IL BUON SENSO STA NEL ‘MEZZO’

Di Justin Mc Leod
31 Marzo 2005
PERCHE' UN GRUPPO DI PERSONE DI IDEE CONTRAPPOSTE DECIDE DI LAVORARE INSIEME? PER IL BENE DELLA SCUOLA E DEGLI ALUNNI, CHE NON SONO NE' DI DESTRA NE' DI SINISTRA

Dottoressa Ribolzi, come è nata l’idea di quello che poi è stato chiamato dai giornali “gruppo del buonsenso”?
È nato dalla sconfortante considerazione che ben pochi, nel dibattito sulla scuola e sulle riforme, avevano a cuore l’effettivo miglioramento del sistema educativo, come patrimonio comune di tutti i cittadini, e tendevano piuttosto a strumentalizzare il dibattito a fini di parte. Di fronte a una affermazione (qualsiasi affermazione), la prima reazione tendeva ad essere non “funziona o non funziona”, bensì “l’ha detto uno dei miei o uno dei loro?”. Questo ci sembrava un atteggiamento suicida, e ci siamo chiesti se era possibile mettere d’accordo un gruppo di persone che si stimavano reciprocamente, pur con appartenenze diverse, e proporre ad altri un metodo di lavoro finalizzato al bene dei ragazzi. Il nome di “gruppo del buonsenso”, non lo abbiamo scelto noi, ma ci sembra che descriva abbastanza bene il nostro punto di vista.
Che cosa avete scoperto?
Dal punto di vista positivo, abbiamo constatato che il sistema funzionava, perché abbiamo discusso su temi anche caldissimi (come il ruolo della scuola non statale) non solo senza litigare, ma raggiungendo buoni livelli di accordo: anche se il nostro scopo principale non è stato proporre delle soluzioni ma chiedere consenso sul metodo. Tutte le volte che abbiamo scritto sui giornali, o abbiamo risposto a inviti di scuole, associazioni, enti locali, la gente – gli insegnanti – ha risposto positivamente, e in alcuni casi entusiasticamente. Dal punto di vista negativo, riscontriamo che la radicalizzazione del dibattito prosegue fino all’inciviltà: la cosa più deprimente è che le critiche più dure ci sono venute, sul piano personale, non dagli “altri”, ma dai “nostri” che sembrano pensare che una posizione di medietà indebolisce le posizioni (ideologiche, ovviamente).
Come possono sinteticamente essere indicati i punti chiave della proposta?
Sono tre: 1) la scuola è un bene di tutti, l’educazione è un processo fondamentale per la civiltà e lo sviluppo dell’uomo, e le riforme scolastiche e il processo di attuazione non si possono (e non si devono, anche potendo) fare a colpi di maggioranza, ma in base ad un consenso su alcuni punti fondamentali; 2) è necessario individuare i problemi fondamentali e avviarli a soluzione con un accettabile livello di accordo, tenendo presente che i tempi di attuazione di una riforma sono più lunghi di quelli di una maggioranza, che non sempre viene riconfermata; 3) dopo un adeguato periodo di sperimentazione, deve essere possibile introdurre modifiche basate sull’efficacia dei provvedimenti, non su decisioni politiche, raccogliendo le indicazioni che provengono da chi sta in prima linea, le scuole.
Che prospettive ha una politica scolastica bipartisan oggi (o domani) in Italia?
Le stesse prospettive che ha negli altri settori della vita pubblica: scarse. Le soluzioni ragionevoli giovano a tutti, ma non fanno l’interesse di nessuna parte. Anziché con una considerazione, vorrei concludere con una citazione dal Viaggio sentimentale di François Fejtö: «Oggi, mentre si formano dei campi irriducibilmente antagonisti che si trincerano dietro le loro mura, colui che, senza essere neutro, aspira a svolgere il ruolo di osservatore imparziale assume forse il compito più impopolare. Non appartenendo a nessun campo può succedere che si trovi seduto fra due sedie. Ma bisogna accettare questo rischio. Se io sono rivoluzionario fra i borghesi, e difensore dei valori e delle tradizioni detti borghesi fra i rivoluzionari, non è per spirito di contraddizione, ma perché ascolto la voce della mia coscienza».

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