L’ESPRESSO NON CI È. CI COVA. DIPENDE DALL’AIRBUS CHE PRENDE
Bocca, Scalfari, Rinaldi, Eco, Serra. Chissà cosa ne penseranno le illustri rubriche dell’Espresso delle paginate regalate dal loro glorioso settimanale al profeta Jeremy (Rifkin), alle letterine di Naomi (Klein), al riscrittore Fernando (Savater) del Decalogo di Mosè. Il numero del 5 maggio è da cult. Guru di qua, guru di là, il “guru” Rifkin ci dà notizia che «negli Usa c’è la pena de morte, nei 25 paesi Ue non c’è, Gesù disse: porgi l’altra guancia», ergo, la notizia è che «L’Europa laica è più cristiana dell’America». Buona questa. Ciliegina sulla patata di copertina (“Sono gli ormoni a decidere la scelta del partner”) lo scrittore Savater «riscrive il Decalogo» e, in particolare, «il più criticato dei Comandamenti» (non desiderare la donna d’altri). Nientemeno. Quattromila anni di tavola di Mosé buttati via, così, solo perché c’è da spotteggiare il Savater «a giorni in libreria»?
Il settimanale vede tanta pena di morte negli Usa, quasi niente a Pechino, e fa certi scoop che Time se li sogna. Il neo-colonialismo di Pechino in Africa? I buddisti e i cattolici perseguitati? Ma va là. Vuoi paragonare questa noia alle corrispondenze sulle mirabilie della Cina? Come fa Massimo Riva, secondo cui «la vendita di qualche Airbus a Pechino, può aprire all’industria europea guadagni» e chissenefrega «delle tonnellate di calze e magliette made in China che invadono l’Europa»? Fare sognare i lettori col pugno chiuso, “Sognando la Lunga Marcia” (come dice un reportage), «una repubblica popolare che ha le sue scuole, le sue prigioni, i suoi ospedali». Quale? Ma quella maoista in Nepal, no? «Dove l’Espresso è riuscito a entrare». Come? In Airbus, probabilmente.
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