Notizie a orologeria
Flash-back: siamo nel 1992. Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca capo di Bankitalia, non perse tempo di fronte al declassamento dei Bot italiani operato da Moody’s: ad ogni brutto voto dell’agenzia di rating aumentò i tassi dei Bot, ottenendo lo strepitoso risultato che ad ogni 1 per cento di aumento corrispondeva un esborso aggiuntivo di 17 mila miliardi di vecchie lire per i contribuenti italiani. Per “salvare la lira”, Ciampi spese invano 40 mila miliardi e nonostante questo sforzo la svalutazione della nostra moneta si attestò sul 30 per cento del valore. L’Italia finì fuori dallo Sme. Pochi mesi e si finì tutti sul Britannia, a svendere il comparto agro-alimentare italiano alle industrie anglo-americane. Nel luglio ‘92, poi, la Goldman Sachs annunciava che la lira era sopravvalutata e ne indicava in mille lire il rapporto con il marco tedesco (allora sulle 800 lire). Ad agitare il “rischio Italia” cominciò, guarda caso, il Financial Times, proprietà di Samuel Brittan, continuò l’Economist, proprietà di Evelyn De Rotschild, e diede man forte il Washington Post (della Salomon Brothers e dei Lazard). Torniamo ai giorni nostri. All’inizio di gennaio del 2004 apparve uno strano articolo sul Financial Times dedicato al delicato momento del capitalismo italiano e che recava la firma di Marco Tronchetti Provera. Il Financial Times oggi è di proprietà del gruppo Pearson, lo stesso editore dell’Economist, ed è il giornale che una settimana prima dell’intervento di “Tronchy” aveva avvertito i raiders della finanza che l’Italia era di nuovo terra di conquista, indicandoci “paese a rischio” e proponendo di introdurre un “premio di rischio” su tutti i prodotti finanziari italiani. Dov’è la stranezza di quell’intervento? Sta nel fatto che mentre il Financial Times declassa a lettera di trenta righe un articolo del presidente di Confindustria, Antonio D’Amato, in risposta alla denuncia fattaci dalla testata inglese di “paese a rischio”, nel contempo offre una prestigiosa tribuna al proprietario di fatto di Telecom, ovvero, una delle poche grandi aziende rimaste ancora di proprietà italiana. Oggi non c’è più una lira contro cui speculare e restano ben poche aziende da privatizzare. Ma ci sono ancora le banche che garantiscono l’esistenza di un “sistema Italia” nazionale, chi mette le mani sulle banche mette le mani sul “sistema Italia”. E guarda caso torna a circolare la voce di un pressante interesse del gruppo olandese Abn-Amro e di quello spagnolo Bbva sul credito italiano, con forti spinte interne ed europee alla necessità di aprire il mercato cui il governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, ha cercato di porre un freno, più formale che altro. Il Financial Times offre sponsorizzazione gratuita.
AUTOREVOLE E INDIPENDENTE
L’autorevole quotidiano finanziario londinese ha connaturato nel suo dna il vizietto di intervenire con operazioni mirate nelle scelte politico-economiche internazionali, fungendo da “agente mestatore” dei propri padroni più che del mercato. Tra un attacco riciclato e l’altro a Roberto Formigoni, il Financial Times anche in patria non brilla per imparzialità verso il potere.
Due settimane fa l’ex spin doctor di Tony Blair, Alastair Campbell, ora a capo della macchina di propaganda elettorale laburista, avrebbe messo scientemente in circolo rumors riguardo le pressioni dell’ex premier Tories, John Major, e dell’ex cancelliere dello Scacchiere, Lord Lamont of Lerwick, per bloccare un dossier del ministero del Tesoro dal quale si evincerebbero loro chiare responsabilità nel “black Wednesday”. Ovvero quel mercoledì 16 settembre 1992 in cui la tempesta monetaria causata dall’estrema debolezza del dollaro e dai forti tassi d’interesse offerti dalla Germania per finanziare i costi della riunificazione tedesca portò alla svalutazione della sterlina e all’uscita dallo Sme con conseguente fluttuazione, con l’unica difesa delle proprie riserve. Strano tempismo quello con cui si è consumata l’operazione: appena Campbell (strenuamente difeso dal commissario britannico all’Ue, Peter Mandelson, editorialista e shadow editor del Financial Times) è ritornato nel partito con il ruolo di capo delle strategic election communications, scoppia un caso.
Casualmente, poi, la sequenza di “giochi sporchi” è cominciata proprio ora, con la nuova legge sulla libertà d’informazione (Foi), divenuta tale solo un mese fa ma già molto utilizzata da tutti i partiti per entrare in possesso di documenti un tempo riservati o classificati. A gettare ombre sempre più lunghe sull’intera vicenda c’è un’altra questione: ad avanzare al ministero del Tesoro richiesta di documentazione del caso del “black Wednesday” era stato proprio il Financial Times e, guarda caso, cinque giorni prima della data ufficiale di pubblicazione del report cominciano a circolare rumors di chiara matrice laburista contenenti cifre folli riguardo le riserve di sterline bruciate durante la fluttuazione: 27 miliardi di sterline a fronte di una cifra reale di 3,8 miliardi di sterline. Guarda caso, poi, mercoledì scorso – giorno precedente all’attesa pubblicazione del dossier – capita un altro contrattempo: dal ministero del Tesoro parte “per errore” un messaggio alla Bbc nel quale veniva svelata l’intenzione di bloccare la pubblicazione proprio di alcuni documenti relativi al “black Wednesday” per non meglio precisati motivi di opportunità. Giovedì scorso il Tesoro britannico ha reso noto gran parte del materiale, svelando la cifra reale delle perdite e soprattutto i documenti in base ai quali la sera del 16 settembre 1992 John Major avrebbe firmato la propria lettera di dimissioni, poi ritirata su pressione del partito e di Buckingham Palace. Risultato: Tories, nonostante i dirty tricks laburisti, sulla graticola e Blair sugli scudi. Quanto è indipendente il Financial Times…
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!