La rabbia potente
Due settimane dopo l’assassinio dell’ex premier libanese Rafic Hariri, non si fermano le proteste per le strade di Beirut che accusano la Siria dell’accaduto. La città è invasa di candele, fotografie di Hariri, scritte contro il governo siriano e il presidente libanese, Emile Lahoud, considerato un suo complice. La folla si ritrova ad appuntamenti fissi, ogni sera, intorno al luogo dell’attentato, sotto il monumento all’indipendenza del Libano o di fronte alla scalinata della nuova, enorme, moschea non ancora terminata dove sono sepolti il leader politico e gli uomini della sua scorta morti con lui.
Tutti uniti drusi, cristiani maroniti, sciiti e sunniti per intonare l’inno nazionale, condannare l’occupazione siriana o semplicemente per pregare ognuno secondo il suo credo. Ma per il fine settimana, la famiglia di Hariri non è a Beirut, si è ritirata a Sidone, dove Rafic è nato.
Nel porto piccole barche di pescatori, listate a lutto, oscillano su un mare grigio per la leggera pioggia e rendono, se è possibile, ancora più forte il senso di disperazione che si respira nell’aria. Sul viale che porta in cima alla collina e alla casa della sorella dell’ex premier, Bahiha, anche lei deputato al Parlamento per il gruppo fondato dal fratello “Future”, tutti in fila, macchine cariche di gente e persone a piedi cercano di raggiungere un altro luogo deputato al dolore collettivo. Per stringere la mano ad un membro della famiglia, per lasciare una frase di cordoglio; c’è chi distribuisce una copia del Corano per seguire le preghiere che, soprattutto, le donne intonano in due sale a loro riservate.
Si aspettava tanta partecipazione al vostro dolore? «Ancora sono sotto choc, ma questa gente mi sostiene molto, il loro affetto aiuta la mia famiglia». Il secondogenito di Hariri, Saad di 22 anni, è un ragazzo che – si indovina subito – ha conosciuto l’allegria della vita mondana internazionale. Elegante, con un pizzetto alla moda, versatile in molte lingue, ha vissuto molto più tempo all’estero che non in Libano. Sembra disorientato, più di quanto dovrebbe essere il figlio di un uomo politico, che tentava di ricostruire un paese in una situazione di pericoloso equilibrismo tra lo strapotere dello Stato straniero che lo occupa, e che pervade ogni segmento della vita pubblica, e le necessità dei cittadini libanesi. Forse un po’ troppo per essere l’unico figlio o parente stretto che ha preso il microfono ai funerali per tranquillizzare la folla, facendogli sperare che raccoglierà l’eredità paterna. Somiglia a Rafic Hariri, dicono, ha la sua stessa capacità di muoversi con diplomazia.
Quali sono i suoi sentimenti in questo momento?
Di angoscia, di rabbia per aver perso mio padre in questo modo terribile.
Suo padre era un po’ come Berlusconi da noi, un imprenditore con televisioni, giornali e alla fine un partito politico. Uno che usava in politica la stessa strategia che l’aveva portato ad un grande successo personale, e faceva sperare la gente che avrebbe fatto lo stesso per il Libano.
È vero, ma Berlusconi in Italia non l’hanno mica ammazzato, mio padre sì.
Chi crede abbia voluto uccidere suo padre?
Non lo so chi poteva volerlo, mio padre rappresentava la libertà.
La gente grida per le strade che suo padre era divenuto negli ultimi tempi il leader dell’opposizione al Governo siriano.
Mio padre non era il leader dell’opposizione, mio padre aveva la sua posizione, la gente dice così perché è stato ucciso in quel modo. Un omicidio così violento ha reso la folla rabbiosa.
Come procedono le indagini?
Noi abbiamo chiesto indagini internazionali, non indagini fatte dal Governo; vogliamo investigatori credibili che non hanno obiettivi politici.
Come si fa a far partire le indagini a tanti giorni di distanza, dopo che i corpi sono già stati seppelliti e senza aver fatto proteggere adeguatamente il luogo dell’attentato?
Eravamo sconvolti, non abbiamo pensato a queste cose.
Spera nell’aiuto degli Stati Uniti e dell’Europa in questo momento così difficile per il Libano?
Lo spero.
La gente grida per la strada di volere un’Intifada.
Vuole solo conoscere la verità di quanto è avvenuto.
Ha deciso di entrare anche lei in parlamento?
Lo deciderò insieme alla mia famiglia.
Vede un futuro di libertà dalla Siria sulla scia di quanto è successo? Ha una speranza?
Per questo non ho risposte, non abbiamo avuto tempo di parlarne in famiglia, siamo troppo occupati a ricevere tutta questa gente che ci sostiene, abbiamo una lunga e stretta relazione con il Governo siriano, ci occuperemo più tardi del da farsi.
E cosa pensa di Walid Jumblatt (leader druso dell’opposizione che accusa la Siria dell’accaduto – ndr)?
Un amico di mio padre, uno che mio padre rispettava: mio padre è sempre stato a fianco di Jumblatt.
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