PERCHé KERRY NON CHIEDEREBBE MAI IL RITIRO DELLE TRUPPE DALL’IRAK
Il cattolico Romano Prodi ha detto no al rifinanziamento della missione militare italiana in Irak. Anche J. F. Kerry, il candidato democratico alla presidenza Usa sconfitto da G. W. Bush, è cattolico, ma un’idea del genere non ha mai sfiorato la sua fantasia. Perché? Due sono le costanti nella mentalità Usa. L’isolazionismo e l’interesse nazionale. A volte sono una endiadi, a volte i fronti di una guerra culturale fratricida. Il più delle volte sono però, realisticamente, quelle che Oltreoceano chiamano “le porte girevoli della politica”. Noi diremmo facce diverse di una stessa medaglia. È possibile, infatti, cullarsi nel sogno di uno “splendido isolamento” sperando che gli spettri fuori dalle finestre scompaiono quando s’infila la testa sotto le coperte? Dalla fine della Guerra civile a tutta la Guerra fredda, gli Usa hanno imparato a proprie spese (spesso alte) che non ci si può preservare integri senza essere disposti a cedere qualcosa. E il dibattito è diventato cosa, quanto, come e quando cedere per conservare. Dopo l’undici settembre la discussione è un aut aut. In gioco è la sopravvivenza stessa di qualcosa che ancora sia possibile chiamare domani Stati Uniti. In questo quadro, i neoconservatori si sono seduti al posto del macchinista decisi a far viaggiare il vapore a tutta forza. Gli Stati Uniti li hanno seguiti. Su Commentary, periodico neocon per eccellenza, Joshua Muravchik analizza, anno dopo anno da anni, le dèbâcle del Partito democratico. Sul numero di gennaio tocca a John F. Kerry. Bene. Ma, fra tante sconfitte, spunta una vittoria. L’ex frontman democratico voterà per il rifinanziamento della missione in Irak. Non è una vittoria della destra o della sinistra, liberal o conservatrice, repubblicana o democratica. È la vittoria degli Usa. L’unica loro possibilità, cioè, di sopravvivenza. O almeno, questa è la percezione dell’hic et nunc che gli Usa hanno.
Certo, esiste una riottosa (da riot) ala del mondo democratico che contesta e protesta, che sciopera e diniega. Fisiologia della politica. Quello che invece conta, oltre gli steccati, oltre le fedeltà di partito, oltre le divisioni, è l’antica idea – giusta – secondo la quale né i liberali né i conservatori sono negli Stati Uniti degli ideologi. Restano sempre e solo degli americani. Uomini, cioè, disposti a vedere nel motto My Country, Right or Wrong (e non My Government o My State) le molti luci che splendono oltre a qualche inevitabile ombra. I posti del mondo dove esiste un “sistema Paese”, dove la bandiera significa qualcosa (la famiglia, il quartiere, la contea, lo Stato, l’Unione federale), si comportano così. Bipartisan sul serio. Interconfessionali davvero; anzi, i cristiani in prima fila e i cattolici, se possibile, ancora più avanti. Americanismo? Forse. Ma esiste una fede (vera) nella trascendenza che non sia intrisa, imbevuta, lorda di materia, di carne? Gli americani pensano di no. Magari Kerry voterà sull’Irak poco convinto, ma è molto convinto che sull’Irak una fetta enorme di democratici la pensa come Bush. Sono americani. E così capita che la Sinistra voglia dimenticare che “quelli là” sono la destra e che si unisca a loro nel God Bless America. Da noi, invece, al “sistema Paese” credono in pochi.
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