Il jihad dello tsunami
A quasi due mesi dalla tragedia i media internazionali continuano a enfatizzare l’afflato ecumenico delle campagne di solidarietà sia locali che mondiali con le vittime dello tsunami in Asia. Cristiani, buddhisti e musulmani insieme, occidentali e orientali, imperialisti ed anti-imperialisti uniti nella testimonianza di quello che Mohamad Ali, un intellettuale musulmano indonesiano molto laico, ha definito «senso di umanità trans-religioso e trans-nazionale». E che sarebbe «la lezione più preziosa che possiamo trarre da questa catastrofe naturale e che dobbiamo mantenere anche in vista di crisi future: preghiamo per le vittime senza discriminazione, esprimendoci ciascuno nel suo proprio modo e linguaggio, in maniera religiosa o diversamente».
In realtà la grande armonia delle prime settimane dopo lo tsunami è già un ricordo, e sempre più sarà così: in Sri Lanka un alto dirigente della guerriglia delle Tigri Tamil è stato assassinato, ed ora la tregua col governo singalese è in pericolo; a Banda Aceh i ribelli musulmani del Gam hanno condannato con un comunicato durissimo il Fronte dei difensori islamici e il Consiglio dei mujahidin dell’Indonesia, due gruppi paramilitari giunti a Sumatra del nord da Giava più per attuare i loro programmi politici di sostegno all’esercito che per impegnarsi sul fronte dell’aiuto umanitario e per intimidire i volontari cistiani che operano sul posto; l’Onu intanto informa che solo un terzo delle risorse stanziate dai governi dei paesi avanzati sono state effettivamente messe a disposizione per gli interventi di ricostruzione.
SPOSARSI SENZA DOTE IN INDIA
Più interessanti sono le dinamiche che si sono innescate all’interno dei differenti gruppi etnici e religiosi nei paesi colpiti. Esse infatti mostrano da una parte cambiamenti culturali veri e profondi, apparentemente destinati a restare anche dopo la fine dell’emergenza; dall’altra testimoniano la mobilitazione eccezionale delle risorse proprie delle reti di appartenenza, destinate a dare frutti positivi non solo al gruppo in questione, ma all’intera società.
Cominciamo con un piccolo episodio, estremamente significativo per chi ha idea dei condizionamenti culturali del mondo indiano. A Kollam, nel Tamil Nadu devastato dal maremoto (8 mila morti), il 30 gennaio scorso presso la chiesa di sant’Antonio si è celebrato un matrimonio che prima dello tsunami non sarebbe stato pensabile: Christopher, 26 anni, ha voluto sposare a tutti i costi Sindhi, 21, anche se la dote della sposa era andata in gran parte perduta a causa della calamità naturale. In India, com’è noto, è la famiglia della sposa che deve pagare allo sposo un’ingente dote perché costui prenda con sé la donna. Ma le monete d’oro e le più prosaiche banconote che gli aspiranti suoceri avevano con fatica messo insieme sono sparite fra le onde e probabilmente anche dentro alle tasche di qualche razziatore. Christopher ha deciso che l’amore conta più del denaro, e ha “intimato” alla famiglia di Sindhi di portarle la ragazza all’altare. L’arcidiocesi di Kollam, commossa, ha voluto aiutare i due giovani contribuendo con un’offerta di 25 mila rupie (850 mila vecchie lire).
Interessante anche la storia di Retika (Rere per gli amici), 20 anni, orfana dei genitori a causa dello tsunami che ha colpito la cittadina di Meulaboh, nell’ultraconservatrice provincia islamica di Banda Aceh in Indonesia. Rere ha visto suo padre morire fra le onde del maremoto poco dopo essere stata aiutata da lui ad arrampicarsi sul tetto di una moschea. Ha perso anche un fratello. Oggi è diventata l’animatrice di una radio creata proprio per dare conforto ai sopravvissuti raccolti nei campi profughi. Rere è responsabile della trasmissione rivolta ai giovani, che affronta con piglio deciso e contagioso entusiasmo, per nulla intimidita di essere una speaker donna in un universo a dominante maschile e di avere il cuore ancora gonfio per i recenti lutti: «Assalamualaikum. La pace sia con voi, ascoltatori che siete con me anche oggi – esordisce nella sua trasmissione –. Qui è Rere che vi parla da Suara Aceh, una stazione radio di Meulaboh creata per l’emergenza post-tsunami. Come state oggi pomeriggio? Spero meglio di ieri. Spero che non vi sentiate schiacciati dal dolore. Insieme daremo il benvenuto ad un domani migliore. E ora, una canzone di Gigi che si intitola Last Love». Nessuno ha da ridire, anzi: «Ammiro la forza con cui combatte il suo dolore», commenta Nurleli, una collega. «All’inizio non credevo fosse una delle vittime dello tsunami, perché era sempre sorridente e spesso rideva».
PERCHé OSAMA NON CHIAMA AL JIHAD DEI SOCCORSI?
Merita infine la massima attenzione l’uscita pubblica di Zakiyuddin Baidhawy, membro del consiglio di presidenza della Muhammadiyah, il più importante network di studiosi islamici in Indonesia. In un articolo apparso sul quotidiano Jakarta Post ha attaccato Osama Bin Laden per il suo silenzio sulla tragedia che ha colpito tanti musulmani e ha contrapposto il jihad distruttivo dello sceicco saudita al jihad d’amore di chi si è precipitato a soccorrere le vittime del maremoto: «Osama Bin Laden, – ha scritto – autoproclamato comandante del jihad contro gli Stati Uniti e i loro alleati, ha ignorato questa emergenza umanitaria. Il suo silenzio è ancora più stupefacente considerando il fatto che il paese più duramente colpito è l’Indonesia, la più popolosa nazione musulmana del mondo. Pochi giorni dopo che il terremoto e lo tsunami hanno colpito il Sud-est asiatico, al Jazeera ha diffuso spezzoni dell’ultimo messaggio di Osama al mondo, nel quale il leader terrorista affermava che il jihad in Irak era un dovere e che coloro che evitavano di impegnarsi nelle attività ad esso connesse commettevano un grave peccato. Immaginate l’impatto positivo se invece di “Irak” avesse detto “Indonesia” e il suo riferimento al jihad avesse riguardato lo sforzo per la ricostruzione delle infrastrutture ad Aceh e nel resto di Sumatra settentrionale. Ciò non è avvenuto perché questo genere di persone non crede negli atti costruttivi, e l’enorme sofferenza dello tsunami li rivela per gli opportunisti politici che sono. L’Indonesia, come altri paesi del Sud-est asiatico, era degna della loro attenzione solo quando si trattava di reclutare aspiranti attentatori suicidi. (…)». «Osama – prosegue Baidhawy – ha detto che le bombe di Bali sono state un atto legittimo. La notizia delle masse sofferenti in Indonesia lo ispirerà a incoraggiare i musulmani ad assistere le vittime dello tsunami? Dove sono i messaggi che dichiarano obbligatorio per i musulmani assistere le vittime del maremoto? Immaginate se gli sceicchi del jihad incoraggiassero i giovani musulmani a ricostruire i villaggi distrutti in Indonesia; immaginate se li ispirassero a far questo per amore degli esseri umani e non per reclutare futuri militanti. Dopo essere andati volontari a ricostruire un villaggio, che genere di impatto avrebbe ciò su quei giovani una volta tornati a casa? Quali lezioni apprese durante quell’esperienza porterebbero con sé? Non diventerebbero forse questi giovani più disponibili ad aiutare la propria gente, a lavorare per la ricostruzione del proprio paese? … Il jihad di cui abbiamo bisogno qui ed ora è quello di alleviare la sofferenza delle vittime dello tsunami».
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!