LETTERE DAGLI STATI (UMANI) UNITI, CADUTI COSì IN ALTO
Caro direttore,
come sai la mia azienda è in seria difficoltà. In momenti come questi è necessario badare poco al sottile e cercare di far fronte comune. Così,da qualche giorno a questa parte, faccio il triplo lavoro, di impiegato, collaboratore di Tempi e magazziniere. Quest´ultima mansione (con tutte le dovute controindicazioni) mi permette di stare a contatto con le persone e non solo con bolle e fatture. Diciamolo chiaramente, è un lavoro molto più umano. Ti scrivo perché ho appena avuto modo di dialogare con un trasportatore. Non voglio esaltare nessuna scelta e fare apologia di alcun comportamento, ma… con tutta sincerità gli aspetti dell´uomo mi interessano sempre di più, quando poi provengono da una prospettiva differente dalla mia cerco sempre di capire, di domandarmi. Così, Giuseppe questa mattina mi ha raccontato dei suoi figli. Dei suoi sei figli! Deviato dal solito inconsapevole substrato preconcettuale, ho chiesto subito se era di Cl. Giuseppe mi ha risposto con un candore impressionante: «No. Guarda Fabio, io e mia moglie abbiamo rispetto per la vita. Sono arrivati e ce li siamo presi. Cosa dovevamo fare secondo te?». La sua risposta così naturale, non ha lasciato spazio a osservazioni teoriche o a puntualizzazioni sul “come ve la cavate” etc. Ha proseguito sorridendo: «Siamo diventati vegetariani, per risparmiare sul costo della carne. In compenso i miei figli non sono obesi e pure mia moglie è in splendida forma. I fagioli sostituiscono le bistecche. Non abbiamo bisogno di palestre e fitness».
Giuseppe ha scaricato il camion, dovrà lavorare sino a questa sera. Probabilmente non si vedrà alcun telegiornale, non avrà tempo per le fiction e quando arriverà a casa alcuni dei suoi figli già dormiranno. Ha puntualizzato però: «Per il pranzo però, non c´è lavoro che tenga, non c´è padrone che mi comandi, non c´è consegna che mi fermi. Io vado a casa e mangio con la mia famiglia». Non esalto nulla, ma questa realtà che Giuseppe mi ha raccontato merita di essere considerata come tale. Una realtà, difficile ma serena.
Fabio Cavallari
Caro Amicone,
la conosco poco e per interposta persona, ma la stimo. La ringrazio del sunto sulla posizione della Chiesa e per l’esortazione ad una terapia – strada che per lunghi anni ho praticato, d’altronde, su consiglio di un responsabile dell’associazione ecclesiale di cui ho fatto parte, il quale mi
indicò anche analisti e psichiatri che potevano aiutarmi realmente. Il suo accenno alla castità mi ricorda poi quando, dopo a lungo averla inseguita con persuasione e preghiera, ho realizzato che, come tanti esseri umani, non ho verso questa alcuna propensione (e d’altronde bestiale sarebbe una “monacazione forzata”: pensi alla Gertrude di Testori) – ma che allo stesso tempo esserlo non è impossibile. Forse di sguardo casto si tratta quando mi sorprendo a “ridere di cuore” con un amico, se di sottecchi ne ammiro un altro per come vive e sta nel mondo o se, stringendo uno al petto, quel petto me lo sento aprire: «Tu che sei in tutto uguale a me», mi dico «come posso io essere parte del tuo bene?» è per un altro l’unica mortificazione di cui sento valere la pena. Forse, se io e lei ci incontrassimo in osteria, converseremmo di tutto da uomini interi; io potrei essere il professore dei suoi figli, sa, o il suo commercialista. Pur convinto che particolari personali vadano trattati proprio all’interno di rapporti personali, soltanto dopo dosi copiose di vino me la sentirei di aggiungere cose alle esperienze che stanno dietro a certe convinzioni; mi imbarazzerei, certo, ma rimanendo incline alla ricerca di confronto – e vedo bene come lei ed io siamo entrambi inquieti, disordinati e forse anche un po’ disadattati a questa contemporaneità. Se il vino aumentasse, poi, le confesserei, per conoscenza quasi diretta, che la maggior parte delle lotte sui diritti omosessuali sono per me ideologiche: che, in generale, una lotta sui diritti, per quanto sacrosanta, non vale la spesa di tutta la vita. L’uomo leso, infatti, come dice il mio amico Fabio, una volta conquistato il diritto si acquieta, e il Potere lo sa. Non per questo, però, l’intera lotta va buttata: propone diritti e doveri reciproci, responsabilità quindi – e quindi di riflettere bene prima di formare un nucleo, di soppesare quanto ci sia di “tenerezza” e quanto di volontà adulta a giocarsi tutto con l’altro. Certo, una legge senza educazione è poco: ma qualche coppia che so l’ha avuta quell’educazione, e non soltanto dalla vita stessa – e forse queste asserzioni le farebbero dire: è completamente sbronzo.
Il problema è che sto al mondo, disordinato, disadattato e pure un po’ peccatore, rimettendo a Cristo la mia stanchezza e ricordandomi delle osterie, ma non rimango con le mani in mano. Lui compirà, certo, mi sforzo di chiedere fede in questo; ma nel frattempo cosa me ne faccio di un dono che riscontro sempre più fertile in teoria e in pratica? è la domanda che mi pongo in ogni giorno di lucidità. Forse devo semplicemente lavorare, studiare, voler bene, vivere la mia esistenza senza più tagliarla a pezzi, senza permettere che vengano isolati filetti di me? è faticoso, però, perché sono continuamente (stato) sollecitato al contrario ed è svegliata in me un’aggressività da tigre, una selvatichezza da orso. Questo è il grave danno (o la grande Grazia) che hanno operato quelli di cui sopra: preti pelosi, sinceri amici, ex-morosi. Cerchi di capirmi: ora devo pur trarre le conseguenze di questa vita, se no mi autodistruggo. E mi rimetto al suo giudizio se da teoria e pratica è uscito qualcosa di buono, o di spaventoso.
Bruno
Caro Luigi,
ti mando copia del diario di Daniela. Ti saluto caramente e ti faccio mille auguri per il tuo (il nostro) giornale.
Maria Pia
Ps: «Non basta un cuore per tutte le cose che lo fanno palpitare. Ed è per questo che poi si muore». Te la ricordi? Era una frase che ci disse il Gius al corso in Cattolica. Era stata scritta dalla mamma di un suo amico. Mi sembra adatta a Daniela e a tutti noi, reduci dagli Esercizi (spirtuali della Fraternità di Comunione e Liberazione, ndr)
Carissimo Luigi, eccomi a te con la mia piccola lettera. Spero che tu stia bene; io ottimamente. L’altro giorno ti ho visto alla trasmissione di La7, l’ho seguita tutta. Hai parlato benissimo.
Mi hanno fatto una intervista a Rai 3, ma non so ancora quando la trasmetteranno. Ho letto quel libricino. Già tu una volta l’avevi mandato. Ora l’ho riletto. Credimi, leggere questa storia di Umberto, qualsiasi sofferenza stai passando, ti fa riflettere tanto. Io, dopo tutte queste pene che ho e passo ancora, mi ritengo fortunato. La lettera alla sua morosa Silvia è di un amore che metà basta. In quei momenti, escono dall’animo parole che non sapevi esistessero. Come questa: «È qualcosa di grandioso, di spettacolare, il fatto che siamo io e te, qui, ora». Mi sono ricordato che l’altro giorno sono rimasto a colloquio, io e mia moglie, soli. L’ho guardata e le ho detto: sei la cosa più bella che Dio mi dona, solo a guardarti negli occhi mi scordo quei 40 anni di sofferenze. Luigi, sai che bello amare una donna nella sincerità! Poi la lettera a don Pino, è veramente toccante. Sono parole che lasciano il segno. In questa frase: «l’essenziale della vita è andare incontro al Mistero, nel modo totalmente vocazionale con cui si è chiamati, uno per uno». Uno per uno siamo in fila che aspettiamo l’Altissimo che ci chiama. Umberto sentiva tutti vicino e quel “vicino” erano le cose con cui recepiva e scordava le sofferenze. Capisco in quelle parole il valore che ha una mano nella mano, di persone sofferenti. Mia madre, poveretta, non me l’hanno fatta vedere, né viva e nemmeno morta. Ma Dio aiuta tutti, e io ho perdonato tutti. Luigi, tu mi hai conosciuto e sai come sono sincero, e Dio mi è testimone se parlo con il cuore in mano. Salutami Ferrara, il giornalista. Un carissimo e sincero saluto, con stima e fiducia,
il tuo amico Nino
(Antonino Marano,
dal carcere dell’Ucciardone,
41 bis-massimo isolamento, Palermo)
Tempi duri. Tenete duro, i vostri approfondimenti si staccano dalla massa mediatica. Tenete duro. Complimenti
Alberto Moioli
Caro direttore,
«Io vi manderò le piogge necessarie nella loro stagione, la terra darà i suoi prodotti e gli alberi dei campi daranno i loro frutti. La vostra trebbiatura durerà fino alla vendemmia, e la vendemmia vi durerà fino alla semina; e mangerete il vostro pane a sazietà e risiederete tranquilli nel vostro paese. Ed Io farò si che la pace regni nel paese; voi vi coricherete e non ci sarà chi vi spaventi; e la spada non passerà per il vostro paese» (Levitico 26, 4-6). Abbiamo i permessi!! Il 1 giugno 2005 si terrà a Betania la prima “Giornata del pane”. Alle 11,00 del mattino 50 donne israeliane passeranno il Check Point e si incontreranno con 50 donne palestinesi davanti al panificio di Samar Sahhar a Betania e insieme cuoceranno e divideranno il pane per la pace. è un piccolo passo per continuare la Sua creazione e per seguire i Suoi precetti. affinché si avveri la Sua benedizione: E la spada non passerà per il vostro paese! In diverse città d’Italia verranno distribuiti forni per le strade affinché i passanti possano cuocere il pane e nello stesso momento nelle scuole le mamme cuoceranno il pane con i propri figli. Con affetto
Angelica Calò Livnè, Bereshit LeShalom e Samar Sahhar, Lazarus Home
(da Israele e Palestina)
Caro Amicone,
si ricorda di una mattina dei primi di febbraio, quando è piombata nel suo ufficio una simpatica ragazza per fare due chiacchiere con Lei? Ecco, sono ancora io, Carla! Mi ero ripromessa di passare ancora a trovarvi per conoscere qualcun altro dello staff, ma non c’è più stato il tempo. Mi sembrano passati anni da quella mattina! Nel frattempo infatti sono successe davvero tantissime cose, che mi hanno veramente cambiata e mi stanno cambiando.
Sono finalmente serena, direi quasi felice, ma forse è un parolone, dopo due anni passati col muso e rinchiusa in me stessa.
È cambiato il mio modo di rapportarmi col mondo e con gli altri. Fino all’anno scorso non funzionava niente, prima fra tutti la storia con un ragazzo davvero speciale, il famoso ciellino.
Ero sempre scontenta, me la prendevo con tutti ma soprattutto con lui e col suo modo “cattolico” di vedere la vita, io che non volevo aver niente a che vedere con Gesù. Ma capivo che stavo così male con gli altri proprio perché dentro me c’era una domanda posta male, ma non volevo fare niente per riformularla.
A gennaio tra noi è finita e allora ho deciso (lo so, troppo tardi, ma meglio tardi che mai si usa dire, no?) di rimettermi in discussione, che era ora di fare i conti con me stessa.
Mi sono resa conto che non ero libera, che vivevo ingabbiata in una miriade di pregiudizi che mi precludevano la possibilità di avere un’apertura verso l’altro, della serie “quello non lo ascolto, dirà cose da cattolico”. Ho tolto il paraocchi e ho cominciato a vivere, col cuore. È stato come denudarmi e rimanere senza difese: ogni cosa, da un libro a un paesaggio, da un sorriso di un anziano signore sull’autobus allo sguardo di una bambina, dalle parole del Papa a quelle di un poeta (ho avuto un incontro bellissimo con Franco Loi, lo conoscete?), ogni cosa ha cominciato a prendermi, a commuovermi, a emozionarmi, a farmi venire i brividi. Inaspettata è arrivata una nuova amicizia, come se Qualcuno avesse deciso di mettere sui miei passi una persona che mi potesse aiutare ad andare avanti per la strada intrapresa. Da lì è sfociato il grande impegno per la vita con la V maiuscola, che adesso si sta concretizzando nella battaglia pro astensione al prossimo referendum. Organizzare degli incontri, pensare ai volantini, distribuirli, discutere con la gente mi ha fatto sentire importante, attiva, con uno scopo; forse mi ha fatto intravedere anche un mio posticino in questo mondo.
Mi è capitata anche la fortuna di vincere un viaggio in Polonia, con altri 40 ragazzi, che mi ha dato davvero tanto.
La domanda che avevo dentro è stata riformulata, sì: una risposta non c’è ancora, però mi accorgo che la mia serenità viene dal fatto che finalmente riconosco una nuova realtà nella mia vita, una realtà che “voi” amate chiamare Presenza. E penso che questa “Presenza” mi abbia fatto un grande dono: riconoscere l’Amore con la A maiuscola, ma soprattutto mi ha fatto comprendere che questo Amore deve essere proposto e vissuto con libertà, non con manie possessive e pretese sull’altro. È un amore che mi riempie e mi completa, mi fa andare avanti, è un amore che si rivolge a una persona in particolare, quello stesso ragazzo con cui andavano tante male le cose. E anche se provare un sentimento così grande mi fa soffrire, perché lui non lo ricambia più, trovo la forza per rimanere serena con me stessa e fedele verso un amore che sono convinta che non può che vincere, perché racchiude in sé una Verità. Insomma, tutto questo sproloquio perché mi sento dentro una gran voglia di far partecipi anche tante altre persone di quanto è bello ma anche tremendamente faticoso il cammino di crescita che sto affrontando. A dir la verità, dovevo solo chiedervi un favore, ma ne ho approfittato per fare un’altra chiacchierata, non avendo la possibilità di fare un salto in via Canova (tra le tante cose, fra un mese ho anche la maturità!!!!). Infatti mi fareste un grande piacere se pubblicaste su Tempi una piccola noticina in cui si dice che lunedì 16 maggio al collegio Santa Caterina di Pavia alle ore 21.00 si terrà un dibattito fra Angelo Vescovi e Redi (biologo pavese) sul tema della fecondazione artificiale e della ricerca sulle staminali.
Spero che anche Lei, direttore, o qualcuno della sua redazione, possa venire. In tal caso, mi raccomando, avvertitemi! Sarete i benvenuti. Grazie dell’attenzione e un caro saluto
Carla
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!