I pugni di Clint non stanno in tasca

Di Simone Fortunato
24 Febbraio 2005
IN “MILLION DOLLAR BABY”, FILM DI EASTWOOD PLURINOMINATO AGLI OSCAR, UN VECCHIO ALLENATORE E UNA GIOVANE CAMPIONESSA DI BOX VANNO ALLA CONQUISTA DEL MONDO.DA VEDERE

Le quattro corde di un ring e la folla urlante. I muscoli tesi contro l’avversario. La dentiera di sangue e il naso spezzato. Le labbra di una donna che tremano prima dell’ultimo assalto. E in fondo, nell’oscurità, lo sguardo di un vecchio e un ammonimento amaro nell’aria: mai abbassare la guardia, mai voltarsi indietro. Sta qui, nella sequenza centrale di “Million Dollar Baby” il senso e l’umanità di tutto il cinema del 74enne Clint Eastwood. Cinquant’anni passati davanti e poi dietro la macchina da presa. Un decennio di capolavori, dalla tragedia de Gli spietati fino al dolente “Mystic River”, passando per “Un mondo perfetto” e “I ponti di Madison County”. Dolore e rimpianto sono le parole che sempre ricorrono nei film del californiano scoperto da Sergio Leone. Perché il sogno di bellezza, infranto per sempre, non può più tornare.
L’amata moglie Claudia è morta da tempo ne “Gli spietati”. Al vecchio killer in pensione William Munny non resta che imbracciare il fucile per vendicare lo sfregio a una puttana. Ucciderà, si farà giustizia, ma perderà l’unico amico che aveva e rimarrà solo come un cane, tra i rimorsi e i fantasmi di vite distrutte. Un bandito e un bambino in “Un mondo perfetto”. La scoperta di una paternità e di una figliolanza lungo una strada senza meta. E la morte rossa a cancellare dalla faccia della terra l’impronta del Padre. Padri, ferite e rimpianti anche in “Mystic River”, angosciante ritratto di un padre doloroso che, alla morte della figlia, vuol farsi giustizia da sé. Ma sbaglierà tutto, persona e peccato.
E infine, “Million Dollar Baby”. Stessi ingredienti. Stessa amarezza. Una ragazza poco più che trentenne, Maggie. Un lavoro squallido e un padre morto. Una famiglia assente e un sogno: fare a pugni col mondo e trovare qualcuno che le insegni a boxare e soprattutto, che non l’abbandoni. La scelta cade su Frank, vecchio allenatore deluso dai suoi pupilli che puntualmente lo mollano per il successo. Anche per lui, una vita di sofferenze e di ferite. Irlandese cattolico, è da ventitré anni che ogni giorno non perde una Messa anche se i preti non hanno risposte da dargli. La ragazza è in gamba e il rapporto tra i due si fa forte e indispensabile. La figlia ha ritrovato il padre perduto e il vecchio è tornato giovane: il sogno è dietro l’angolo. Manca soltanto un ultimo incontro perché la promessa sia mantenuta.

DOMANDA SENZA REDENZIONE
è come vivere un vero incontro di boxe, vedere “Million Dollar Baby”. Si incassano colpi su colpi, per più di due ore, ma alla fine si sta in piedi. Un effetto simile alla “Passione” di Cristo di Mel Gibson. Stesso coinvolgimento, stessa durezza, stressa domanda. Ma alla fine, nella “Passione” di Eastwood non c’è alcuna redenzione. C’è solo un uomo a domandarsi il perché di una vita di dolore e sofferenza. Perché il Signore dà e toglie senza alcun preavviso. E così, pur tra scelte non condivisibili, il film di Eastwood è un capolavoro di moralità che racconta di uomini alle prese con il dramma del vivere e impegnati seriamente in questo. Uomini che sanno cosa è bene e cosa è male. Uomini che vivono quotidianamente la lacerazione del peccato (la ferita della carne del pugile in cui entra la macchina da presa in una delle prime sequenze) ma che conservano una domanda di senso a cui nessuno fornisce risposta. Uomini segnati dalla fragilità di una condizione ambigua: vedono il bene ma fanno il male e ne piangono amaramente. Immersi nelle tenebre, anelano alla luce ma essa dura un attimo prima di un tramonto senza fine.

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