Il Trevor dello scandalo
Trevor Phillips non perde mai la calma: può trovarsi nel bel mezzo di una discussione infuocata o comodamente seduto alla scrivania del suo studio per un’intervista – come in questo caso, ad esempio – ma la sua voce non tradisce cambiamenti, il suo tono resta quello fermo ma educato di chi è profondamente convinto di ciò che dice e per questo non ha bisogno di gridare le proprie opinioni. Da quando è a capo della Commission for Racial Equality (Cre), organismo del governo britannico chiamato a monitorare e tutelare l’uguaglianza di trattamento tra i cittadini britannici delle varie etnie, non ha perso tempo nel tirare delle linee chiare rispetto a quelli che ritiene inaccettabili salti all’indietro e demagogiche e pericolose formulette rituali. Afro-caraibico, un passato da capo della comunicazione a Clarence House, Phillips ha scatenato le ire dei benpensanti di mezzo continente il 3 aprile 2004 quando con un’intervista al Times ha invitato tutti a gettare nel cestino il concetto di multiculturalismo, non solo fuori moda ma addirittura potenzialmente pericoloso in un mondo – quello del post 11 settembre – dove proprio i propugnatori dello scontro tra civiltà incitano alla segregazione, alla differenziazione forzata e aggressiva, alla logica della contrapposizione tra corpi costretti a una convivenza forzata da combattere con le armi dell’isolamento.
Mr. Phillips, quell’intervista al Times le è costata parecchie critiche sia in patria sia fuori: a quasi un anno di distanza resta convinto dei concetti che ha espresso in essa?
Assolutamente sì. Anzi, se possibile le mie convinzioni in merito, con il passare del tempo e degli avvenimenti, si sono rafforzate e trovo di aver fatto non bene ma benissimo a sollevare una questione non britannica ma mondiale. Ai miei critici dico una cosa semplice, ovvero che dobbiamo prima di tutto intenderci e capirci sui concetti che esprimiamo. Io non voglio una società che livelli le differenze e crei uomini senza identità o con un’identità artificiale, “statale”, ma il pluralismo culturale non significa che chiunque può fare ciò che vuole in nome della propria cultura. Nella mia comunità la gente non ha diritto di “fumare stupefacenti per la strada perché ciò fa parte della loro cultura”. Questo è assurdo. è contro la legge. Il relativismo culturale non è più il punto centrale della Commissione per la parità razziale che dirigo. Questa parola è inadeguata, indica una cosa sbagliata. Dovremmo sbarazzarcene. Il relativismo culturale fa pensare a una separazione. Il mondo di oggi è diverso da quello degli anni Sessanta e Settanta. All’epoca, quando anch’io ero un militante e lottavo per ottenere quei diritti che erano oggettivamente negati alle minoranze come l’istruzione, l’occupazione, la possibilità di accesso agli alloggi popolari, poteva avere un senso, ma oggi dopo il Race Relations Act e la stessa nascita nel 1976 della Commissione che io ho l’onore di guidare, che senso può avere? Di più, in una società come quella inglese e in un mondo come quello in cui viviamo dopo l’11 settembre, propugnare divisioni e autoghettizzazioni razziali travestite da difesa dell’identità rappresenta non solo un pericolo ma la strategia più vincente per creare nuovo estremismo e nuovo fondamentalismo. Ciò di cui parlare è come arrivare a una società integrata, in cui ogni persona sia uguale davanti alla legge, dove esistono alcuni valori comuni, come la democrazia al posto della violenza, o l’uso comune della lingua inglese per quanto riguarda il mio paese, un fattore che rende onore alla cultura di queste isole, come Shakespeare e Dickens.
Una delle affermazioni più “scandalose” della sua intervista riguardava il concetto di britishness, ovvero il fatto che i cittadini di origine straniera dovessero sentirsi prima di tutto e soprattutto britannici. Discorso che lei ha poi ampliato alla delicata questione dei musulmani, spinti all’isolazionismo e alla contrapposizione dai cattivi maestri come i predicatori della moschea di Finsbury Park.
Le rispondo con un dato scientifico. Sul finire dello scorso anno come Cre abbiamo condotto uno studio ad amplissimo spettro in tutto il paese ponendo questa semplice domanda: “Bisogna essere bianchi per essere britannici?”. Bene, l’86 per cento dei contattati ha risposto di no. Negli anni ’60 e ’70 una domanda del genere avrebbe avuto percentuali di risposte affermative decisamente diverse. Questo ci conferma una cosa, ovvero che la società è cambiata profondamente ed ha fatto propri principi che fino a dieci anni fa risultavano se non alieni comunque difficili da affermare a causa di un diffuso pregiudizio. L’appello da parte del Consiglio Musulmano della Gran Bretagna, che ha invitato le proprie comunità a denunciare alla polizia i terroristi, è stato un atto di straordinario coraggio. Li trasforma in bersagli per quella piccola minoranza di folli. Hanno messo in gioco la loro vita per proteggere la società britannica perché vogliono essere musulmani britannici ed essere parte di questa società. Le comunità musulmane hanno bisogno di “spazio e tempo”, ma desiderano disperatamente di essere accettate come britanniche. Quasi tutti loro non intendono aderire a cose che siano incompatibili con questo. La logica del separatismo identitario e difensivo fa il gioco degli estremismi, non per niente è propugnata sia dai fondamentalisti che dall’estrema destra con le medesime parole d’ordine: sono le due facce della stessa medaglia. Il pluralismo culturale non significa che chiunque può fare ciò che vuole in nome della propria cultura. Questo è assurdo e soprattutto è contro la legge: e se una società non riesce a imporre il rispetto condiviso del concetto di legalità, allora è una società destinata a non progredire. Un islamico britannico può ovviamente seguire il Corano e non deve vedere la fedeltà alla società britannica come un tradimento, ma ovviamente deve soggiacere alla Common Law che dice chiaramente che la poligamia è vietata: anche se la sua religione dice l’esatto contrario.
Cosa pensa del successo, seppur relativo, di partiti con programmi smaccatamente contrari all’immigrazione, penso al British National Party o all’Ukip, visto che gli stessi Conservatori sembrano voler rincorrerli elettoralmente sul piano della lotta senza quartiere agli asylum seeker agitando lo spauracchio dell’invasione?
Penso innanzitutto che ci troviamo di fronte a una scelta chiara. Possiamo agire responsabilmente nella linea della tradizione britannica, riconoscendo di poter gestire adeguatamente questi problemi. Oppure possiamo parlare come se la diversità fosse qualcosa di negativo e negare l’enorme contributo che gli immigrati hanno dato in ogni ambito della vita della nostra nazione. è innegabile che in tutta Europa ci sia un alto livello di insicurezza, dettato anche dagli effetti meno nobili della globalizzazione. Come reazione a questa ansietà, molta gente non trova miglior risposta che individuare come responsabile del proprio malessere il diverso, lo straniero. Questo è quanto sta accadendo anche in Gran Bretagna, dove alcun partiti stanno giocando una partita populista sul tema. In primo luogo è sbagliato oltre che scorretto mettere nello stesso calderone l’immigrazione economica e l’asilo politico. Se nel secondo caso si tratta di una questione di umanità verso gente che fugge da situazioni a volte davvero infernali, nel primo dobbiamo avere il coraggio di ammettere che questo paese ha bisogno di immigrati. La stragrande maggioranza degli immigrati nel Regno Unito in brevissimo tempo trova un lavoro e questo perché c’è bisogno di manodopera. Guardi Londra, per esempio: chi lavora negli Starbucks, negli hotel, nei café, nei ristoranti? Vorrei, una volta per tutte, che i propugnatori del “tutto completo”, del “rischio invasione”, avessero il coraggio di dire realmente quale è il loro progetto e la loro volontà: un paese di bianchi. C’è un dato molto preoccupante in Gran Bretagna emerso da un sondaggio che abbiamo compiuto poche settimane fa: ovvero il fatto che i giovani socializzano pochissimo con coetanei di religione o etnia differente, si tende a fare gruppo tra inglesi, pachistani, maghrebini isolandosi da un contesto multietnico. Contro questa deriva di isolazionismo molto pericolosa stiamo promuovendo un programma ad hoc che presenteremo sul finire del prossimo mese.
è favorevole all’ingresso della Turchia nella Ue?
Assolutamente sì, visto che le discussioni sull’islamicità di quello Stato, agitate da più parti come alibi per sbarrare la strada dell’ingresso di Ankara nell’Unione, sono semplicemente ridicole: la Turchia è uno Stato secolarizzato, stabile e democratico. Il suo ingresso, da questo punto di vista, sarebbe molto importante.
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