TUTTI SCAPPANO DALL’IRAN, L’AZIENDA TORINESE CI INVESTE
Per concludere un contratto di produzione su licenza con l’Iran la Fiat ha scelto il momento più difficile. Mentre l’azienda torinese firma con la Pidf iraniana l’accordo che permette a quest’ultima di produrre vetture Fiat nei suoi stabilimenti di Saveh, le più grandi multinazionali occidentali (la General Electric e il gigante petrolifero anglo-olandese Bp) rinunciano a partecipare a nuovi appalti. Anche la Halliburton ha cancellato un contratto appena vinto e la Conoco-Phillips, multinazionale petrolifera, ha rinunciato a nuove operazioni anche per le pressioni dei Fondi pensioni di pompieri e poliziotti di New York. In ritirata il gigante tedesco dell’acciaio Thyssen-Krupp. Non sono solo le minacce americane a Tehran a incentivare l’esodo degli investitori esteri: alcune imprese straniere si sono viste cancellare contratti già conclusi causa improvvisi colpi di testa degli ultraconservatori che hanno ripreso il controllo del parlamento iraniano. Il consorzio turco-svedese guidato da Turkcell (il più grande operatore turco di telefonia mobile) si è visto congelare il contratto che gli apriva il mercato iraniano per sospetto di spionaggio. Stessa sorte per il consorzio turco-austriaco che ha vinto l’appalto per la gestione del nuovo aeroporto di Tehran: i blindati delle Guardie della rivoluzione hanno costretto l’aeroporto alla chiusura nel maggio scorso, per sospetti in materia di sicurezza, e non c’è più stata riapertura nonostante i 15 milioni di dollari già spesi. Incurante dei rischi, Fiat si muove in controtendenza nella scia della francese Renault, che continua ad espandersi senza preoccupazioni.
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