IL COMUNISTA CONTRARIO ALL’EUGENETICA FAUSTIANA ( E DI SINISTRA)

Di Emanuele Boffi
07 Aprile 2005
PIETRO BARCELLONA NON CAPISCE CHI IN NOME DEL FIGLIO PERFETTO "LEVA SPAZIO ALL'IMPREVEDIBILE, ALLO STUPORE, ALL'ACCADERE DELL'EVENTO NON PREVISTO". "SE NON C'E' IL CASO, NON C'E' LA LIBERTA'". "SENZA L'ESPERIENZA DEL LIMITE, NON MATURA L'IO"

Erwin Chargaff, il padre della biologia molecolare, amava sostenere che «la vita è il continuo intervento dell’inesplicabile», e tuttavia di seguito lamentarsi che «noi non sappiamo che cosa sia, ma manipoliamo la vita come se fosse una soluzione salina di composti inorganici». Chargaff, fiero oppositore del liberismo genetico, sarebbe certamente inorridito di fronte a una scienza che ha sostituito l’imprevista possibilità con il determinismo tecnico. La difesa dell’inesplicabile è anche uno dei baluardi dell’ostinata custodia della natura e della ragione umana proposti da Pietro Barcellona quando dice a Tempi che «la libertà si può intendere in molti modi. Certamente però la libertà ha in sé un aspetto di casualità che è legato all’imprevedibilità e all’indeterminazione. Se tutto è determinato e avviene secondo calcoli perfetti, si leva spazio all’imprevedibile, allo stupore, all’accadere dell’evento non previsto».
Il laico – «ma non antireligioso per principio, perché il tema della trascendenza dovrebbe interessare chiunque» – professor Barcellona è da sempre un uomo di sinistra. Dal 1979 al 1983 è stato deputato del Pci, dal ’76 al ’79 è stato membro del Consiglio superiore della magistratura ed ha presieduto anche il “Centro iniziative e studi per la riforma dello Stato” (Crs), organismo guidato nel ’75 da Pietro Ingrao. Oggi insegna Filosofia del diritto alla facoltà di Giurisprudenza di Catania, e fatica a comprendere quella che definisce «la deriva libertaria della sinistra italiana. una deriva senza alcun futuro». Da uomo di quello schieramento e di quella tradizione è preoccupato per «quest’incomprensibile abbandono dell’idea di bene comune che è sempre stata la stella polare del nostro modo di difendere quegli aspetti della vita umana che non sono patrimonio del singolo, ma della collettività». Fra questi: «la dinamica specifica che dà origine al nato. Sono favorevole al fatto che si ci si confronti in campo aperto sul referendum (e per questo non amo troppo la ritrosia vaticana), ma credo al tempo stesso che la sinistra stia commettendo un grave errore nel seguire la moda di chi s’illude che la tecnica medica sia l’antidoto ai dolori dell’umana natura».

LE CATENE DELL’AUTORIGENERAZIONE
Come ha già fatto in una bella intervista con Avvenire, anche con Tempi Barcellona desidera difendere la casualità della vita da chi vuole ridurre tutto a rapporti di causalità. «Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche lecito. Se cominciamo a pianificare figli biondi, alti, di bell’aspetto, eliminiamo uno dei fattori che consente la libertà: il caso. Se il caso non c’è più, se tutto è pianificato, non c’è neppure la libertà».
Nei convegni internazionali si parla ormai da tempo di golden embryo, cioè del miglior embrione, esclusi tutti gli altri, candidato a essere trasferito in utero. Ma, questo, per Barcellona significa totalizzare il potere dell’uomo sull’uomo perché «si sovverte un limite che è posto dalla natura. E si elimina quell’aspetto di collaborazione che è all’origine della riproduzione». Definisce la sua apologia «una difesa laica della carnalità. Qual è la prima evidenza per ciascuno di noi? La sua dipendenza cioè il fatto che nasciamo da una coppia; ciascuno di noi, sa di non potersi riprodurre da solo, sa che non può avere il dominio sulla procreazione». È un pericolo che oggi Barcellona sente mordere nel dibattito sulla procreazione in vitro, una pratica che toglie alla donna «il dover accettare la collaborazione per potere generare. Eliminare una parte in causa, il padre, lascia sola la madre. Sopprime quel principio di realtà che vuole la vita nascere da una collaborazione, sempre. Si finge così che l’uomo sappia autorigenerarsi, si finge che non esista un limite insito nell’esperienza di vita di ciascuno di noi». Per Barcellona, in un mondo che parla dell’abbatimento dei limiti in nome del desiderio, proprio il limite naturale va preservato in quanto «argine al nostro delirio di onnipotenza. Solo attraverso il rapporto con l’altro si può generare». Il pensiero del professore non vuole essere una difesa del limite a priori, perché «ogni cosa porta scritto “più in là”, ma difesa del limite in quanto difesa della realtà. La realtà stessa mostra quei confini che sono per ogni uomo esperienze necessarie per poter formare il proprio “io”».

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