Stanchi di fare il “riccio”

Di Nicola Imberti
24 Febbraio 2005
LE POTENZIALITA' E LE NUOVE PROSPETTIVE DI TORINO COSTRETTA DAGLI AVENTI A DOVER CAMBIARE PELLE. LE OPINIONI DI PIERO GASTALDO, EVELINA CHRISTILLIN, MARIA LEDDI E EZIO PELIZZETTI

Tornare a Torino dopo 20 anni è come venirci per la prima volta. Aldo Cazzullo nel suo libro, firmato assieme a Vittorio Messori, Il mistero di Torino ha scritto che «i torinesi oggi cercano garanzie più che un progetto per ripartire». Francamente guardando questa Torino che corre veloce verso le Olimpiadi invernali del 2006, non sembrerebbe. Lo slogan “Torino non sta mai ferma” coniato probabilmente per nascondere sotto l’orgoglio campanilistico i disagi creati dai cantieri che infestano la città, sembra sintetizzare abbastanza bene la rivoluzione in atto. Torino non sta mai ferma, ma dove sta andando? Esiste o no quel “progetto per ripartire” che Cazzullo fatica ad intravedere?
«Torino oggi, mi ricorda un vecchio proverbio russo – dice a Tempi Piero Gastaldo, Segretario Generale della Compagnia di San Paolo –, “la volpe fa tante cose, il riccio una ma grande”. Fino ad oggi Torino è stata una grande “città riccio” assolutamente concentrata e determinata dal suo ruolo di capitale manifatturiera. Oggi, al contrario, è una “città volpe” dove si rincorrono e esplodono diverse vocazioni. Mai come oggi, il futuro non è pienamente nelle nostre mani, ma sono convinto che Torino abbia il compito di predisporre le condizioni affinché quella che potrebbe essere una parabola crescente sia effettivamente tale. La città non si stia tirando indietro. Da questo punto di vista l’Olimpiade è un evento che può servire da leva, ma che non esaurirà certamente la forza propulsiva della città».
Anche Evelina Christillin, vicepresidente del Comitato Organizzatore di Torino 2006, è convinta che Torino non morirà dopo l’evento Olimpico. «In fondo – ci dice – è proprio questo l’obiettivo con cui abbiamo cominciato la candidatura. Pensare più al dopo che al prima e al durante. Tutto ciò che viene investito e che è stato investito, sono la vera eredità che lasceremo. Una città cambiata, con infrastrutture nuove e con una grande eredità immateriale: l’entusiasmo e l’orgoglio di un territorio che sta e stava attraversando un momento di crisi. La grande industria è finita? No. è in trasformazione così come Torino che oggi è una città che è stata capace di sfruttare un’opportunità straordinaria come quella dei Giochi senza pensare che fosse un traguardo, ma come un punto di partenza».

SE CI FOSSE UN NUOVO RE…
Ma Torino oggi, secondo molti, è anche una città senza sovrano. Venuti meno i Savoia, morto Gianni Agnelli, l’identità di Torino sembra essere legata alla venuta di un nuovo re. «Ne è convinto anche Vittorio Messori – commenta Maria Leddi Segretario Generale della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino –, secondo cui il destino di questa città dipende dalla venuta di un nuovo sovrano e non da un insieme di alternative. Io non voglio condividere questa tesi anche perché, se guardo la storia di Torino, vedo una città che ha attraversato diversi momenti in cui è stata costretta a cambiare radicalmente pelle. Non dimentichiamoci, infatti, che Torino era la capitale d’Italia e lo spostamento costrinse i cittadini a riconvertire completamente il tessuto della città. Anche allora ce l’hanno fatta, hanno trovato un’identità diversa. Poi è arrivata la grande industria. è nata la Fiat cuore economico, istituzionale e anche culturale della città. E l’identità di Torino è cambiata nuovamente. Siamo quindi di fronte ad una città che, per certi versi, ha già attraversato fasi di trasformazione radicale. Adesso il momento storico caratterizzato da incertezze contingenti e di prospettiva ci obbliga a ripensarci».
«Personalmente – continua Leddi – credo che le istituzioni della città stiano provando con grande tenacia ad individuare alternative credibili e per questo non voglio essere d’accordo con l’attesa del nuovo sovrano anche perché mi sembrerebbe di riporre la fiducia in un evento risolutorio ma circoscritto. Mentre io credo che sia una concorrenza di fattori quella a cui bisogna lavorare nel medio e lungo periodo. I presupposti stanno già nascendo e sono il frutto della politica che, da dieci anni a questa parte, stanno facendo gli attori istituzionali. Torino, insomma, sta già cambiando faccia. Penso a fatti concreti come la valorizzazione delle peculiarità e delle eccellenze del territorio. Certo, alcuni investimenti fatti in questi settori, oggi potrebbero sembrare scarsamente sostitutivi dell’attività industriale, ma possono diventare uno strumento di rafforzamento del territorio».
Le fa eco il rettore dell’Università di Torino, Ezio Pelizzetti: «Credo che occorra accogliere come segno di vitalità l’impegno di Torino sia nelle Olimpiadi che nelle Universiadi. Mi sembra il segnale di una città che ha una progettualità. Penso che la scommessa dell’Università di Torino sia quello di diventare un motore per la città e la regione. Sia per quanto riguarda la riqualificazione urbana della città, ma anche come centro di eccellenza e di formazione di classe dirigente. Negli ultimi cinquant’anni l’Università è stata sempre vista come formatrice di quadri che l’industria utilizzava. Oggi non può più essere così. Ci vuole qualcuno che creda in questo progetto e investa sull’innovazione e sulle potenzialità culturali che la città già ha».

DA NOI L’ARTE è SEMPRE CONTEMPORANEA
«Sono ottimista, come potrei non esserlo». Sorride Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, presidente della Fondazione Re Rebaudengo da dieci anni attiva nella promozione dell’arte contemporanea a Torino. «Io credo in questa città altrimenti due anni fa non avrei aperto questo centro per l’arte a Torino. Credo che la mia risposta alla domanda, “cosa ne sarà di Torino?”, sia questo luogo. Torino è una città che nel campo dell’arte contemporanea ha tantissime potenzialità. è una città dove c’è sempre stata una particolare attenzione verso l’arte contemporanea. Dopotutto i grandi movimenti italiani come l’arte povera sono nati a Torino, gli artisti vivevano in questa città, i collezionisti, fin dagli anni 60, hanno trovato modi per promuovere gli artisti nei quali credevano. C’è una tradizione. Anche le istituzioni, in particolare la Regione, hanno dimostrato attenzione per l’arte contemporanea e oggi Torino è, a tutti gli effetti, la città italiana dell’arte contemporanea. Una posizione che abbiamo acquisito e che ci viene riconosciuta anche all’estero. Certo, non voglio dire che l’arte contemporanea risolverà i problemi di Torino, però sono convinta che possa essere uno strumento in più, anche di riqualificazione urbana. Proprio in questo edificio dove oggi si trova il centro prima c’era un’azienda che produceva cerchioni per automobili. Anche a Torino sta avvenendo un processo di riconversione così come è successo nelle città industriali dell’Inghilterra o della Scozia. L’arte contemporanea e la cultura non salveranno Torino, ma potranno servire da pungolo e trampolino per il futuro».

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