PELLEGRINI
Dopo sette ore di viaggio, eccoci a Roma. Stanchi morti, infreddoliti, ma ci siamo. Intorno a noi vedo persone nei sacchi a pelo che dormono sui marciapiedi. Siamo già tantissimi e sono solo le cinque di mattina. Vedo bene di non perdermi, rimango vicina al mio gruppo. Ecco la cupola di San Pietro, che bella! Rimaniamo in via della Conciliazione, bloccati, tutti ammassati; c’è qualcosa che però ci rende sereni. I miei compagni di viaggio, che poi sono i miei compagni di “vita”, sono vicino a me. Seduti per terra, parliamo, cantiamo, aspettando l’inizio dei funerali. L’altro giorno a scuola la prof. di Religione ci ha chiesto cosa ci spingeva ad andare ai funerali del Papa. Per me è stata una cosa immediata, saputo della sua morte, mi sono detta: «Voglio andare a Roma». Perché? Ho sempre, da quando me lo ricordo, seguito il Papa. Quell’uomo sapeva trasmettere un amore grande. Dentro sé portava un’energia tale che si poteva percepire anche solo attraverso lo sguardo. Ecco perché sono qua; sono qua perché attraverso quest’uomo si è fatto presente, in mezzo a noi uomini, il Mistero che è Cristo.
Elisa Schilirò, 14 anni, Monza
Dopo aver viaggiato per tante ore in pullman ed essere stati per metà giornata appiccicati uno all’altro, fatiche che però mi sono sembrate minime in confronto a quelle di molte altre persone, abbiamo partecipato al funerale del Papa. A me, sinceramente, ha colpito non tanto la Messa (anche perché non l’ho molto capita, per il latino, né sentita, per il luogo in cui ero, a parte la predica che mi è piaciuta molto, pur avendo anche le interruzioni di sonno) ma più il modo in cui ho vissuto questa esperienza con gli altri: senza la bellissima compagnia, formata da ragazzi del liceo Guastalla e di Gs (Gioventù studentesca, ndr) di Monza, non avrei capito l’importanza dell’essere lì, il significato di quel pellegrinaggio e non avrei avuto l’energia che ho sentito in quei momenti pur non avendo dormito neanche 5 minuti. Le parole che ci ha sempre rivolto il Papa si realizzano nel rapporto con questi amici. E ora, mi rendo conto bene, di essere stata presente al funerale del Santo Padre per ringraziarlo di questo.
Gloria Amicone, 14 anni, Monza
è appena finito il funerale del Papa, qui, nella spianata della Basilica di san Pietro. è stato uno spettacolo di bellezza e di verità tanto imponente, che sarebbe impossibile non sentirsi impattati.
Julio Alonso, Madrid
Venerdi 8 aprile, Via della Conciliazione, Roma. C’è stata attesa, silenzio, preghiera, e poi ancora attesa. La cerimonia è quasi finita. E adesso? Per me la bellezza di essere stata a Roma è avere sentito la certezza che c’è Qualcuno pronto ad asciugare le nostre lacrime
Franci Caporale, 22 anni, Buccinasco
Ho partecipato sabato 2 aprile al rosario per papa Giovanni Paolo, tantissimi giovani a ritmare il saluto, fino all’annuncio della morte e al grande silenzio che ha abbracciato la piazza. Domenica mattina alla Messa funebre con mia moglie: san Pietro è una forma totalmente adeguata a ciò che accade: si vede il popolo cattolico, universale, planetario, che esiste nonostante la cosa faccia diventare isterici tanti. Lunedì alle 16 in fila per l’ultimo saluto: mamme, nonni, padri, figli, nipoti, la Protezione civile che ci porta al bagno, fotocellulari, ma io le masse fanatiche di certe professoresse, commentatori etc, non le ho viste.
Rodolfo Granafei, Roma
Era la sera del 2 aprile quando con delle mie amiche ho saputo della morte del Papa. Subito dopo il rosario mi è sorto il desiderio di andare a Roma: a essere sincera non capivo il perché. Sta di fatto che dopo tanti sforzi sono riuscita a prendere un posto su un pullman. La sera della partenza ero accompagnata da volti non noti, ma familiari. Durante il viaggio Gomarasca, un insegnante, per introdurre il gesto che stavamo facendo dice: «Il nostro è un pellegrinaggio e il nostro pellegrinare è tutto teso a Cristo». Mi sono venuti i brividi. Quel signor Giovanni Paolo II non l’avevo mai conosciuto e in più spendevo tutta la notte sveglia per lui. Solo arrivata a Roma, dopo interminabili ore di viaggio nel buio della mattina, ho capito che per quell’uomo che ha richiamato, ha fatto letteralmente appiccicare alla fede cristiana così tante persone, non solo valeva di spendere una notte e un giorno ma se necessario tutta la vita, solo per dirgli grazie e soprattutto pregare per lui e per dargli da fare anche in Paradiso a chiedere a Maria di mettermi una mano sopra la testa. Forse non tutti la pensavano come me, tanto è vero che a volte partivano dei cori da stadio e la gente gridava: Giovanni Paolo ta ta ta ta ta. Eppure neanche questo mi ha allontanato da una San Pietro rosa colorata dal mattino e fatto distogliere le orecchie dalla meravigliosa predica del cardinale Ratzinger che diceva: «Karol Wojtyla ci ha guidati a Cristo e adesso più che mai la sua morte ci conduce quasi per forza a Gesù». Attacchiamoci allora a Gesù e alla Chiesa.
Giulia Valenti, 15 anni, Milano
In quelle 16 ore ho provato tutti e più intensi i sentimenti che nella vita ci capita di vivere in tempi diversi (stupore, gioia, compassione, solidarietà, solitudine, durezza, odio della gente, invidia, tenerezza, noncuranza, dubbio, certezza, distrazione, responsabilità, egoismo, volontà distruttiva, senso del bello, preghiera, presunzione ed altro ancora). E sotto la Basilica, bellissima e imponente, mi sono resa conto che appartengo ad una storia grande, che Cristo è il Signore della storia e che non verremo giudicati per le nostre schizofrenie, ma per la fedeltà alla strada.
Anna Prioretti, Civitanova
Sono andato a Roma, ho visto il Papa per una ventina di secondi dopo sette ore di corriera e quattro di coda fuori San Pietro sotto il sole, ma ne è valsa la pena. Non sono andato là per vedere un cadavere a dieci metri di distanza; sinceramente lo si vedeva meglio in tv con le zoomate dei cameramen. Il mio scopo era quello di offrire le fatiche di ieri a lui, a quella persona a me tanto cara; di portargliele proprio nel vero senso della parola, di andare là dentro la basilica e dire a lui un semplice grazie, concreto. Non c’è cosa più bella al mondo di sentirsi uniti a questo grande popolo.
Stefano, via internet
Il mercoledì mattina un messaggino mi comunica che si è liberato un posto in corriera, la collega si dichiara disponibile a sostituirmi per tutto l’orario di servizio (anche se dice «non capisco il senso del tuo gesto») e il dirigente scolastico mi accorda il permesso di assentarmi dal lavoro! Scoppio di gioia e lo comunico subito ai miei alunni. «Che bello, maestra! Vorrei tanto venire anch’io», mi dice una bambina con occhi pieni di dolcezza. A Roma non troviamo nulla di ciò che la Protezione civile aveva preannunciato: strade e parcheggi sono liberi, la gente è composta e ordinata, insomma una città tranquilla e in sole quattro ore riusciamo a raggiungere la basilica. Che emozione!
Antonella, via Internet
Un santo. Solamente un santo può mobilitare così tante e diverse persone. Tutti in fila e tutti differenti, tutti segnati, e ciascuno a modo suo. Ognuno ha qualcosa che lo porta da Giovanni Paolo II. Un popolo di peccatori a visitare un santo. Un popolo pieno di contraddizioni, e nella ressa, nella fatica, nel caldo, è difficile accettare le contraddizioni. Ammetto di essermi innervosito per l’incredibile sporcizia, e arrabbiato per tutte quelle foto al Papa, per i cellulari. Me la sono presa con chi spingeva, e soprattutto non sopportavo chi riusciva a spingere anche più di me! Malgrado tutto ciò la tensione di tutti era rivolta a lui, all’ultimo saluto che tutti volevano rivolgergli. Roma mercoledì era il ritratto della Chiesa.
La fede a Roma si è espressa con corporeità, col sudore e la fatica, nella puzza e nel caldo. Non era certo la fede dei bei discorsi, era certamente fede popolare, fede di stomaco e cuore. Fede d’altri tempi, fede da bambini.
Mauro, Cantù
Alba del 6 aprile, cominciano 17 ore faticose e lente, fatte di spazzatura, di tristezza per la distrazione smemorata e incosciente, di amici e di persone liete conosciute per strada. Vincendo per tre volte la voglia di mollare, finalmente nella notte ero davanti a lui con il rosario che mi aveva donato rispondendo ad una mia lettera. L’ho salutato con un segno di croce, più certo di prima che non solo la felicità esiste ma che si sta compiendo anche per me, grazie al suo esempio e a quello del don Gius.
Stefano, via internet
Molti anni fa, incontrai lo sguardo del Papa, un attimo, eppure quello sguardo pareva essere per me, pareva entrarti nell’anima, non lo dissi a nessuno, temevo d’essere preda della suggestione, poi, mentre stanca tornavo verso casa, in treno tutti dicevano la stessa cosa. Quello sguardo, quegli occhi che ti entravano nel profondo, erano solo per te. Il Papa ha parlato ad ognuno di noi. Per questo siamo andati a Roma. Non si è trattato di una “scampagnata” come qualche astrofisica ha detto, dalle pagine dei giornali, molti di noi non sono nemmeno riusciti a vedere il Papa, ma c’era il desiderio di stare vicino a questo Grande, di testimoniare, prima di tutto a noi stessi, che essere cristiani oggi è possibile.
Nerella Buggio, via internet
Macché parcheggio di Saxa Rubra, macché strade di Roma intasate da macchine e pellegrini. Arriviamo con il nostro pullman verso mezzogiorno di giovedì fino a un grande parcheggio ancora quasi vuoto, situato in via Aurelia ad appena qualche centinaio di metri da S. Pietro. Eravamo partiti da Chioggia di prima mattina, appesantiti dalle esortazioni della Protezione civile e dei giornali: «Roma chiusa. Pellegrini, adesso restate a casa»; assaltati quasi dalle minacce di amici e parenti: «Non vedrete nulla. Non andrete oltre il raccordo anulare». Noi saremmo partiti comunque. «Dove comincia la fila?». Uno risponde: «Non ve lo diciamo per non spaventarvi». Iniziamo il nostro cammino verso il Santo Padre. Ecco, siamo già in piazza, siamo già nell’abbraccio del colonnato, siamo già ai piedi della basilica, siamo già dentro. Quattro ore. Risuona la voce dell’arcivescovo di Mosca che dal fondo del presbiterio concelebra la Messa. Partecipiamo alla preghiera dei fedeli, alla consacrazione; riusciamo anche a fare la comunione. Incredibile. «Vi ho chiamati, siete venuti». Grazie, Giovanni Paolo II. Grazie, Padre.
Don Angelo Busetto, Chioggia
I messaggi della Protezione civile hanno scoraggiato tanti dall’andare a Roma: effettivamente credevo non saremmo mai partiti. È stato il viaggio più scomodo della mia vita e quando ci siamo ritrovati assolutamente schiacciati fra la gente in via della Conciliazione tre ore prima dell’inizio dei funerali, non riuscivo più a capire che senso avesse. Nello sconforto che più pretende una consapevolezza, mi sono ritrovata in mezzo ad un mare di persone che, come me, non guardavano il quadratino di strada su cui poggiavano i piedi o cercavano di sedersi, ma, in piedi, guardavano costantemente la Basilica. Eppure erano stanchi. La risposta alla mia preghiera era proprio la presenza di quelle persone che sapevano dove guardare. (Erano perlopiù stranieri, da lontano. Avevano viaggiato più di me).
Marta Schilirò, 17 anni, Monza
In questi giorni nessuno si è sottratto a rendere onore a Giovanni Paolo II. Fiumi di parole, a volte anche stonate, hanno cercato di fotografare l’evento. Io taccio. Lo faccio proprio per rispetto, per la doverosa considerazione che ho nei confronti di tutti i credenti. Più di mille parole vale il gesto e la tensione di quei milioni di persone che hanno invaso in questi giorni Roma. Quando Maria mi ha chiamato era appena tornata da Roma. è stata per 14 ore in fila, voleva andare a salutare per l’ultima volta il Papa. «è stata una fatica inutile», mi ha detto. «Quando stavamo per entrare, abbiamo dovuto abbandonare perché il pullman doveva tornare a Milano. Ci siamo offerti di pagare il supplemento necessario, ma non c’è stato nulla da fare. Una fatica inutile». Non ho riflettuto prima di rispondere ma mi è venuto naturale dirle che erano quelle quattordici ore di fila che segnavano la differenza. è umano dolersi per non aver raggiunto la meta, ma è indice di un’umanità grandissima l’esposizione a quella fatica. è nel percorso che acquisiamo bellezza. Il saluto di Maria al Papa è tutto in quelle ore di attesa.
Fabio Cavallari, Luino (Va)
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