addirittura, l’altro è già morto.

A manovrare i pesanti automezzi sul posto c’è anche Stefanucci Felice dell’impresa Lino Mascetti e figli, che arriva da uno dei paesini intorno al capoluogo. Come lui in tanti sono arrivati qui senza aspettare nessuna chiamata alle armi, portando i trattori, i camion e il saper fare delle proprie mani.Ancora via XX settembre. Una palazzina di cinque piani. C’è dentro gente, ma non si è ancora riusciti a tirare fuori nessuno da là sotto. Via Campo di Fossa, un’altra palazzina di cinque piani. Qui si scava a mani nude nel timore di ulteriori crolli, ma dopo quasi 12 ore non si è ancora riusciti ad arrivare ad almeno una donna che sicuramente si trovava dentro un appartamento. Cento metri prima, da un’altra casa completamente distrutta, è uscita fuori come miracolosamente una bambina di 12 anni. Non c’era nemmeno un pertugio tra le macerie, ma lei è sgusciata fuori: «Sto bene, mi chiamo Francesca, ho 12 anni».

Gli sfollati lungo le strade
L’Aquila non è Onna, è una piccola grande città di poco meno di ottantamila abitanti, eppure in questo lunedì che ci separa dalla notte che gli abruzzesi ricorderanno per sempre, è una città fantasma. La gente è andata via, sfollata volontariamente, sta accampata lungo i bordi delle strade, nei campi di calcio, nelle prime aree attrezzate dai soccorritori e sarà difficile che torni presto alle proprie case. Nell’aria è palpabile uno stordimento, lo strascico di ore e ore di terrore dopo il boato che ha sconvolto tutto da un momento all’altro, senza preavviso. Il preavviso c’era stato, dicono oggi in tanti. Da mesi si susseguivano scosse, il cosiddetto sciame sismico. Le scuole, come racconta la maestra Maria di Roccadimezzo, procedevano spesso alle esercitazioni per le evecuazioni dalle aule.

Erano mesi che qualcuno, l’ormai famoso ricercatore Giampaolo Giuliani, andava dicendo che ci sarebbe stata una scossa definitiva e tremenda. Basandosi sull’analisi di un gas radioattivo, il radon, il tecnico aveva lanciato l’allarme alla fine di marzo. Il terremoto non era avvenuto e lui si era preso una denuncia per procurato allarme dal procuratore di Sulmona. Eppure la verità è che, come ha confermato la commissione Grandi rischi, di cui fanno parte i maggiori esperi di ingegneria sismica del paese, nessuno avrebbe potuto immaginare la violenza e prvedere il momento in cui quel filo sarebbe stato sollevato.Si è mossa la terra e si è mossa l’Italia. C’è un paradosso, come sempre accade nel dolore e nella sofferenza, ed è che il grande male solleva anche il grande bene.

Il volontario che è arrivato dal Friuli, il neopresidente della regione Abruzzo Gianni Chiodi, che alle 4 del mattino era già all’Aquila, gli assessori, poi i ministri Maroni, Matteoli, il capo della protezione civile Guido Bertolaso, il premier Berlusconi. In Abruzzo è arrivata la gente comune e non è mancata la politica. Nella conferenza stampa svoltasi nella caserma della Guardia di Finanza non c’era traccia delle aspre divisioni che segnano il mondo politico.

Le istituzioni locali, pur essendo di colore diverso da quello del governo, si sono unite allo sforzo dell’esecutivo. Così hanno fatto il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente, la presidente della provincia dell’Aquila Stefania Pezzopane, la cui famiglia è stata colpita dalla tragedia. Il ministro del Welfare Sacconi ha rivolto un appello agli italiani a donare sangue e poche ore dopo il presidente Chiodi chiedeva di fermarsi, perché non ce n’era già più bisogno. Un altro piccolo grande segno della tempestività del movimento di popolo che si è creato intorno a quel movimento distruttivo della terra.

Non era prevedibile
Non c’è struttura crollata in cui non siano arrivati i soccorsi, ha ribadito il premier appena arrivato in Abruzzo, deciso insieme ai tecnici e alle istituzioni locali presenti sul luogo della tragedia a non lasciare inutile spazio alle polemiche sulla prevedibilità o meno del dramma. Una prevedibilità esclusa dagli esperti e dallo stesso Bertolaso. «Tutte le informazioni e i dati in mano ai massimi esperti – ha spiegato il capo della protezione civile – hanno stabilito che non era prevedibile una situazione di terremoto più grave di quella che si era verificata nei giorni scorsi. Non c’era alcun elemento tecnico-scientifico che potesse dire che ci sarebbe stata una scossa così. L’unica cosa che si poteva fare era preparare il sistema e questo è stato fatto».

E in ogni caso, ha tagliato corto Berlusconi, «non è il momento di dare luogo a discussioni: adesso bisogna reagire con i fatti e con l’azione. Quando avremo sistemato tutte le cose, si potrà cominciare a discutere sulla prevedibilità o meno di questi terremoti».La giornata si chiude con i mezzi che continuano ad affluire verso i centri colpiti, come se mentre L’Aquila e i paesi si svuotano e si riempiono di gente venuta da fuori, si trasformassero in questa Italia che vuole visibilmente partecipare a una gara di condivisione della tragedia. È come se le vittime, i bisognosi e chi è rimasto senza casa, venissero portati a spalla da una solidarietà popolare che si vede come raramente si vede quando osserviamo le cose del nostro paese dal buco della serratura del divertissement giornalistico o dall’intrattenimento dei vari Grandi fratelli. «Stai attento Michele», grida un soccorritore a un collega della Protezione civile. «Quel muro si sta ammoccando». L’amico avvisa l’altro che il muro verso cui si dirige si sta gonfiando, come a frenare col buon senso la generosità di chi vorrebbe entrare in una casa mezza distrutta. Perché lì c’è ancora un uomo sotto le macerie. E nessuno ancora lo ha raggiunto.

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