SE NON I SOLDATI, ALMENO I MICROFONI
Si aprono relazioni diplomatiche tra Israele e Ciad, lo stato musulmano africano. è questo l’ultimo segnale dello tsunami democratico che sta sconvolgendo il “grande Medio Oriente”.
Le elezioni nei territori palestinesi e in Iraq, con otto milioni di dita viola che sfidano il terrorismo; il leader religioso sciita iracheno Al Sistani che dice di «non volere turbanti nel governo» e che anche per questo, ma non solo, è nel mirino dell’Iran degli ayatollah; i giovani iraniani sempre più numerosi, sempre più in attesa di democrazia si fanno sentire e cominciano a essere ascoltati in Occidente; i cittadini scesi in piazza a Beirut, dopo l’assassinio di Rafik Hariri, chiedono democrazia, fanno cadere il governo, consentono a politici come Walid Jumblatt di aprire gli occhi e, sostenuti dagli Stati Uniti e finalmente dall’Europa, costringono Bashar el Assad, dittatore figlio di dittatore, a ritirare i soldati siriani dal libano; Re Abdallah di Giordania, nipote e figlio di sovrani che hanno cercato la pace sebbene abbiamo combattuto le guerre, si impegna pubblicamente per «espellere ogni componente religiosa dall’antisemitismo musulmano».
Tutto questo era anche solo immaginabile prima dell’intervento alleato in Irak, prima della caduta di Saddam Hussein?
Federico Geremicca sulla Stampa deve faticare un po’ per farlo riconoscere a Piero Fassino, ma ci riesce. Chi non ha voluto mandare i soldati ora dia altro. Si invitino i dissidenti arabi, si forniscano loro microfoni per parlare.
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