CIAO, CARO DON GIUS
Non ci potremo mai scordare il tuo sguardo su di noi, caro don Gius. Sguardo di padre verso quella ragazzina impertinente che, da quella volta che si era sentita guardata, come nessuno aveva fatto mai, saliva ogni giorno la scala G per poterti incontrare. Verso quel bambino che, facendosi largo tra una folla di grandi che si erano accalcati per sentirti parlare, ti si mette davanti e si sente guardare, lui fra tutta quella gente, «E tu chi sei?».
Non potrò mai scordare la faccia di mio figlio. Certo, perché questo succedeva col Gius, tu lo guardavi e, quasi senza accorgertene, la tua faccia cambiava. Altro che guardare al mare, di menzogna, dentro. Il suo sguardo su di te ti faceva sollevare il tuo e abbracciare tutto il mare e l’orizzonte e oltre. Oh guardare l’uomo e il mare e la realtà tutta, immedesimandoci col tuo sguardo! Caro don Gius sei morto nel giorno in cui la Chiesa ricorda la cattedra di Pietro, e con tremore, e un po’ piangendo, ti immaginiamo mentre, con lo stesso sguardo di bambino, abbandonato e certo, che avevi davanti al Papa, rispondi a Gesù che ti pone quella domanda a cui, ci hai sempre detto, dobbiamo rispondere anche noi: «E tu, chi dici che io sia?».
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